L'odore del tempo
Ogni volta che ripenso a quegli anni, mi tornano in mente i saliscendi di via Vercillo, a Catanzaro.
Per noi ragazzi era 'a sagghjiuta o 'a scinduta 'e Mauru. Proprio lì, all'angolo di un antico palazzotto baronale, c'era la tipografia di Giacinto Mancaruso. Era proprio in questo periodo dell'anno, subito dopo la fine della scuola, che frequentavo assiduamente quella bottega. Mentre i miei compagni preferivano andare al mare a Catanzaro Lido, io sceglievo di passare le mie giornate lì, immerso in un mondo che profumava di inchiostro e carta.
Catanzaro, via Vercillo, per i catanzaresi a sagghjjiuta, o scinduta e Mauru a seconda se si scende da via Mario Greco direzione via Indipendenza o viceversa.
Ai piedi di via Vercillo, all’angolo di un antico palazzotto baronale, c’era la tipografia di Giacinto Mancaruso, sì, così mi pare si chiamasse quell’uomo tondo e in carne che la gestiva. Stampava manifesti elettorali e tomi, volantini pubblicitari, insomma faceva lavori artigianali di stampa e rilegatura.
La prima vola che entrai, il rumore delle macchine in
funzione mi misero allegria. E l’odore dell’inchiostro lo respiravo a pieni
polmoni. Solo dopo seppi che i caratteri mobili in piombo e l’inchiostro
provocavano gravi danni alla salute. Ma a me piaceva quel ticchettio delle
rotative. Anche la machina piccola dove si metteva una matrice contenuta e su
misura per le partecipazioni di nozze o biglietti da visita e carta intestata.
Tommaso, Tommy un ragazzo ormai padrone del mestiere, mi diede i
primi suggerimenti. Sempre ciarliero e allegro, ma quando faceva le ore piccole,
in qualche night club, e dopo “branda”
come diceva lui per dire che aveva acchiappato e fatto sesso, era l’ombra di sé.
Lui era stampatore, compositore e correttore di bozze. Ma sapeva
anche la tecnica per rilegare libri, album e raccoglitori di una certa
manifattura.
"Il ricordo della tipografia di Giacinto Mancaruso a Catanzaro evoca l'atmosfera vibrante delle botteghe artigiane di un tempo, dove i suoni e gli odori definivano l'identità di un intero quartiere anche a chi non li ha vissuti. E, a me, ricorda la mia giovinezza."
In quel piccolo regno di piombo e carta, i giorni passavano
scanditi dal ritmo ipnotico delle macchine. Tommaso, nonostante le sue nottate
brave e le mattine passate a combattere con il sonno, quando si metteva davanti
al bancone della composizione si trasformava. Aveva una manualità pazzesca. Lo
guardavo specchiarsi nei cassetti dei caratteri mobili: prendeva le lettere al
contrario con una velocità impressionante, infilandole nel compositoio senza
sbagliare un colpo. "La stampa è un'arte di pazienza," mi diceva nei
suoi rari momenti di serietà, prima di lasciarsi andare all'ennesimo aneddoto
piccante sulla sera precedente.
Giacinto Mancaruso sorvegliava tutto con la placida autorità
della sua stazza affinché il lavoro si svolgesse bene e dava fiducia ai collaboratori. Seduto dietro la sua scrivania ingombra di bozze e
preventivi, sembrava quasi un barone d'altri tempi, perfettamente integrato
nell'architettura di quel palazzo antico. Quando entrava un cliente per i
manifesti elettorali, Giacinto si accendeva. La politica a Catanzaro era una
cosa seria, e i muri di via Indipendenza dovevano parlare chiaro. Si discuteva
sui font, sulla grandezza dei titoli, sul colore dell'inchiostro che doveva
asciugare perfettamente per non sbavare sotto la pioggia.
Il vero miracolo, però, avveniva nel retrobottega, dove l’odore acre dei solventi lasciava il posto a quello dolce della colla di farina e della pelle. Era lì che i fogli stampati diventavano libri. Tommaso mi mostrò come cucire i fascicoli a mano, usando un ago grosso e un filo di spago robusto. Vedere un mucchio di fogli slegati trasformarsi in un volume solido, con la copertina rigida telata e i fregi in oro impressi a caldo, mi faceva sentire testimone di una magia senza tempo.
Oggi, passando da via Vercillo, quel ticchettio metallico
non si sente più. La sagghjiuta e la scinduta di Mauro continuano a scorrere
sotto i piedi dei catanzaresi, ma il profumo dell'inchiostro fresco è svanito,
custodito solo nella memoria di chi, come noi, ha respirato la vita dentro
quella tipografia.
