Grazie, Guido e fai buon viaggio
CIAO GUIDO, CON TE SE NE VA UN CATANZARESE BELLISSIMO E UN ARTISTA VERO
Guido, o GuidoRossi, tutto attaccato, come lo chiamavano le migliaia di persone che lo conoscevano, ciascuna secondo il grado di confidenza e il rapporto personale che aveva con lui, non c’è più da ieri.
Se n’è andato all’improvviso. Inaspettatamente, certo, ma forse anche nel modo in cui avrebbe desiderato andarsene quando quel giorno fosse arrivato: in silenzio, senza clamore, quasi che, in qualche modo, dentro di sé lo presentisse. E a casa sua. Quella dove si trovano la moglie i i due figli, sempre presenti anche se autonomi.
È accaduto prima di quanto i suoi anni, ancora giovani, lasciassero immaginare e prima che quella cura della persona, che aveva sempre mantenuto, non facesse pensare a un congedo così prematuro.
Guido aveva una concezione della bellezza che non si fermava all’aspetto fisico.
La persona, nella sua dimensione corporea, ha un valore che si accompagna a quello morale e intellettuale. Della bellezza naturale con cui veniamo al mondo non abbiamo merito: abbiamo, piuttosto, il dovere di esserne consapevoli e riconoscenti, verso chi ci ha generato e, per chi crede, verso il Creatore. Dei talenti che riceviamo, invece, siamo chiamati a rispondere direttamente, attraverso la cura che ne abbiamo e l’uso che ne facciamo.
È una responsabilità che riguarda il cuore e la mente: il primo da irrobustire con i sentimenti buoni, la seconda da educare attraverso una conoscenza limpida della realtà. Lui li ha sempre curati.
Guido se n’è andato così come è vissuto: con discrezione, educazione e riservatezza. In silenzio, per non disturbare. Senza quell’assillo che spesso prende noi comuni esseri umani, convinti di dover salutare per forza, perché non ci rimanga lo scrupolo di non averlo fatto e perché a chi ci sta vicino non resti il dolore di non aver potuto ricevere il nostro saluto finale.
Guido non aveva questa preoccupazione. Ogni sua parola, ogni suo sguardo, ogni suo sorriso — anche quello ironico, che gli stringeva le labbra in una piega inconfondibile, diversa da quella degli altri sorrisi — erano già un saluto. Lo erano in ogni momento, in ogni occasione in cui entrava in rapporto con gli altri. Guido salutava sempre, con le parole e con gli occhi, con il sorriso e con il suo modo di essere.
Allo stesso modo salutava la sua amata città, guardandola con tenerezza e, talvolta, giudicandola anche con severità. Perché Guido amava Catanzaro. Ne era innamorato, al punto da impazzire per tutto ciò che la riguardava. La squadra di calcio, in primis.
Se n’è andato in silenzio, ma un silenzio che fa rumore, a giudicare dalle tante persone che stanno andando a rendergli omaggio, dagli amici che lo piangono sinceramente e da quanti arrivano anche da lontano, mossi dalla stima che nutrivano per lui, come uomo e come commerciante.
Commerciante, soprattutto, più che imprenditore, anche se Guido possedeva certamente le capacità e la visione di un imprenditore.
Aveva idee intelligenti e intuizioni tecnicamente interessanti quando parlava della produttività delle aziende e delle potenzialità che le tante attività economiche avrebbero potuto esprimere in Calabria e, in particolare, a Catanzaro. Una città che, invece di valorizzare queste energie, stimolarle e favorire la nascita di nuove iniziative, finiva troppo spesso per scoraggiarle.
Dico commerciante perché credo sia la parola che lui stesso avrebbe preferito per definirsi. Aveva dedicato una vita a questo mestiere: scegliere, acquistare e vendere prodotti, costruendo intorno a essi un mondo riconoscibile, fatto di gusto, competenza e personalità.
Il suo era un piccolo grande mercato, custodito in una bottega che non superava mai poche decine di metri quadrati, ma che doveva essere preziosa, elegante, quasi una bomboniera affacciata sul corso della città.
