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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Economia e Lavoro, beni Nazionali

 

n   Il costo umano del risanamento:

n  da Italtel all’ex ILVA, le ferite aperte della politica industriale italiana

 



La memoria storica del lavoro in Italia è spesso divisa tra la celebrazione del successo manageriale e la realtà vissuta da chi quel successo lo ha pagato in prima persona. Negli anni ’80, il volto della modernizzazione industriale italiana fu incarnato da Marisa Bellisario, amministratrice delegata di Italtel.

Se la narrativa manageriale esalta la sua figura come un modello di efficienza e risanamento, la prospettiva dei lavoratori racconta una storia diversa: quella del sacrificio di trentamila famiglie e della nascita di nuove forme di precariato di Stato.

Questa dinamica non appartiene solo al passato, ma si riflette drammaticamente nelle crisi industriali odierne, come quella dell’ex ILVA di Taranto.

n   Il modello Italtel: efficienza finanziaria e sradicamento sociale

Quando Marisa Bellisario assunse la guida di Italtel nel 1981, il colosso pubblico delle telecomunicazioni era gravato da pesanti perdite. La sua missione, fortemente sostenuta dal governo di Bettino Craxi, fu una sintesi di strategia aziendale e volontà politica.

Il risanamento dei bilanci fu ottenuto attraverso una drastica cura dimagrante.

I termini utilizzati dai vertici e dalle istituzioni parlavano di "accompagnamento", "esodo" e "parcheggio nelle liste di collocamento". Per i lavoratori, tuttavia, la realtà fu quella dell'estromissione dal circuito produttivo. Dietro i numeri dei bilanci in attivo si nascondeva il dramma di circa 30.000 dipendenti, le cui vite vennero traghettate verso un limbo occupazionale. Questo processo non creò pace sociale, ma frammentazione, gettando le basi per un precariato storico – spesso assorbito dalle pubbliche amministrazioni a costo zero – che ancora oggi attende una stabilizzazione definitiva.

n   Il paradosso delle telecomunicazioni italiane

A distanza di decenni, l'esito di quel sacrificio appare ancora più amaro se analizzato dal punto di vista strategico.

Italtel, un tempo leader della transizione digitale italiana, non esiste più nella sua forma originaria.

In un mondo oggi dominato dalla gestione ipertecnologica dei dati e dalle telecomunicazioni, il patrimonio di competenze e infrastrutture pubbliche è andato disperso.

Il risanamento degli anni '80 non è stato capace di costruire una strategia di lungo periodo, lasciando l'Italia dipendente da colossi esteri e privati in un settore cruciale per la sovranità nazionale.

n   Da Taranto a Italtel: la perseveranza dell'errore

Il parallelismo con la vicenda dell'ex ILVA di Taranto dimostra come la storia industriale italiana rischi di ripetersi, ignorando gli errori del passato.

Anche a Taranto ci si trova di fronte al medesimo bivio: la gestione di un asset strategico (ieri la tecnologia, oggi la siderurgia) e la tutela della comunità e dei lavoratori.

Il rischio attuale è il medesimo vissuto negli anni '80: cedere il comparto alla concorrenza privata o smantellarlo senza una visione di lungo termine, scaricando i costi sociali sulla collettività e lasciando i lavoratori privati di un futuro certo.

Cambiano le tecnologie e le epoche, ma il meccanismo rimane identico: la sofferenza dei lavoratori è trattata come una costante inevitabile, un effetto collaterale accettabile in nome del mercato.

Ricordare la transizione di Italtel non significa coltivare un nostalgico risentimento, ma esercitare un dovere civico per evitare che la storia si ripeta.

Gli errori del passato devono servire da monito.

Una vera politica industriale non può limitarsi al risanamento contabile a breve termine o alla delega incondizionata al privato, ma deve fondarsi sulla responsabilità sociale e sulla protezione del lavoro, inteso come dignità e stabilità per le famiglie e per il Paese.

 

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