La crisi dei valori
“Quando subentrano i conflitti legati al denaro, la
lacerazione diventa ancora più profonda e dolorosa. Gli interessi economici
hanno il potere devastante di contaminare i legami più sacri, trasformando
l'amore gratuito in un terreno di scontro e freddo calcolo.
Sentire che un pezzo del proprio cuore, come diceva Totò, si
sta muovendo per logiche materiali anziché per l'affetto e la gratitudine è
un'esperienza che svuota dentro. È proprio qui che si avverte quel senso di
"aridità" e di "materia senza anima": vedere che il denaro
o un interesse personale vengono messi davanti alla storia, al rispetto e ai
sacrifici di una vita insieme lascia un senso di desolante vuoto. ...è un
tradimento dell’anima”.
L’Inaridimento della Materia: La Crisi dell’Anima Laica tra Appariscenza e Conflitto
Esiste una ferita profonda che attraversa l’epoca contemporanea, una linea di frattura che separa la dimensione dell’essere da quella dell’apparire, il culto dell’anima dalla dittatura della materia. Quando questa frattura si consuma all’interno del legame più sacro – quello tra genitore e figlio – il dolore che ne deriva assume i contorni di una tragedia esistenziale. È il dramma di un fallimento percepito, la constatazione di una missione educativa che sembra naufragare contro gli scogli dell’egoismo e dell’aridità emotiva.
Per comprendere questa deriva, è necessario ridefinire il
concetto stesso di anima. Lungi dall’essere soltanto l’entità astratta
codificata dalle filosofie religiose, l’anima a cui qui si fa riferimento è
un’entità laica, civile e culturale. È quella struttura interiore che si
edifica giorno dopo giorno attraverso le buone letture, la frequentazione della
bellezza, la cura del pensiero e, soprattutto, il buon esempio silenzioso dei
maestri di vita.
Questa anima laica è il terreno in cui germoglia
l’intelligenza sensibile: quella capacità, infusa con apprensione amorevole fin
dal tempo della gestazione, di dominare gli istinti distruttivi, di comprendere
l’altro e di coltivare la gratuità degli affetti.
Nel panorama odierno, tuttavia, assistiamo a un’inversione di rotta drammatica. Una parte consistente delle nuove generazioni, e degli adulti che da esse derivano, sembra aver scelto di vivere esclusivamente nella materia, escludendo la cura dello spirito.
I corpi si fanno tela di questa urgenza: tatuaggi e piercing
vengono esposti con orgoglio come un grido rivolto al mondo, un manifesto
identitario che urla «Ecco, io sono fatto così! Io sono questo!». Ma dietro
questa ostentazione si cela spesso il vuoto dell’appariscenza, un’inconcludente
estetica che si rivela tragicamente sterile quando viene messa alla prova dalla
realtà dei fatti.
L’incoerenza di questa postura emerge con violenza nei
momenti d’ira. I nomi delle persone amate, incisi con l’inchiostro sulla pelle
per sublimarli, vengono paradossalmente distrutti, uccisi da parole di fuoco
vomitate senza filtro, o cancellati dall’esistenza sotto l’effetto di un raptus
che l’intelligenza sensibile non riesce più a governare.
La maturità anagrafica, lo status di coniuge o il ruolo di
genitore – tappe che dovrebbero inaugurare l’era della consapevolezza – si
rivelano gusci vuoti se privati di una reale maturazione emotiva.
Di fronte a uno scatto d’ira inusitato, il genitore si
ritrova allora a guardare il proprio figlio senza più riconoscerlo, giungendo a
dubitare che la creatura cresciuta con tanto amore sia mai esistita al di fuori
della propria volontà di contribuire alla vita.
La lacerazione tocca il suo apice quando la cecità della materia sposa la logica degli interessi economici.
Come ricordava Totò con una sintesi poetica e popolare, «i
figli sono pezzi di cuore». Ma cosa accade quando quel cuore viene fatto a
pezzi dal freddo calcolo del denaro?
Il conflitto patrimoniale introduce nei rapporti di sangue
una contaminazione devastante. L’avidità e il bisogno materiale agiscono come
acidi che sciolgono la gratitudine, il rispetto e la memoria dei sacrifici
passati.
Il legame affettivo viene ridotto a un dare e avere
mercantilistico, esasperando l’impotenza di chi assiste al trionfo dei beni
materiali sulle ragioni dell’anima. E quindi degli affetti sacri.
Eppure, in questo scenario di apparente fallimento, è
necessario tracciare un confine di salvaguardia per chi ha seminato il bene.
I figli non sono mai l’estensione o l’appendice dei pensieri dei genitori; sono individui liberi che compiono le proprie scelte e, talvolta, attraversano i propri deserti etici, cedendo alle lusinghe di una società che premia il possesso a scapito dell’essere.
L’aridità che manifestano appartiene a loro, non a chi li
ha educati.
Il bagaglio d’amore, di buone letture e di
sensibilità instillato fin dalle origini non è cancellato: rimane un seme
sepolto sotto la coltre della rabbia e dell’interesse. Un momento di buio, per
quanto lacerante, non definisce l’interezza di una vita, né azzera il valore del
ruolo genitoriale.