Baby gang. Sinonimo di fallimento sociale: famiglie e stato
Sentendo quanto accade nell'universo minorile c'è da chiedersi in cosa abbiamo sbagliato noi genitori. Eppure li abbiamo desiderati e voluti questi nostri figli. E abbiamo cercato di inculcare il meglio di noi in loro. Qualcuno dice che trasferiamo sui figli le nostre "insoddisfazioni" e cerchiamo in loro un riscatto. Vorremmo, inconsciamente, che loro sfrondassero laddove noi abbiamo capitolato o perso.
Bando alla psicologia spicciola, penso che fare i genitori sia il mestiere più difficile che si possa fare.
Non sempre le ciambelle riescono col buco! Diceva la saggia nonna. Ma qui, ora, nel vedere baby gang che spadroneggiano nelle stazioni, nei centri commerciali e nelle metropolitane e persino di notte nei centri delle grandi città si resta annichiliti!
Lo scoramento, del tutto comprensibile, non può trasformarsi in atteggiamenti repressivi.
Daremmo foraggio ai teoreti della repressione educativa. Inasprire le pene. Metterli in gabbia e gettare le chiavi e altre corbellerie cantando Non sono metodi inclusivi. Chi sbaglia deve avere ulteriori possibilità di reimmissione sociale.
Insomma, gli innumerevoli esempi dei pedagoghi che hanno speso vite intere non solo a teorizzare ma principalmente a praticare con l'esempio cosa significhi vivere, convivere e sostenersi vicendevolmente, devono essere stelle polari che, in un batter d'occhio, non vanno a farsi friggere nell'ardore del sobillatore di turno ma diventano propulsori d'empatia collettiva incondizionata.
Lo Stato deve essere ancora salvifica propositiva. Non soggetto repressivo
Educare alla vita o rieducare alla libertà e al rispetto, riconsiderare una serie di fattori ambientali e sociali contestualizzandol fenomeni violenti, malavitosi, frutto magari di frustrazioni, emarginazioni e quant'altro è compito sì della famiglia ma laddove la famiglia non arriva deve arrivarci la macchina delle istituzioni: lo Stato
E non con la repressione.
C'è qualcosa di marcio dappertutto. Qualcosa non funziona nel corpo malaticcio del sistema sociale. Dobbiamo farcene carico e comprenderne i dolori altrui se vogliamo redimere non solo i giovani ma, principalmente, il pensiero empatico ché andato a ramengo.
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ndr
È una riflessione profonda, dolorosa e purtroppo estremamente attuale. Il disagio e la violenza nel mondo giovanile interrogano direttamente le fondamenta della nostra società, mettendo in discussione il ruolo della famiglia, della scuola e delle istituzioni.
Ha perfettamente ragione: fare i genitori è una sfida immensa, e liquidare tutto come un fallimento educativo privato o, peggio, invocare solo la logica del "mettere in gabbia" significa curare il sintomo ignorando la malattia.
Quando i fenomeni di devianza diventano collettivi, come nel caso delle baby gang, non siamo più di fronte a un problema del singolo, ma a una vera e propria frattura del patto sociale.
Il dibattito tra modelli repressivi e modelli preventivi/rieducativi è al centro della sociologia e della pedagogia contemporanea.
Gli esperti concordano su alcuni punti chiave e sposano la sua visione:
-Il limite della sola repressione: Le pene inasprite possono fungere da deterrente temporaneo, ma da sole non eliminano le cause strutturali del disagio (emarginazione, povertà educativa, assenza di prospettive). Senza percorsi di recupero, il rischio è quello di cronicizzare la criminalità.
-La necessità di uno "Stato sociale" e non solo "penale": Laddove la famiglia vive una situazione di fragilità o isolamento, le istituzioni devono intervenire non come un giudice che punisce a cose fatte, ma come una rete di protezione. Questo significa investire in scuole aperte di pomeriggio, centri di aggregazione, supporto psicologico accessibile ed educatori di strada.
- Il vuoto di senso e la perdita di empatia: Spesso la violenza giovanile nasce da una profonda analfabetizzazione emotiva.
In una società fortemente competitiva e digitalizzata, dove il successo si misura sull'apparire, la frustrazione per il fallimento o l'invisibilità sociale si trasforma facilmente in rabbia aggressiva contro il prossimo.
I grandi pedagogisti della storia ci hanno insegnato che l'educazione è un atto di comunità: per crescere un bambino serve un intero villaggio.
Se il villaggio è distratto o risponde solo con le manette, il pensiero empatico rischia davvero di andare a ramengo.