InVisibili
…SOLO ADESSO CHE LI HANNO VISTI ARRIVARE, SI SONO ACCORTI DI LORO
(I lavoratori del Sud e della Calabria che non ce la fanno più ad aspettare)
Non li hanno visti cercare lavoro. Non li hanno visti aspettarlo per tanto tempo, camminando a mani vuote per le strade di questa terra. Non li hanno visti trovarlo, quel lavoro, e conquistarlo con i denti.
Non li hanno visti lavorare duramente per guadagnarsi una paga inadeguata. Non li hanno visti dire alle proprie mogli che non c’erano soldi per comprare le tute e le scarpe ai figli e che, a malapena, sarebbero riusciti a mettere da parte qualcosa per i libri scolastici.
Non li hanno visti rinunciare alle cure quando cominciavano ad ammalarsi, anche soltanto per la fatica. Perché le cure si pagano, così come le medicine, le visite mediche e gli esami clinici. E di soldi, spesso, non ce ne sono neppure per affrontare una piccola parte di quelle spese. Non li hanno visti ammalarsi proprio perché non potevano curarsi, né prevenire le malattie. Non li hanno visti andare al lavoro anche quando erano malati.
Non li hanno visti quando facevano il pieno di gasolio al camion o di benzina all’automobile, mentre nelle loro tasche, già leggere, rimaneva sempre meno denaro. Non li hanno visti restare svegli di notte, tormentati dal pensiero delle rate da pagare, dell’affitto e delle spese scolastiche.
Non li hanno visti quando, insieme alle proprie compagne, andavano a fare la spesa una volta alla settimana o, talvolta, una volta al mese. Il carrello era sempre meno pieno. Non li hanno visti neppure quando, in quello stesso supermercato, hanno dovuto dare un piccolo schiaffo sulla mano dei propri figli, che cercavano di prendere un dolce o qualcosa di cui avrebbero potuto fare a meno.
Non li hanno visti gridare al vento la propria disperazione, l’amarezza, la frustrazione e l’umiliazione di sentirsi impotenti davanti all’assalto di una povertà ingiusta.
Non li hanno visti quando, incontrandosi quasi per caso, hanno scoperto di avere tutti lo stesso problema, la stessa rabbia, lo stesso pianto trattenuto. Non li hanno visti neppure quando hanno seguito il primo che, con rabbia e senza bandiere di partito, senza etichette politiche o sindacali, ha trovato il coraggio di dire: «Basta! Andiamo a dimostrare chi siamo e quali sono i problemi che abbiamo. Andiamo a protestare con forza!».
Non li hanno visti quando hanno cominciato a gridare la propria rabbia senza ricorrere alla violenza, senza saccheggiare, senza danneggiare automobili, negozi o vetrine. Non li hanno visti neppure quando sono arrivati da lontano, percorrendo le strade della protesta.
Non li hanno sentiti quando si arrabbiavano con i figli per la richiesta di una cosa semplice: un giocattolo, un cellulare, una serata al cinema o una pizza con gli amici. E poi andavano a chiudersi in bagno per piangere di rabbia, perché non erano riusciti ad accontentarli.
Non li hanno visti quando litigavano con le mogli, stanche quanto loro per la fatica di un’intera giornata e frustrate dall’impossibilità di fare la spesa, perché ormai nessuno concede più credito come facevano un tempo i piccoli alimentari dei paesi ai nostri genitori e ai nostri nonni.
Allora esisteva la cosiddetta libretta: un quadernino dalle pagine quasi ingiallite e dalla copertina nera, un po’ ruvida, sul quale il negoziante annotava quello che la famiglia avrebbe pagato quando fosse stato possibile.
Non li hanno visti quando, terrorizzati, non riuscivano nemmeno ad aprire le buste contenenti le bollette e le rate di un prestito contratto per sostenere un bilancio familiare sempre più in difficoltà. Un salario che si accorciava ogni mese, proprio come sembrava accorciarsi il mese stesso, che da tempo non arrivava mai alla fine senza lasciare qualcosa da pagare.
Non li hanno visti quando cercavano un lavoro senza riuscire a trovarlo. E neppure quando, a cinquant’anni, con tre figli ancora ragazzi, quel lavoro lo perdevano.
