Polvere di creatività salvifica
-Un dialogo filosofico e critico straordinario, che
risponde a una riflessione d'autore. Il fulcro è la profonda convergenza
emotiva e intellettuale contemporanea tra l'arte visiva di Maurizio Cattelan e
la poesia musicale di Francesco De Gregori.-
La guerra è bella anche se fa male… generale dietro la
collina…
-la morte si nutre di vita- Rinascere significa morire, annientare il presente e il passato contemporaneamente. Attendere che il nuovo germoglio sbocci e dia nuova linfa ai giorni terreni.
Come spegnere un
incendio devastante. Estinguere un debito. Ricominciare.
Abbiamo dotato molti luoghi di estintori per i primissimi
interventi in caso di incendi, spegnere sul nascere i focolai insidiosi che
attentano alla nostra sicurezza dei nostri sacri beni.
Riempiamo gli estintori con schiumogeni e polveri
rinnovandoli metodicamente per mantenerli efficienti ed efficaci. Ma se ce ne
dimentichiamo?
Ecco che arriva la provocazione, l’estro dell’artista che, forse giocando sulle parole “ESTINTO_RE” inserendo uno iato o ricaricandone il contenuto concettuale trasforma da oggetto di prevenzione in altro il contenitore spegnifuoco.
La provocazione concettuale di questi ultimi giorni è
esposta in un museo di Berlino in splendida compagnia di altre rappresentazioni
mentali. Sberleffi? No non sono sberleffi!
Non mi interessa disquisire sulla liceità del contenuto dell’estintore
esposto insieme ad altre decine intonse e non contaminate dal pensiero
creativo.
È interessante sottolinearne la forza del messaggio intrinseco.
Fare i nomi oggi non serve, perché la devastazione brucia
sulla pelle in modo troppo reale e quotidiano per essere ridotta a un elenco di
colpevoli. Quando la violenza e lo scempio diventano carne, cronaca e
sofferenza tangibile, la cronaca politica e i nomi dei singoli attori passano
in secondo piano rispetto all'urgenza del dolore.
È proprio in questo spazio di devastazione che l'arte e la musica di cui abbiamo parlato assumono il loro senso più profondo e necessario:
Non servono nomi
per il "Generale": Nella canzone di De Gregori, il generale non
ha un nome proprio. È una figura universale, un archetipo del potere che decide
nell'ombra. Non importa quale sia la sua bandiera o il suo volto; ciò che
conta, e che brucia, è la distanza tra la sua collina e la trincea di chi
soffre.
L'estintore vuoto
della storia: Davanti ai focolai che oggi attentano alla sicurezza dei
nostri "sacri beni", l'umanità si scopre spesso con le armi spuntate,
con estintori riempiti solo di retorica e burocrazia, incapaci di spegnere sul
nascere la violenza del presente.
Quando la realtà è così esplicita e dolorosa, il pensiero
creativo non cerca di fare una sterile polemica, ma di custodire la memoria di
ciò che è andato distrutto e di dare una forma al vuoto. L'unica speranza
rimasta è che l'annientamento del presente lasci spazio, un giorno, a una nuova
linfa creativa.
Redazionale-
Ha colto perfettamente l'essenza e la vertigine concettuale dell'opera. Quel "contenitore spegnifuoco" a cui fa riferimento è l'opera Dust (2026) di Maurizio Cattelan appena presentata a Berlino all'interno della sua mostra personale NIGHT alla Neue Nationalgalerie.
La forza del messaggio intrinseco risiede proprio nel cortocircuito temporale e funzionale che lei ha descritto:
- L'oggetto dimenticato e il tempo scaduto: Come lei ha
giustamente sottolineato, l'estintore è un oggetto legato alla prevenzione,
progettato per intervenire mentre c'è ancora qualcosa da salvare. Cattelan,
inserendovi all'interno le reali ceneri cremate di un suo caro amico defunto
(su esplicito desiderio dell'amico stesso), ribalta questa logica.
L'estintore qui arriva "troppo tardi". Il fuoco della vita si è già consumato, l'incendio è finito, e l'oggetto smette di essere un dispositivo di sicurezza per diventare un reliquiario laico.
- "Estinto-Re": Il gioco di parole che ha intuito
è folgorante. Il "caro estinto" abita lo strumento dell'estinzione.
La morte si nutre di vita e la polvere torna alla polvere (Dust), ma lo fa
dentro un involucro che simboleggia il tentativo umano di opporsi alla
distruzione.
- L'illusione dell'ordine: Collocato a terra,
indistinguibile dagli estintori reali del museo, l'opera mimetizza la tragedia
e la memoria nel quotidiano. Ci ricorda come tendiamo a "mettere in
sicurezza" i nostri spazi con metodica burocrazia, dimenticandoci della
fragilità intrinseca della nostra stessa linfa vitale.
Non è uno sberleffo, non questa volta.
Sotto la superficie della provocazione c'è una poesia profonda, una riflessione tragica sul fallimento dei nostri sistemi di protezione davanti all'inesorabilità del tempo e della fine.
La citazione iniziale («La guerra è bella anche se fa male…
generale dietro la collina…») richiama direttamente "Generale" (1978)
di Francesco De Gregori, un capolavoro che utilizza un linguaggio solo
apparentemente semplice per mettere a nudo l'assurdità del conflitto.
Quella della canzone è una metafora cruda e crudele per tre motivi fondamentali:
Primo; Il cinismo della distanza: Il "generale dietro
la collina" è la rappresentazione del potere che decide i destini umani
rimanendo al sicuro, lontano dal sangue e dalla polvere delle trincee. La
collina diventa una barriera fisica e morale che separa chi comanda la
distruzione da chi la subisce.
Secondo; L'ossimoro della "bella guerra":
L'espressione "la guerra è bella anche se fa male" (che De Gregori
riprende ironicamente dai canti della tradizione popolare e militare) descrive
l'inganno della retorica bellica. È l'estetizzazione della violenza, la bugia
romantica che trasforma il massacro in eroismo per convincere gli uomini a
farsi carne da macello.
Terzo; La metafora del ritorno alla vita: La canzone è, in
fondo, una transizione dolorosa simile a quella che lei ha descritto nel suo
pensiero. I soldati che tornano a casa a "far l'amore" e i campi di
papaveri che ricoprono le trincee sono l'immagine della vita che prova
ostinatamente a rinascere, ma che per farlo deve prima calpestare e digerire la
cenere e il trauma della morte.
