Allegorie. La brioscia e la ficara
--Cresciamo cantando filastrocche di cui ignoriamo il senso. A dodici anni, la vita è una brioscia solo perché è dolce, soffice e profumata di zucchero. Il resto è solo suono.--
--A dodici anni la vita non si capisce, si canta. Si ripete a memoria per mimetizzarsi tra i vicoli di una Napoli che ti battezza con la sua lingua che sa di storia e melodia.--
A vita è comm"na brioscia;
“ a vita è comm’na’brioscia; n’araputa e’ccosce, o pesce
tras, a panza crisc, u figlio nasce o pesc’s’ammosce a vita firnisce”
Rimembranze di gioventù. Goliardi versi che si ripetevano
sorridendo. Durante l’infanzia non comprendi quello che dici ma ripeti comunque
dei versetti satirici. Ed io, studente nella Napoli, e lontano da casa, cercai
d’integrarmi. Imparai presto le espressioni napoletane e mi sentivo parte
integrante della comunità.
Non sapevo cosa volessero intendere quelle parole
cantalenate, scorrevoli e musicali fino a quando un istitutore non mi richiamò
bruscamente. A 11/12 anni è difficile conoscere il mondo e l’iter metaforico
della vita racchiuso nella cantilena.
Oggi, dall’alto dei miei … anni, forse ho capito
qualcosina…
La Brioscia, l’Istitutore e il Teorema di Partenope
A dodici anni non vedi il mondo, lo canti. Lo ripeti a memoria per sentirti grande, per mimetizzarti tra i vicoli di una Napoli che ti accoglie come uno straniero e ti battezza con la sua lingua di lava e melodia. Io, studente fuori sede decisamente precoce, cercavo solo la cittadinanza in quella terra straniera. Volevo integrarmi.
Così, mandai a memoria quel vangelo profano, quella
cantilena ritmata e goliardica, convinto fosse solo un inno alla colazione e
alla spensieratezza:
«A vita è comm’na’brioscia; n’araputa e’ccosce, u pesce
tras, a panza cresc, u figlio nasce, o pesc’s’ammosce, a vita firnisce».
La recitavo ad alta voce per strada e nei corridoi della
scuola, fiero di quel suono così fluido, scorrevole, perfetto. Cresciamo
cantando filastrocche di cui ignoriamo il senso, ripetendo parole come note
musicali, senza spartito. A quell'età la vita è una brioscia solo perché è dolce,
soffice e profumata di zucchero. Il resto dei versi? Semplici suoni. Rumori di
fondo di una città che ti mastica e ti sputa più saggio, mentre cerchi solo di
farti spazio tra i primi turbamenti.
Fino al giorno del grande “ceffone”.
Un pomeriggio, nel silenzio austero del corridoio del
collegio, la mia performance canora si scontrò contro il muro dell'autorità. Il
passo felpato dell'istitutore si fermò di colpo. Il suo sguardo, severo e
tagliente come una lama, si piantò nei miei occhi da undicenne ignaro.
«Cosa stai dicendo? Lo sai almeno cosa significa?!»
Fu un richiamo brusco, una sberla verbale che mi congelò la
brioscia in gola. Rimasi lì, muto, incapace di afferrare l'iter metaforico di
quella biologia spicciola. Per me il pesce era quello del mercato, la pancia
cresceva per i troppi dolci e il tabù degli adulti mi sfuggiva completamente.
L'unica cosa chiara era che avevo toccato un filo dell'alta tensione. Arrivò il
dogma, arrivò il "non si dice", e l'innocenza si scontrò con la
censura, lasciandomi con una domanda sospesa: ma cosa avrà mai questo pesce di
così drammatico?
Oggi, dall’alto dei miei anni accumulati come strati di una
sfogliatella, guardo indietro a quel bambino e sorrido. Quell’istitutore voleva
salvare la mia morale, ma ha solo rimandato l'appuntamento con la realtà. La
profezia del vicolo si è avverata tutta, con una precisione chirurgica che
nessun manuale di anatomia o filosofia saprà mai eguagliare.
Il tabù si è sciolto e la metafora è diventata
un'implacabile sequenza biologica. La brioscia si è aperta. La carne ha fatto
il suo corso. La pancia è cresciuta (e spesso non solo per i figli, ma per la
birra e i carboidrati), i figli sono nati, e la parabola vitale ha iniziato la
sua discesa, dritta verso quell'inevitabile, flaccida conclusione che tanto
spaventava i benpensanti.
Che magnifica fregatura, la consapevolezza. Abbiamo speso
una vita a studiare per capire il mondo, quando la chiave di tutto ci era già
stata consegnata a dodici anni, gratis, tra le risate di una gioventù che non
aveva paura di finire.
La vita, in fondo, non è una tragedia greca. È una
sceneggiata napoletana in cinque atti rapidissimi, scritti sul retro dello
scontrino di un bar. Si nasce nell'ignoranza musicale, si vive nella carne, si
morde la brioscia e si finisce a sorridere del fatto che, dopotutto, la
filosofia spicciola del vicolo aveva perfettamente ragione e possedeva la
verità.
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