il dovere della parola libera
IL DOVERE DELLA PAROLA: LA VOCE SENZA PADRONI
La vita continua, si dice nel gergo popolare: "muore un papa e se ne fa un altro". È la dura legge del tempo che scorre, la certezza che niente e nessuno è per sempre. Neppure i diamanti, a dispetto di una celebre reclame commerciale, possono ambire all'eternità.
Eppure, esistono altri tipi di diamanti – quelli del
pensiero e dell'onestà intellettuale – che resistono, incastonati nella
coscienza delle persone più sensibili.
Sono i punti di riferimento che ognuno di noi incontra nel
proprio percorso formativo, lasciandosene contaminare. E per quanti hanno avuto
il privilegio di seguire in vita un maestro del giornalismo come Enzo Biagi,
il rimpianto si trasforma oggi in un grido: ci sarebbe un disperato bisogno di
uomini come lui, specchiati nella semplicità e capaci di un rispetto assoluto
verso il prossimo, persino verso i propri avversari.
In questi giorni, spesso governati dall'arroganza del
potere, sembra di essere ripiombati a quell'epoca buia in cui Biagi subì il suo
celebre esautoramento dalla televisione pubblica.
Il suo libro dal titolo "Quello che non si doveva dire" si è trasformato in un dogma permanente: non si poteva dire allora, e non si può dire oggi.
Gli organi di governo tendono a stringere il controllo su
ogni respiro democratico, a partire dalla stampa.
Quell'informazione che l'articolo 21 della nostra
Costituzione vorrebbe libera e dotata di spazi democratici assoluti si ritrova
oggi con le ali tarpate, impossibilitata a spiccare il volo verso altezze
intellettuali prive di costrizioni ideologiche.
La radice del problema è economica: ogni movimento,
ogni riga stampata sembra condizionata dal denaro.
Le testate editoriali non allineate, quelle che
dipendono esclusivamente dalla fragile economia di editori puri che devono
pagare stipendi e tipografie, arrancano quotidianamente. Sono sistematicamente
sopraffatte da chi non ha problemi di liquidità o gode di coperture politiche e
industriali.
In questo scenario, il giornalismo e la scrittura che
guardano esclusivamente alla necessità di "portare a casa la
pagnotta" affrontano un dramma esistenziale: scendere a compromessi o
rischiare di non sopravvivere. Questo è un dato di fatto inconfutabile.
Però se la pagnotta è assicurata altrove, la scusa
del silenzio decade. Sfidare i poteri costituiti espone al rischio di
isolamento, all'invisibilità mediatica e al logorio psicologico del burnout
emotivo, una condizione che colpisce proprio chi vive la frustrazione di vedere
i propri valori calpestati. Ma la paura dei poteri fino a quando può
giustificare il silenzio?
Fino a quando la verità può rimanere occultata dalle
menzogne, coperta da un velo opaco per quieto vivere, per un distorto senso
di dovere di appartenenza o per timore di ripercussioni sui figli?
Niente e nessuno è per sempre. I potenti passano, ma le
menti umili messe al servizio della gente restano a fare compagnia alla storia.
L'appello si rivolge allora a quella riserva
strategica della nostra cultura: a chi scrive per pura passione, ai pensionati
che hanno già concluso il proprio ciclo professionale e a tutti coloro che
svolgono un secondo lavoro in grado di garantire l'indipendenza economica.
Voi avete il privilegio più grande e più raro del
nostro tempo: non potete essere ricattati. Il vostro stipendio o la vostra
pensione non dipendono dal favore di un editore colluso o dal gradimento di un
politico di turno. Questo è un invito ai liberi pensatori!
È il momento di rimboccarsi le maniche. Non c'è
bisogno di scrivere o descrivere tomi per cercare facili consensi o per
allungare le cordate del conformismo. C'è bisogno di scrivere per puro amore
della verità.
Utilizzate i blog, i social, i piccoli spazi
indipendenti, le lettere ai giornali, i libri autoprodotti. Diventate i
testimoni scomodi di ciò che gli altri non possono o non vogliono raccontare.
Usate la vostra libertà economica per riscattare il silenzio di chi è costretto
a tacere per sopravvivere. La democrazia non si difende solo nelle aule
parlamentari, ma su ogni foglio di carta in cui un cittadino libero decide,
finalmente, di non avere più paura.
