In Calabria si usava così
Rituali di un tempo lontano in Calabria.
I zziti, ovvero il rito dei fidanzati.
Tra le tante cerimonie d’una volta, in Calabria era molto
sentito quello del fidanzamento ufficiale tra i futuri sposi.
Il ragazzo dopo avere chiesto la mano dell’amata alla madre che, questa, demandava al marito inquanto capo famiglia, accettata la richiesta, dopo l’accondiscendenza della donna desiderata, si organizzava il primo accesso in casa del “fidanzato”.
Il rito del fidanzamento ufficiale era cosa seria!
E necessitava di cerimoniali intensi e strategicamente importanti.
Nei giorni dei preparativi, oltre all’aspetto fisico si
curava la simbologia: le donne preparavano la pasta di casa con farina uova,
acqua e sale lavorata a mano. Preparavano gli ziti! Una pasta che prendeva il
nome dell’evento, appunto: i zziti! Condita con sugo al pomodoro con dentro
buona carne di maiale e manzo e qualche stocco di salsiccia casareccia, a
seconda dei periodi e c’era anche chi inseriva una bella costa di pancetta con
l’osso.
Il giorno fissato, sempre una domenica, a pranzo si consumava il vero rituale.
Un rituale volto a conoscere il nuovo membro della famiglia.
Dopo i convenevoli ci si sedeva a tavola. Il papà, anfitrione, si sedeva a capotavola, il genero alla sua destra e difronte, quindi alla sinistra, c’era il compare, quello addetto a fare ubriacare il nuovo arrivato per carpirne la vera anima.
Questo spaccato antropologico straordinario della Calabria
di una volta, illustra una foto d’altri tempi ormai desueta dove la tavola non
era solo un momento di condivisione, ma un “tribunale” degli affetti e delle
alleanze familiari.
Il rito dei "zziti" (i fidanzati) racchiude in sé dinamiche sociali affascinanti, tipiche della cultura patriarcale e comunitaria del passato. Ci sono alcuni elementi in questo racconto che meritano di essere sottolineati per la loro profondità strategica e simbolica:
·
La simbologia del cibo: il formato e il sugo
Nulla era lasciato al caso. La preparazione della pasta
fresca fatta a mano dalle donne della casa (le future cognate e la suocera) era
il primo biglietto da visita:
Gli ziti: Un formato di pasta lungo, liscio e cavo, che per
essere servito doveva essere spezzato rigorosamente a mano. Questo gesto
simboleggiava la rottura dello stato di "singolo" per dare vita a una
nuova unione.
Il sugo "ricco": La presenza di carne di maiale,
manzo, salsiccia e pancetta non era solo per golosità, ma rappresentava
l'ostentazione della ricchezza e dell'abbondanza della famiglia della sposa.
Era un modo per dire al futuro genero: "Qui la fame non si patisce, e
accogliamo questo legame con il meglio che abbiamo".
· La "strategia dell'alleato" (Il Compare)
Il dettaglio del compare posizionato a sinistra con il
compito specifico di far bere il genero è la parte più teatrale e
psicologicamente acuta del rito.
In un'epoca in cui i giovani si frequentavano pochissimo
prima del matrimonio (spesso solo sotto lo sguardo vigile dei parenti), non
c'era modo di conoscere il vero carattere di una persona. Il vino diventava
così lo strumento della verità (in vino veritas). Ubriacare il pretendente
serviva a far cadere la maschera della timidezza o della finta educazione per
rivelare aspetti del carattere rilevanti quali la tendenza all'aggressività o
alla mitezza; la tenuta d'animo e i segreti nascosti. Insomma si voleva
scoprire la reale natura dell'uomo a cui si stava affidando una figlia.
Il padre a capotavola e il genero alla sua destra completavano la gerarchia speculare: il vecchio capo famiglia che osserva e scruta il giovane che un giorno ne prenderà il posto come fulcro di un nuovo nucleo.
Queste le tracce del piccolo mondo antico calabrese.