Così era anche il negozio che si apriva nella bella Galleria Mancuso, con quella vetrina sempre accesa e luminosa che guardava sulla stretta via San Nicola, di fronte a una facciata del Teatro Comunale e a pochi metri dall’antica chiesa di San Nicola, alla quale Guido era legato soprattutto sul piano culturale.
Da molto tempo non lo si vedeva in giro. E, forse, una parte della responsabilità è anche nostra, di noi che non siamo andati a cercarlo, magari per provare a tirarlo fuori da quel rifugio dell’anima e della mente nel quale si era ritirato.
Forse aveva bisogno di proteggere, con il ricordo delle cose belle, persino bellissime, quelle parti di sé che erano state ferite dalla delusione e dall’amarezza.
Forse cercava di difendersi da quel senso di sconfitta che talvolta assale i sognatori quando vedono sfaldarsi un sogno o allontanarsi successi che erano stati esaltanti.
Eppure Guido non si vantava dei propri successi. Era troppo rispettoso degli altri e troppo corretto per farlo, anche quando sapeva di avere raggiunto risultati che molti, soprattutto nel commercio, non avrebbero potuto eguagliare.
Guido se n’è andato in silenzio, ma anche la sua assenza ha detto tanto. È mancato da quel corso che da tempo non è più quello di una volta, quando era pieno di persone e animato da attività commerciali fiorenti, capaci di richiamare tantissimi avventori anche da fuori Catanzaro. Ed era motivo di orgoglio per lui sapere che si veniva in città proprio per entrare, guardare e acquistare nei negozi esclusivi che vi si trovavano. Come il suo, sempre frequentato da persone perbene, da clienti affezionati e da amici sinceri.
Tra questi, anche la sera, c’era spesso quello straordinario uomo che era Guglielmo Papaleo, grande imprenditore che, nonostante il rigore del proprio carattere e della propria formazione culturale, nutriva per Guido non soltanto affetto, ma anche autentica stima.
Nella sua piccola bottega, anche dopo che fu costretto a trasferirsi, spostandosi di un centinaio di metri rispetto al negozio sul corso, si andava per tante ragioni. Per la sua gentilezza, per la sua generosità, per la sua competenza professionale. E per fare quattro chiacchiere.
Si parlava del Catanzaro, la squadra di calcio, argomento pressoché obbligatorio, e poi della città, prima di arrivare ai suoi problemi. Si parlava anche di politica, sebbene Guido si guardasse bene dal cadere nel fanatismo e nelle adesioni acritiche ai partiti. Rispettava tutte le idee e, ancora di più, le persone che le sostenevano.
Questo non significa che non avesse convinzioni proprie. Al contrario, ne aveva una forte e radicata, estranea alla politica tradizionale, alla quale non venne mai meno, pur mantenendo anche su questo terreno la riservatezza che gli era propria.
Guido era così. Per carattere, prima ancora che per scelta. Educato: mi piacerebbe usare questa sola parola per rappresentarlo. Gentile con tutti, mai ostile verso nessuno, neppure nel linguaggio. Ascoltava molto e cercava di comprendere le ragioni e le posizioni degli altri, specialmente quando, tra amici, si discuteva animatamente e talvolta si finiva per litigare.
Lui riusciva quasi sempre a mettere una parola di pace, evitando di distribuire colpe e di emettere sentenze sulle persone.
Potrei aggiungere che era un uomo buono e generoso. Tanto buono da sembrare, qualche volta, debole e indifeso. Tanto generoso da non incattivirsi, come accade ad altri, neppure negli affari, soprattutto quando un suo vantaggio avrebbe potuto tradursi in un danno per qualcun altro.
Era generoso anche perché non faceva mancare il proprio aiuto a chi glielo chiedeva o a chi sapeva essere in difficoltà. E lo era persino quando vendeva i suoi preziosi articoli, perché sapeva mantenere un rapporto equilibrato tra il valore della merce e il guadagno. Insomma, era una persona d’altri tempi, nel senso più bello dell’espressione.
