I lavori programmati di enel
Cronaca di un blackout-
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| "misteri" |
-Il giorno del blackout nel quartiere-
La giornata è iniziata con quel silenzio strano, quasi artificiale, che solo un blackout sa portare. Giù al portone l'avviso parlava chiaro: dalle 8 del mattino alle 16 saremmo rimasti senza energia elettrica per dei lavori programmati. I soliti momenti di normale panico, quelli in cui ti rendi conto di quanto la nostra vita dipenda da un filo invisibile. Fuori l'aria era immobile, una morsa di calore asfissiante che toccava i 35 gradi all'ombra, mentre dentro l'abitacolo della macchina il termometro segnava già 40 gradi precoci e spietati. Una giornata infernale per chiunque, diventata subito un'emergenza silenziosa per il nostro condominio.
Il blocco forzato dell'ascensore, infatti, si è rivelato un ostacolo insormontabile. Viviamo in una realtà dove la popolazione è ormai inevitabilmente invecchiata; tra i vicini ci sono persone fragili, anziani che faticano a muoversi e persino qualcuno cardiopatico. Per loro, anche solo pensare di affrontare quattro o cinque piani di scale a piedi, con quel clima opprimente, non era uno scherzo: era un rischio enorme per la salute. Sapere che l'intero palazzo era prigioniero nei propri appartamenti, senza nemmeno la possibilità di accendere un condizionatore per trovare un po' di sollievo, creava un senso di angoscia collettiva.
Verso le 14, inaspettatamente, la luce è tornata. Essendo un
intervento pianificato, abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo. Speravamo
che gli anziani, ma anche tutti coloro che dipendevano da impianti di
refrigerazione o agitatori d'aria, potessero finalmente rinfrescare le stanze e
che il peggio fosse ormai alle spalle. I guai veri, però, sono arrivati più
tardi, verso le otto di sera, quando la giornata sembrava ormai incanalata sui
binari della normalità.
Sono passato dal fornaio a ritirare le pizze che avevo
ordinato per cena, dopo una giornata decisamente "particolare".
Appena varcata la soglia, mi è corso un brivido lungo la schiena: il negozio
era immerso in una penombra strana. Non era il buio pesto della notte, ma
quella luce debole e malata che ti fa capire subito che qualcosa si è rotto. Il
fornaio era lì, letteralmente distrutto, sull'orlo di una crisi di nervi. Si
copriva la faccia con le mani, poi alzava gli occhi al cielo imprecando a bassa
voce. "Sono rovinato" ha detto, con il filo di voce di chi ha perso
tutto in un attimo, "non so se domani potrò lavorare". Mi ha spiegato
che, da quando era tornata la corrente, la sua attività era paralizzata: alcune
lampade erano fioche, i banchi frigo rimanevano spenti e i forni – il cuore del
suo lavoro – erano completamente saltati, fulminati da un ritorno di tensione
troppo forte. "Avranno invertito la fase..." sussurrava.
Davanti alla disperazione di quell'uomo che
vedeva i sacrifici di una vita andare in fumo per un errore altrui, ho
avvertito un profondo senso di solidarietà. In un quartiere che invecchia, la
bottega del fornaio non è solo un negozio: è un punto di riferimento, un pezzo
della nostra quotidianità condivisa. Vederlo così indifeso faceva male. Ho
preso le mie pizze, uscite da quel caos per chissà quale miracolo, lasciandogli
una parola di conforto che sapevo essere troppo piccola per quel disastro, e
sono uscito con un nodo allo stomaco.
Tornato a casa, l'amara sorpresa: l'ascensore era di nuovo
fermo. Altre scale, altra fatica accumulata in una giornata passata a sudare e
a boccheggiare. Pensando ai vicini più deboli di nuovo bloccati nelle loro case
calde, la rabbia è aumentata. Ma la vera disperazione l'ho trovata varcando la
mia porta. Anche da me, c'era lo stesso scenario spettrale. Il frigorifero
emetteva rumori sinistri, come un lamento. Alcune lampadine effondevano una
luce misera, altre restavano ostinatamente spente.
L'ansia è montata e mi ha stretto la gola.
Sono tornato indietro nel tempo, a un'esperienza identica vissuta anni prima.
Anche allora il frigo continuava a staccarsi e riattaccarsi, la lampada
d'emergenza sulla stessa ciabatta lampeggiava debolmente e c'era quel maledetto
odore di bruciato nell'aria. All'epoca, ingenuo, non avevo collegato quel
disastro al blackout programmato – ironicamente spacciato dai cartelli come un
modo "per migliorare le esigenze dell'utenza". Quella distrazione mi
era costata un patrimonio: un frigorifero e una lavatrice nuovi da comprare nel
giro di ventiquattr'ore.
Con il fantasma di quella spesa che mi rincorreva, con i tempi che corrono, per chi vive di salario o pensione, è più che logico!, ho
iniziato a cercare aiuto. Ho tempestato l'Enel su ogni canale possibile: chat,
assistenti virtuali, risposte automatiche. Alla fine sono riuscito a parlare
con una persona reale, un operatore umano che, poverino, ha cercato prima di
tutto di calmarmi e di darmi un po' di coraggio. Poi mi ha dato l'unica dritta
possibile: "Stacchi il salvavita".
Ho abbassato la leva del quadro elettrico e, all'improvviso,
è sceso il buio totale. Un buio pesante, che amplificava ogni cosa. L'attesa da
quel momento è diventata drammatica, una vera prova di resistenza psicologica.
Senza la minima spia accesa, senza il ronzio degli elettrodomestici in
sottofondo, la casa sembrava una scatola vuota e ostile. Il caldo estivo,
accumulato durante le ore precedenti, si è fatto ancora più denso, quasi
solido. Sentivo l'aria pesante nei polmoni mentre camminavo a tentoni, guidato
solo dal riflesso fioco dello schermo del telefono, controllando ossessivamente
la percentuale della batteria che scendeva.
Ogni minuto sembrava un'ora. Nella penombra, lo stato
d'ansia si è trasformato in una morsa: fissavo le sagome dei miei
elettrodomestici domandandomi se fossero già "morti" o se fossi
arrivato in tempo per salvarli. C'era un senso di impotenza frustrante, il
timore concreto di svegliarsi l'indomani con centinaia di euro di danni, il
tutto mentre fuori il quartiere restava muto, prigioniero dello stesso destino.
È stato un conto alla rovescia logorante, in cui il silenzio e l'oscurità non
facevano che alimentare i brutti ricordi.
Intorno alle 23, finalmente, ho potuto riattivare il
salvavita. Il flusso elettrico è tornato stabile, le luci si sono accese con
una stabilità rassicurante e la tensione accumulata si è sciolta. Prima di
mettermi a letto, ho chiamato il fornaio: grazie al cielo anche da lui la
situazione si era risolta e, ormai tranquillo, si apprestava a sonni
rigeneranti. Sono scivolato a letto stremato.
Dopo qualche ora di sonno profondo, nel cuore della notte,
un suono improvviso mi ha fatto sobbalzare: il citofono. Ho risposto al
ricevitore ancora avvolto nel torpore del sonno. "Siamo la squadra
dell'Enel..." ha gracchiato la voce dalla strada. Con gli occhi semichiusi
e la stanchezza ancora addosso, ho risposto semplicemente che era tutto a
posto, che la situazione era tornata alla normalità. E sono tornato a dormire,
sperando che stavolta fosse vero per tutti noi: per la mia casa, per il povero
fornaio e per i miei vicini più fragili.

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