Non li hanno visti invecchiare quando erano ancora giovani, con i capelli imbiancati dalla sofferenza e le spalle piegate dalla fatica. Non li hanno visti con la schiena curva sui ferri e sul legno da lavorare, nei campi da arare, sulle reti da pesca da tirare a bordo di una barca il cui carburante era appena sufficiente per tornare in porto.
Non li hanno visti quando rientravano dagli ospedali dopo lunghe attese nei pronto soccorso, delusi per non essere riusciti neppure a ottenere un ricovero, pur soffrendo moltissimo. Non li hanno visti quando, quasi piangendo agli sportelli dei ticket, scoprivano che per effettuare un esame necessario avrebbero dovuto pagare una cifra insostenibile per quelle tasche già vuote.
Non li hanno visti quando piangevano di nascosto, dopo aver incrociato lo sguardo sempre più triste dei propri figli. Figli ai quali non riuscivano più a parlare, perché erano stanchi di spiegare, addolorati per non saperli comprendere e umiliati dal non riuscire a trovare una parola capace di aiutarli.
E dentro di loro esplodeva forse la frase più semplice e, allo stesso tempo, più pesante che un padre possa pronunciare:
«Figli miei, vi chiedo scusa. Non perché non sia riuscito a rendere più tranquillo il vostro cammino e più serena la vostra vita, ma perché non sono riuscito a lasciarvi una società migliore».
Ecco, non li avevano mai visti prima. Neppure durante quella lunga settimana in cui, sacrificando anche un legittimo guadagno, erano scesi in strada a protestare civilmente, arrivando anche a bloccare il traffico. Una protesta legittima, nata da questioni e problemi che, soltanto pochi anni fa, nessuno avrebbe immaginato potessero trasformarsi in una lotta così dura per il diritto a una vita più dignitosa.
Il caro-vita, l’aumento vertiginoso dei prezzi della benzina e del gasolio, il costo eccessivo dei beni di prima necessità, il blocco degli stipendi e dei salari. E, insieme a tutto questo, le assurde contraddizioni di un sistema nato per essere democratico, ma che sembra avviarsi verso una società capace di legittimare le ingiustizie, accrescere le divisioni e scatenare lotte fratricide persino per un posto di lavoro, per un pezzo di pane.
Un sistema che finisce per smentire le ragioni stesse per cui i padri della Patria vollero costruire questo Paese: la democrazia, fondata sulla giustizia, sull’uguaglianza, sul riconoscimento del valore del lavoro e sul diritto a ricevere una giusta retribuzione.
Non li hanno visti prima. Se ne sono accorti soltanto adesso.
Perché hanno fatto rumore.
Ma non sono stati soltanto i trattori e i motori dei camion a fare rumore. È stato il dolore della gente, la condizione di quei lavoratori che, più di altri, subiscono gli aumenti dei costi di tutto ciò che serve loro per lavorare.
Ha fatto rumore la consapevolezza che questa protesta possa trasformarsi in un movimento più ampio e diventare anche un movimento politico, capace di incidere sulle scelte degli elettori nel giorno in cui saranno chiamati a votare.
E il timore, questa volta, non è che queste persone vadano ad aggiungersi a quella percentuale di italiani che non va più a votare.
Questa volta, dopo l’affluenza all’ultimo referendum, la paura è un’altra: che vadano davvero a votare.
E che vadano a votare, innanzitutto, contro.
Contro chi governa questo Paese come se fosse una piccola azienda di famiglia o, peggio ancora, la propria casa, della quale poter disporre liberamente, spostando i mobili da una stanza all’altra e trasferendo denaro da un conto corrente all’altro.
Ed è allora che si sono accorti di loro.
Adesso, quasi nello stesso giorno, sono arrivati tutti in Calabria. Tutti i leader dei partiti, uno dopo l’altro.
Sono venuti a far finta di parlare con la gente, a far finta di raggiungere i luoghi della manifestazione, dove nessuno li vede e li ha visti davvero. Perché sembrano preferire le conferenze stampa, i soliti giornalisti e le domande prevedibili o gradite, piuttosto che il confronto autentico con chi vive ogni giorno sulla propria pelle il peso di problemi che non possono più essere ignorati.
Sono venuti adesso.
Ma nessuno li ha visti.
La Calabria vera non li ha visti né arrivare né partire.
Franco Cimino
