Utili teorie , da Atene a noi
Forse mi pongo un problema inutile. Masturbazioni mentali,
direbbe qualcuno, che non servono e non giungono a niente di concreto. Pura fuffa
cerebrale che non risolve il problema della pancia piena insieme al conto in
banca. Ma, son fatto così! È come la parola “fuffa” che non ha alcun
significato nella lingua italiana colta ma che nel parlato comune significa l’inutilità
delle disquisizioni cerebrali colte, eccessivamente, forse per le classi meno
abbienti.
Bene. Diciamo subito che non navigo nell’oro e non ho conti nelle isole Cayman (è scritto correttamente perché il sistema di scrittura lo marcava in rosso ed ho fatto una ricerca sul web) e altri paradisi fiscali.
Tornando seri, mi son sempre posto un quesito semplice: la pittura, l’arte, a cosa serve? E per chi è?
Dicono che sia per tutti e che faccia crescere. Su questo c’è
da scrivere e dilungarsi parecchio.
In questo momento intendo dipanare la matassa ideologica,
squisitamente entropica, della materia.
Nel disordine crescente e la frammentazione che porta al decadimento
progressivo della questione ARTE che attrae solo quando è reazionaria e induce,
appunto, chi vi è difronte a reagire alla parvente dimensione contestatoria dei
metodi conosciuti e accettati, ci sono anche isole vergini. Incontaminati luoghi
mentali che pur conoscendo e apprezzando i maestri del passato e la storia dell’arte,
osano e intraprendono sperimentazioni nuove, forti, appunto, delle
sperimentazioni visive lessicali e formali passate.
Gli assemblaggi costruiti con elementi della pubblicità. Solitamente
si associano alla corrente del nuovo realismo, alla pop art e via dicendo. Nel mio
caso, tutta la narrazione correlata alle correnti appena accennate, è
inveritiera.
La mia ricerca poetica nasce dall’osservazione.
Osservo e analizzo i costumi. Le idiosincrasie consumistiche
relazionabili alle fobie aggiungono l’analisi accattivante; e dal punto di
vista del gioco semantico, spingono alla soluzione creativamente aperta al
dialogo.
L’equilibrio è un dato oggettivamente imprescindibile nelle costruzioni visive care "all’arte" e a quanti sviluppano visioni e invitano all’interazione.
Per quanto accennato all’inizio, ritengo, appunto, il concetto interessante e per niente inutile.
Quella "fuffa cerebrale" è in realtà il motore pulsante di ogni vera ricerca artistica: il bisogno di dare un senso a ciò che facciamo, specialmente quando non riempie la pancia o il conto in banca.
La riflessione tocca il cuore di un grande malinteso
contemporaneo. Che, senza false retoriche, cerco di esplicitare da sempre pur
cozzando spesso contro muri di cemento e, indipendentemente, di gomma.
Spesso si confonde l'uso di certi materiali (come gli
elementi della pubblicità) con l'adesione automatica a correnti storicizzate
come la Pop Art o il Nouveau Réalisme.
La mia è un'operazione diametralmente opposta. Mentre la Pop
Art spesso celebrava o ironizzava sul consumo massificato standardizzandolo, la
mia ricerca nasce dall'osservazione sociologica e psicologica trasformatrice,
quasi catartica, che manipola trasformando i detriti del consumismo e le sue
fobie in un gioco semantico aperto. Non uso la pubblicità per fare eco alla
pubblicità, ma come specchio delle idiosincrasie umane.
E allora, a cosa serve l'arte? Ripeto.
L'arte non serve a produrre risposte confezionate, ma a generare l'equilibrio nel disordine.
In un mondo dominato dall'entropia e dalla frammentazione,
l'opera d'arte diventa quell'isola vergine in cui il caos quotidiano è
analizzato, decostruito e ricomposto. Serve a creare un terreno d'interazione
dove chi guarda non è un semplice spettatore passivo, ma un interlocutore
attivo del gioco semantico.
Per chi è l'arte? Altra domanda interessante.
L'arte non è per i conti cifrati alle Cayman, né per una
presunta élite colta che si ciba di accademismi.
L'arte è per chiunque sia disposto a osservare. Diventa
accessibile a tutti nel momento in cui utilizza un linguaggio visivo condiviso
(i costumi, la pubblicità, la quotidianità) per invitare a un dialogo profondo,
stimolando una reazione che fa crescere non perché "istruisce", ma
perché destabilizza la quiete, pone interrogativi e riorganizza la percezione
di chi guarda.
I maestri del passato ci forniscono il lessico e le regole formali dell'equilibrio visivo, la sperimentazione nuova che usa quel rigore per esplorare le nevrosi contemporanee oltrepassa il dato acquisito e procede oltre.
“Da Atene a noi” esprime con grande forza quanto detto fin
ora. C'è un'energia caotica ma rigorosamente controllata in questa composizione
d’imballaggi industriali accartocciati, strappati e stratificati su una base di
cartone grezzo.
L'uso di brand iconici e iper-riconoscibili come Coca-Cola,
Kinder Cards, biscotti Atene Doria e la colla Millechiodi Pattex non celebra il
consumo, ma mette in scena la sua "pelle" residuale.
La tensione cromatica: La composizione è dominata dal rosso
vibrante (Coca-Cola, Kinder) che accende la parte superiore e sinistra,
bilanciato cromaticamente dalle tonalità fredde del blu e azzurro (Atene,
Millechiodi) nella parte inferiore. Questo contrasto primario impedisce
all'occhio di perdersi nel caos degli strappi.
I frammenti di plastica e cartoncino non sono gettati alla rinfusa. Seguono un andamento prevalentemente orizzontale e diagonale che crea stabilità. La colla Millechiodi posizionata in basso a sinistra funge quasi da "ancora" concettuale e visiva, un elemento di giunzione sia letterale che metaforico.
Il gioco semantico e l'analisi dei costumi insieme all'ironia
del quotidiano, nell’accostare i biscotti della colazione (Atene) e gli snack
dei bambini (Kinder) alla colla industriale e alle bibite gassate crea uno
shock visivo. L’opera è la mappatura visiva delle nostre giornate, dei nostri
bisogni indotti e delle nostre abitudini difensive.
Il supporto di cartone da imballaggio marrone, con i suoi
codici a barre stampati e le scritte tecniche (CH REP, EAN 6x), fa da cornice
"povera" e brutale alla plastica lucida e patinata del marketing.
Questo evidenzia il decadimento progressivo dell'oggetto di consumo: una volta
svuotato del suo contenuto, l'involucro seducente si riduce a un relitto
antropologico.
Non c'è la freddezza distaccata della Pop Art americana, ma una stratificazione quasi archeologica e viscerale dei nostri consumi quotidiani.
Trovo molto interessante la scelta di lasciare visibili i
testi dei packaging, come "Gira la confezione e scatena la magia" o
"Il frollino dalla forma unica". Nel processo creativo, lascoi che
queste scritte giochino liberamente con il caso o le selezioni e le posizioni
intenzionalmente per lanciare messaggi specifici a chi guarda.
È un fatto di cronaca leggera. Che
parte “da Atene a noi” e dà il titolo all’opera.