Non insisto sulla sua bontà, per evitare che qualcuno mi accusi di voler fare di lui un santo. Ma chi lo conosceva davvero, anche profondamente, sa che quanto sto dicendo corrisponde alla realtà. E so già che i soliti trinariciuti, pochi di numero ma mai stanchi, potrebbero muovermi la consueta accusa: voler fare santi sulla terra. Come potrei, del resto, se costoro sembrano impegnarsi soprattutto a fare di me un diavolo?
Scherzo, naturalmente. E lo faccio anche per rendere omaggio a Guido, che avrebbe apprezzato l’ironia, parte integrante del suo carattere, talvolta persino pungente.
Potrei dire ancora molto di lui, come persona e come catanzarese. Ma rischierei di ripetere, forse con minore efficacia, ciò che in città si sta già dicendo e che si dirà nei prossimi giorni, forse anche nel pomeriggio, in chiesa.
Voglio però soffermarmi su due aspetti. Il secondo è personale.
Guido era un commerciante vero, uno di quelli nei quali lo spirito imprenditoriale si accompagna a una profonda conoscenza del settore, a una visione del lavoro e a una consapevolezza del valore dei beni che si mettono a disposizione dei clienti, presenti e potenziali.
Era un uomo di passione, anzi di passioni, e nel proprio lavoro metteva una passione straordinaria. Intelligente com’era, avrebbe potuto impiegare le sue capacità in tante attività imprenditoriali e renderle tutte produttive. Eppure, fin da giovane, aveva scelto di fare una cosa sola: commerciare soprattutto in abbigliamento maschile.
Il suo negozio era una piccola galleria di eleganza raffinata. Vi trovavi alcuni degli abiti più belli della moda maschile, selezionati tra poche marche, ma esclusive. Guido non amava ripetere né ripetersi, neppure nello stile e nella scelta degli articoli.
Prediligeva lo stile classico, aprendosi alla modernità senza mai rompere con la tradizione. Cercava un passaggio lieve, naturale, tra ciò che era consolidato e ciò che cambiava, affinché il suo cliente, che considerava quasi un amico, potesse avvicinarsi alle nuove tendenze senza sentirsi costretto a scegliere nettamente tra due mondi.
Fu tra i primi, e per molti anni uno dei pochissimi, a vendere e rappresentare Brioni, l’antica sartoria romana tra le più esclusive e importanti d’Italia, con le sue stoffe pregiate, anche di Loro Piana.
E poi le camicie, tutte di lino o di cotone raffinato, di marche esclusive che qui non ricordo o preferisco non elencare. I giacconi impermeabili e i coprispalle. I maglioni e le sciarpe di vero cashmere, che soltanto lui e pochi altri negozi a Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria proponevano.
Per non parlare delle scarpe. Ne vendeva poche, così come poche erano le cinture che teneva in negozio, ma provate oggi a trovare scarpe di quella fattura e di quella qualità!
E che dire delle cravatte? Andavi da Guido e te le sceglieva lui. E, insieme, ti proponeva le pochette di pura seta, che soltanto lui vendeva a Catanzaro. Nelle scatole, ben visibili, ne custodiva a centinaia, ciascuna diversa dall’altra, perché fosse unica e originale nel taschino di chi l’avrebbe indossata.
Erano articoli davvero esclusivi, eleganti e raffinati, scelti con una cura che non aveva nulla di casuale.
Per Guido era naturale proporli, perché era lui stesso a sceglierli. Acquistava per vendere ciò che gli piaceva, perché desiderava consigliare i propri clienti e, quasi con delicatezza, vestirli davvero. Non si limitava a vendere un abito: voleva contribuire a costruire lo stile di chi lo avrebbe indossato.
È ciò che fanno i grandi stilisti, capaci di valorizzare una persona attraverso gli abiti che creano e le forme che immaginano. Guido aveva qualcosa di simile. Era, a suo modo, uno stilista.
