La protesta delle generazioni escluse
La condanna del nulla: la rabbia di una generazione esclusa
A cinquant’anni, dopo aver trascorso tre decenni nei laboratori, firmato pubblicazioni scientifiche e addestrato i colleghi più giovani a manovrare macchinari da milioni di euro, lo Stato italiano ti dice che il tuo tempo è scaduto. La recente, drammatica intervista a una ricercatrice italiana – cinquant'anni d'età, trenta di precariato accademico, lasciata a piedi dall'oggi al domani per la solita cronica "mancanza di fondi" – non è un caso isolato. È l’autopsia di un sistema. Espulsa a metà della vita da un mercato del lavoro che ha contribuito a innovare, questa professionista dimostra la menzogna di fondo della retorica dei "cervelli in fuga": in Italia non si fugge per scelta, si viene respinti per decreto.
Questa è la realtà che smaschera l'ipocrisia del "merito" sbandierata dal governo. Una formula magica pronunciata dai palazzi romani che risuona come una beffa intollerabile nelle orecchie di chi cerca una prospettiva. Perché il merito, in un Paese strutturalmente sotto-finanziato, non è un criterio di giustizia: è solo un'ingiustizia chiamata con un nome più elegante. I dati, d'altronde, fotografano un deserto sistemico:
• Fondi insufficienti: L'Italia
investe in Ricerca e Sviluppo appena l'1,3% del PIL, drammaticamente sotto la
media UE (2,2%) e a distanza siderale da paesi come la Germania (oltre il 3%).
• Precariato di Stato: Secondo i
report sulla condizione della ricerca, l'età media di chi sopravvive tra
assegni di ricerca e contratti a termine supera ormai i 35-43 anni. Intere
esistenze congelate in attesa di una stabilizzazione che non arriva mai.
Invece di sanare questo paradosso, l'esecutivo risponde blindando i palazzi e alzando i toni dello scontro istituzionale.
La recente scarcerazione a Milano di Youssef Siher – un altro ricercatore universitario e giornalista trentenne accusato di istigazione alle proteste – ha innescato una durissima reazione della Premier Giorgia Meloni.
Con un'esternazione affidata ai social media, la Presidente del Consiglio ha definito "vergognosa" la decisione della giudice Tiziana Landoni di non convalidare il fermo, parlando di "un'insopportabile mortificazione delle forze dell'ordine".
L'Associazione Nazionale
Magistrati ha subito replicato parlando di un "attacco scomposto" e
"intimidatorio", ma l'episodio svela una verità più profonda. Mostra
un governo che preferisce evocare lo spettro del pericolo pubblico e della
tolleranza zero piuttosto che interrogarsi sulle ragioni profonde del malessere
giovanile. La criminalizzazione del dissenso diventa così lo schermo dietro cui
nascondere l'assenza di politiche sul lavoro.
Per comprendere le dinamiche e le contraddizioni politiche che circondano le recenti frizioni istituzionali tra l'esecutivo e la magistratura di Milano, è utile esaminare l'analisi dettagliata del dibattito in corso:
Quando persino chi ha dedicato
la vita all'eccellenza o all'indagine scientifica viene trattato come materiale
usa e getta o come un nemico dello Stato, il disperato grido che si leva dalle
piazze e dai laboratori inverte i paradigmi della sopravvivenza. I più giovani
arrivano a rivendicare provocatoriamente il "privilegio" di potersi
ammalare di benessere – pur di non consumarsi di stenti, precarietà e ansia per
il domani. Significa che il contratto sociale è ufficialmente fallito. Non è
una provocazione nichilista, ma il manifesto di una rabbia generazionale che
non chiede elemosine, ma il diritto di esistere.
La mappa di questa frustrazione attraversa l'intera penisola, unendo i destini dei neolaureati a quelli dei professionisti maturi:
• Il Nord delle illusioni: Da
Milano a Torino, fino a Genova, le "pari opportunità" sono una
promessa sbiadita sotto il peso di affitti insostenibili e contratti da fame.
• La Capitale distante: Roma
viene percepita solo come il centro di gravità cinico dove si decide la fame e
il futuro altrui.
• Il Sud dimenticato: Napoli
resiste con la sua drammatica arte dell'arrangiarsi, mentre il resto del
Mezzogiorno si trasforma in un immenso parcheggio a cielo aperto per una
gioventù lasciata all'abbandono.
Mentre la politica si avvita in
sermoni salutisti e attacchi alle toghe, spiegando a chi non ha un domani cosa
deve mangiare o come deve vivere, il tempo scorre. Il paternalismo di Stato che
offre bonus, mance temporanee o contratti legati ai fondi a scadenza (come
quelli del PNRR) non cura la ferita, la anestetizza soltanto. I giovani e i
lavoratori precari non contestano il benessere in sé, ma l'ipocrisia di chi
chiede loro di restare seduti a guardare il banchetto degli altri.
