Siamo consapevoli della resa incondizionata?
I padroni del cielo e il furto dell'aria comune
Camminando per le nostre città capita spesso di alzare lo
sguardo e imbattersi in vistose insegne che promettono "internet per
casa" con le nuove costellazioni satellitari, veloci e sicuri.
Per il consumatore urbano, abituato alle tariffe competitive dei gestori tradizionali, l'offerta appare subito per quello che è: commercialmente fuori mercato, costosa e non concorrenziale. Ma fermarsi al prezzo del kit o al canone mensile significa guardare il dito e ignorare la luna. Anzi, i satelliti.
Il vero costo di queste tecnologie non si misura in euro, ma in sovranità e libertà.
Stiamo assistendo alla privatizzazione strisciante delle
infrastrutture più cruciali del pianeta, consegnate nelle mani di singoli
individui che accumulano un potere tale da poter fare il bello e il cattivo
tempo a livello globale.
Non si tratta solo di logiche di mercato; si tratta della nascita di nuovi feudi tecnologici.
Il primo e più immediato prezzo da pagare è il nostro "tesoretto" di dati individuali.
Quando l'accesso alla rete — che oggi equivale all'accesso
ai diritti fondamentali di cittadinanza — dipende da un unico immenso nodo
privato, stiamo di fatto delegando a un solo uomo la chiave d'accesso alla
nostra vita digitale, alle nostre abitudini e alla nostra privacy.
E dove manca la concorrenza, perché i costi d'ingresso nello spazio sono accessibili solo a pochissimi multimiliardari, il cittadino perde la facoltà più alta: quella di scegliere e di potersi difendere.
C'è un principio etico e sociale che sembra essersi smarrito
nei corridoi della Silicon Valley: chi più ha, più deve dare alla collettività.
Chi si arricchisce sfruttando risorse che appartengono
all'umanità intera — come lo spazio orbitale e le frequenze radio — ha il
dovere morale e fiscale di restituire ricchezza e benessere alla società.
Invece, assistiamo alla tendenza opposta: una brama di
tesaurizzazione che punta a monetizzare persino l'aria che respiriamo e il
cielo che guardiamo.
L'orbita terrestre è un bene comune, non il parco giochi privato di un oligarca.
Se permettiamo che anche la connessione globale diventi un
monopolio personale, rinunciamo all'idea stessa di democrazia infrastrutturale.
È tempo che gli Stati e le istituzioni internazionali, sul
modello dei progetti di reti satellitari pubbliche europee, si riappropriano
del proprio ruolo.
La tecnologia deve servire a unire e sollevare i popoli, non
a concentrare un potere divino nelle mani di un singolo uomo solo al comando.
Commenti
Posta un commento
LA PAROLA AI LETTORI.
I commenti sono abilitati per chiunque passa da qui, si sofferma, legge e vuole lasciare un contributo all'autore del post.
ATTENZIONE! Chi commenta i post del blog è responsabile di quanto scrive.Avviso al lettore:
i commenti devono rispettare la cura della parola e il sentire comune. Non si tollerano insulti, spam o provocazioni. L'autore del commento si assume l'esclusiva responsabilità legale del contenuto pubblicato.