Milano e non solo. La rabbia dei sottomessi
Ci hanno chiamato e siamo venuti. Così ha risposto un ragazzino a chi gli ha chiesto perché si trovava in piazza a Milano per protestare.
Il girone dei sottomessi: se la rabbia giovanile assalta piazza Duomo a Milano
«Ci hanno chiamato e siamo venuti». Ha risposto così un ragazzino, in piazza a Milano durante i disordini del 17 e 18 ottobre 2026, a chi gli chiedeva il motivo della sua protesta. Ma chi ha chiamato, e perché? La cronaca giornalistica liquida la questione parlando laconicamente di ragazzi di seconda e terza generazione; giovani descritti come "bambini cerebrali", privi di guide, valori ed etica, radunatisi a due passi dal Duomo per saccheggiare quei capi griffati che altrimenti non potrebbero mai permettersi.
Siamo passati dalle violenze per noia – come gli episodi
della minicar nera – allo svaligiamento sistematico dei negozi, allo
sfondamento delle vetrine blindate e al furto delle casse.
Azioni distruttive, prive di una reale matrice politica, che nascondono però un vuoto molto più profondo.
Di fronte a questo scenario, la politica e i ministri
scelgono di "mostrare i muscoli", convinti che la linea dura e le
punizioni esemplari bastino come deterrente.
Ma la repressione da sola non basta: serve un impegno sociale immediato che veda in prima linea istituzioni, parrocchie, famiglie e reti di quartiere.
Anche perché lo specchio di ciò che rischiamo è appena
oltreconfine: in Francia la bomba sociale delle periferie sta già esplodendo e
i governi, arroccati su posizioni ottuse, continuano a incolpare i flussi
migratori, dimenticando che le migrazioni sono un fenomeno culturale e di
sopravvivenza inarrestabile.
Di fatto, l'ascensore sociale si è frantumato e il mito del lusso impera.
La verità è che l'ascensore sociale in Italia si è frantumato. L'istruzione e il duro lavoro non garantiscono più l'emancipazione economica, lasciando i ragazzi privi di un futuro concreto.
Schiacciati tra salari bassi, precarietà e un costo della
vita insostenibile, molti giovani si muovono come "zombie" sociali:
alienati, arrabbiati e attratti dalla faciloneria dei social network.
Questo ecosistema digitale mostra loro un mondo polarizzato
e spietato, diviso rigidamente tra "chi ha" ed esibisce il lusso e
"chi non può".
Esclusi visivamente e materialmente da questo benessere
effimero, i ragazzi si sentono intrappolati nel girone infernale dei
sottomessi; l'assalto ai simboli del consumo diventa così l'unica, violenta
reazione a un'esclusione sociale diventata intollerabile.
Due visioni a confronto: sicurezza o riforme strutturali?
Il dibattito pubblico e sociologico si spacca oggi su due
letture contrapposte di questa emergenza:
• La linea della fermezza e della legalità voluta da
Autorità, associazioni dei commercianti e parte dell'opinione pubblica
condannano fermamente i saccheggi, derubricandoli ad atti criminali e puro
vandalismo.
Da questa prospettiva, la priorità assoluta è la tutela dell'ordine pubblico, da attuare attraverso un intervento deciso delle forze dell'ordine e sanzioni severe che scoraggino nuovi disordini.
Mentre, la via del riscatto e dell'investimento sui giovani
per sociologi, economisti e reti sociali spingono invece per non cedere al
disfattismo e per riattivare urgentemente i canali della mobilità sociale.
Secondo questa visione, la risposta non si trova nelle celle,
ma in una riforma profonda del sistema educativo, in investimenti sulle
competenze e nel supporto concreto all'imprenditoria giovanile.
La frattura insanabile tra le legittime aspettative delle
nuove generazioni e la dura realtà di un mercato del lavoro asfittico rimane la
sfida più complessa dei nostri giorni.
Senza interventi strutturali capaci di restituire ai giovani
strumenti reali e valori solidi, la rabbia delle periferie continuerà a
bussare, con violenza, alle porte del centro.