Se fosse vissuto a Milano, sono convinto che avrebbe potuto diventare uno stilista di fama internazionale. Aveva una visione quasi artistica dell’abbigliamento e una capacità creativa di immaginare come un determinato capo potesse vestire persone diverse, con corporature e taglie differenti.
Era lui stesso elegantissimo. Ogni giorno interpretava lo stile classico in modo personale e innovativo, indossando abiti diversi che sul suo corpo acquistavano una particolare armonia.
Amava in modo speciale il principe di Galles, il classico tessuto a quadri grigi su fondo grigio. Indossava con disinvoltura ed eleganza anche il classico spezzato, ormai da anni poco in uso: giacca rigorosamente scura su pantaloni nelle diverse tonalità di grigio, oppure giacca grigia e pantaloni rigorosamente blu.
Sotto la giacca, una camicia prevalentemente bianca o celeste. E poi la cravatta, scelta liberamente, secondo un principio al quale teneva molto: non doveva essere condizionata da nulla, neppure dalla pochette. Quest’ultima, che non abbandonava mai, veniva indossata con altrettanta libertà, senza necessariamente richiamare i colori della camicia o dell’abito.
Anche in questo Guido era un maestro. Un maestro d’arte, che insegnava attraverso l’esempio.
A me ha insegnato lo stile, questo modo di vestire e di intendere l’eleganza. Mi ha insegnato anche come vestirsi in modo sportivo, mantenendo sempre una cura impeccabile: pantaloni di velluto, possibilmente a coste, una camicia leggera e, sopra, un bel maglione di cashmere, preferibilmente colorato.
Amava i maglioni dai colori vivaci, anche se non si separava mai da due capi ai quali era particolarmente affezionato: uno blu scuro e uno color cammello. Quest’ultimo era anche una tonalità che amava ritrovare nelle giacche di cashmere.
Io, che fin da piccolo e poi per tutta la vita ho amato, quasi fanaticamente, vestire in modo classico, coltivando l’ambizione — non sempre realizzata — di essere elegante, da Guido ho imparato a vestirmi meglio. Se qualche volta riesco a essere elegante, è anche perché applico i suoi consigli.
E cerco di trasmetterli a mia volta a chi posso aiutare, per esempio spiegando come portare la cravatta.
L’unica cosa che non sono riuscito a imparare da lui è fare bene il nodo. Guido ci ha provato a insegnarmelo, ma non ci sono riuscito. Forse perché mi perdevo nel piacere di guardarlo mentre, con tre sole dita della mano destra, eseguiva rapidamente quel movimento, mentre la sinistra teneva ferma la parte più lunga della cravatta. Era un gesto semplice, eppure, nelle sue mani, diventava una piccola dimostrazione di maestria.
Chiudo questo ricordo, interrotto più volte dall’emozione che accompagna le dita mentre scrivono, tornando a un fatto personale che mi legherà per sempre a Guido.
La prima pochette che mi ha regalato è anche la prima che ho indossato. L’ho messa persino stamattina, quando sono andato a salutarlo.
La indosso spesso perché è di un celeste che, come lui stesso mi spiegò mentre me la sistemava nel taschino, si adatta a qualsiasi abito e a qualsiasi colore. Aveva ragione, naturalmente.
Ma c’è un altro ricordo, ancora più bello: l’abito del mio matrimonio è suo. È da Guido che l’ho comprato.
Era un Brioni nero, che si fece inviare direttamente dalla sartoria madre di Roma, suggerendo una modifica al classico doppiopetto che lo rese un modello originale.
Rosa Maria era bellissima, elegantissima, quando entrò nella chiesa del Tempietto di Perugia, accompagnata dal padre. E io, con l’abito scelto da Guido, non le feci certo fare brutta figura. Il mio amico mi aveva reso bellissimo, più di quanto già non mi rendessero la gioia di quel giorno e il riflesso della bellezza di lei.
Grazie anche per questo, Guido.
Vai, adesso, nel luogo in cui il buon Dio fa dimorare gli artisti.
Franco Cimino