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Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Come nella Torino della Ginzburg

 


Citando Natalia Ginzburg, Filippo Veltri riflette nel suo articolo sulla persistente insofferenza per il mese d'agosto e la "dittatura dell'estate".

Veltri fa suo il testo e descrive il periodo post-Ferragosto come un risveglio collettivo, evidenziando come la sensazione di liberazione descritta nel 1971 rimanga attuale. 





L’ESTATE SECONDO NATALIA GINZBURG (DI TANTI ANNI FA)

DI FILIPPO VELTRI

Ormai si parla solo del caldo, ritornato feroce in queste ultime ore. Sui social dilagano le proteste sull’estate. L’odio persino e così mi è tornato in mente questo straordinario articolo che calza a pennello per la gioia dei tanti odiatori della stagione estiva

. Odio il mese d’agosto fino al giorno di Ferragosto. Scriveva infatti così Natalia Ginzburg su La Stampa del 22 agosto del 1971.  E proseguiva: passato il Ferragosto, mi sembra di uscire da un incubo. Mi sembra che tutto lentamente migliori per me. Cominciano i temporali d’autunno. Amo l’autunno e nell’autunno, di solito, scrivo qualcosa. Nell’estate, rarissimamente riesco a scrivere. Non odio l’estate per il caldo. Non mi accorgo del caldo e non me ne importa niente. Mi ricordo che fa caldo solo quando ne parlano gli altri. In verità ho cercato più volte di spiegarmi perché odio tanto l’estate. Nell’infanzia l’estate mi piaceva. Era la mia stagione preferita. Mi rallegravo del caldo e delle prime ciliegie. Allora, a Torino, c’erano molte carrozze, e i vetturini cacciavano in testa ai cavalli, d’estate, cappucci di tulle per difenderli dalle mosche. Io dicevo che i cavalli erano “vestiti da fata”. Ai primi cavalli “vestiti da fata” mi sentivo felice. L’estate significava andare in villeggiatura. Comparivano nel corridoio i nostri bauli, enormi e vecchissimi, con lastroni di ferro rugginosi, una sorta di dinosauri. Mia madre, nel fare i bauli, sospirava e sbuffava. Né a lei né ai miei fratelli piaceva andare in villeggiatura. Si annoiavano. Io mi divertivo. Per quattro mesi, stavamo in montagna. Il luogo e la casa li decideva mio padre. Erano sempre, secondo mia madre, case scomode e luoghi noiosi, dove non si trovava nessuno con cui scambiare mezza parola. Assistevo alla cerimonia dei bauli con viva gioia. La mia felicità era solo un poco offuscata dal malumore di mia madre. Appena ero in montagna, mi immaginavo di essere un’abitante di quei luoghi, nata là e destinata a vivere là per sempre. Mi sforzavo di cancellare dalla mia memoria la nostra casa di città. Non avevo altri bambini con cui giocare, e camminavo sola nei prati cercando cavallette e ranocchie. Allora non conoscevo la noia o la conoscevo appena, mi durava pochi istanti. Per pochi istanti, sbuffavo e ciondolavo intorno alla casa. Venivo subito rimproverata. Secondo mio padre, annoiarsi era una colpa sempre, ma soprattutto in montagna. Mia madre invece sembrava pensare che il diritto alla noia l’avevano soltanto i miei fratelli e lei stessa. Io non avevo questo diritto essendo piccola. Secondo mia madre, i bambini non dovevano mai né sbuffare né ciondolare.

  La Ginzburg scoprì solo in seguito che una simile sensazione non era sola a provarla, che era una sensazione comune a molti, perché molti in qualche istante della loro esistenza si sono sentiti esclusi e mortificati dall’estate. ‘’Molti come me – proseguiva - allora hanno odiato lo splendore abbagliante del cielo sui prati e sui boschi. Molti come me ai primi segni dell’estate si sentono in angoscia come all’annuncio di una disgrazia, perché in essi risorge lo spavento del giudizio e della condanna. A noi sembra allora di trovarci senza scampo, inchiodati nel punto dove siamo. Chi è solo, a un tratto, ha l’esatta misura della propria solitudine. Il ritmo abituale dei giorni si spezza. Le consuete sofferenze diventano insopportabili, rischiarate incessantemente da una luce solare e crudele. La nostra vita giace in disordine ai nostri piedi. Ci sentiamo costretti a enumerarne ogni dolore o errore. La luce dell’estate illumina senza misericordia il nostro silenzio, la nostra persona immobile, circondata di antiche e nuove catastrofi. Ci sentiamo a un tratto seduti sul banco degli imputati. Come in un interrogatorio di terzo grado, noi restiamo immobili, annichiliti e stravolti. Impossibile nasconderci a noi stessi e agli altri. Impossibile alzare un braccio per nascondere il nostro volto. la folla dei treni. Tutti partono, e ci chiedono se anche noi partiremo’’.

  Abbiamo pubblicato questi ampi stralci di questo memorabile articolo della grande scrittrice a metà  della nostra estate calabrese ma non torinese. Torrida e da ieri ancora più bollente. Anche qui però - come nella Torino della Ginzburg - è una estate slabbrata, caotica, snervante. Fatta di tante sagre, tante tante sagre, feste, processioni, tante processioni, tanto effimero. Basteranno? Non crediamo.

 

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