“La fede socialista
di Giacinto e la grinta di suo figlio Tano aggiungono uno spaccato sociale e di
costume potentissimo alla Catanzaro di quegli anni.”
Giacinto Mancaruso non era solo un artigiano; era un
"compagno" socialista di quelli vecchi stampo, con l'ideale stampato
nel cuore e, spesso, anche sui manifesti che uscivano dalle sue rotative. Nella
sua tipografia la politica non si stampava soltanto, si discuteva con passione.
Tra un rullo d'inchiostro e una risma di carta, Giacinto difendeva i diritti
dei lavoratori, commentando gli articoli dell' Avanti! con la stessa precisione
con cui Tommaso allineava i caratteri di piombo. Per lui, quel lavoro manuale
era il simbolo stesso del riscatto operaio.
La tipografia era una questione di famiglia, lì, spesso la moglie cucinava qualcosina. Giacinto aveva
due figli, una ragazza che faceva l’attrice a Roma e un maschio, Tano. La vita
non era stata del tutto generosa con Tano, lasciandogli sin dalla nascita una
gamba più corta. A quei tempi la tecnologia medica era ancora una promessa
lontana, e per camminare doveva affidarsi a una protesi di legno, pesante e
rigida, che cercava di camuffare come poteva. A vederlo muoversi a piedi, lungo
i saliscendi di via Vercillo, sembrava condannato alla lentezza della sua
menomazione.
Ma il vero miracolo si compiva quando Tano stringeva tra le
mani il manubrio del suo "Morini tre marce".
Appena saliva in sella, la gamba di legno smetteva di essere
un peso e diventava parte della macchina. Conosceva quel motore bullone per
bullone. Quando accendeva il Morini, il rumore metallico dello scappamento
riempiva l'angolo del palazzotto baronale, quasi a fare a gara con il ticchettio
delle rotative del padre. Tano ingranava la marcia e, in un attimo, diventava
una scheggia. Sfrecciava in salita verso via Mario Greco o giù in picchiata in
direzione di via Indipendenza, sfidando la gravità e le pendenze da’ scinduta e
Mauru. Su quelle due ruote, la sua disabilità svaniva nel vento, trasformandolo
nel ragazzo più veloce e libero di tutta Catanzaro.
“Il ritorno a Catanzaro e la scoperta della scomparsa della
tipografia segnano il momento più intimo e malinconico del mio ricordo: il
contrasto netto tra la memoria romantica del passato e la fredda realtà del
progresso commerciale.”.
Poi, come spesso accade nella giovinezza, le strade si
divisero. Io partii da Catanzaro, lasciandomi alle spalle il ticchettio delle
rotative, le nottate di Tommaso e le corse spericolate sul Morini di Tano. La
vita mi portò altrove, ma quella bottega rimase sempre un punto fermo nei miei pensieri,
un angolo di memoria in cui tornare nei momenti di nostalgia.
Quando finalmente feci ritorno a Catanzaro, una delle prime cose che volli fare fu scendere lungo via Vercillo. Sentivo il bisogno fisico di respirare di nuovo quell'odore acido d’inchiostro, di sentire la voce ciarliera di Tommaso o di incrociare lo sguardo fiero e bonario del “compagno” Giacinto.
Ma arrivato all'angolo del palazzotto baronale, mi accolse
un silenzio irreale. Le rotative erano spente per sempre.
Spinto da una curiosità dolorosa, entrai. Varcai la soglia e
mi sembrò di aver sbagliato indirizzo. Quel vecchio pavimento sterrato, ruvido,
dove le sporadiche lastre di cemento erano decorate dalle macchie nere e
indelebili dell'inchiostro versato in anni di lavoro artigianale, non esisteva
più. Al suo posto erano state posate delle mattonelle lucide, asettiche,
specchiate, capaci di riflettere solo la luce fredda dei neon.
L'odore della carta e dei solventi era stato cancellato dal
profumo chimico di un banale negozio di casalinghi e detersivi. Scaffali di
plastica carichi di flaconi colorati occupavano lo spazio, dove un tempo
Giacinto discuteva dell’Avanti! E dove Tano sognava la velocità e gareggiare
con Agostini. Quella modernità così pulita e ordinata sembrava voler cancellare
a tutti i costi il sudore, la fatica e la poesia di un mestiere antico.
Rimasi lì fermo per qualche minuto, un estraneo in un luogo
che avevo sentito mio. Sotto quelle mattonelle lucide, però, sapevo che il
cuore della tipografia batteva ancora, custodito sotto il cemento, invisibile
agli avventori del negozio ma eterno per chi lo aveva vissuto.

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