Francesco, Il potere senza potere
…FRANCESCO E GUARASCI, UN SANTO E UN POLITICO, DISTANTI MA VICINI
A distanza di tre giorni ricorrono due anniversari importanti, pur nella differenza enorme tra i due uomini. La distanza tra loro è di quasi ottocento anni, eppure le loro vite, pur diversissime anche nei valori che le hanno rappresentate, possono essere considerate sullo stesso terreno: quello della crisi dei valori e del vuoto culturale nel quale si trova oggi la nostra società.
Uno è un Santo, con una vita dedicata alla santità; l’altro è un politico, con una vita dedicata alla politica. Entrambi sono morti giovani: il primo giovanissimo. Entrambi hanno percorso, con fatica e coraggio, la strada che avevano intrapreso per servire senza riserve la causa che avevano scelto.
Una scelta maturata dalla consapevolezza che vivere in questo mondo non serve a nulla se la vita è soltanto per sé stessi, per i propri desideri e per le proprie ambizioni, e non diventa invece vita per gli altri.
Uno è San Francesco d’Assisi, di cui oggi ricorre l’ottocentesimo anniversario della morte.
L’altro è Antonio Guarasci, politico calabrese, di cui ricorre il cinquantaduesimo anniversario della tragica scomparsa(2 ottobre 1976), avvenuta a Polla nell’incidente sull’autostrada mentre si recava a Roma per una vertenza che riguardava lavoratori calabresi. Guarasci, primo presidente della Regione Calabria, portava con sé l’impegno politico e umano per la sua terra e per il suo sviluppo.
Sono cattolico, innamorato di Gesù e appassionato di Francesco: del Santo di Assisi e del Francesco che, attraverso quel bellissimo Papa appena scomparso, abbiamo imparato a conoscere e ad amare.
E pertanto mi viene quasi da chiedere scusa anche alla mia Chiesa, se avessi involontariamente e in qualche modo espresso male questo accostamento, apparentemente irriverente.
Ma ho sentito spontaneo il bisogno di farlo, non per “rassomigliare” due uomini che restano profondamente diversi, ma per dire quanto poco abbiamo appreso, in ottocento anni da Francesco e in cinquantadue da Guarasci, anche del più piccolo dei loro insegnamenti.
E per dire che ricordarli o celebrarli oggi deve necessariamente significare, anche per noi cattolici praticanti, riuscire a portare nella nostra vita qualcosa di ciò che essi hanno fatto nella loro.
Io li richiamo entrambi e li accosto ai peccati che, credenti o non credenti, abbiamo commesso e ancora commettiamo, e all’offesa del dovere civico che abbiamo compiuto e continuiamo a compiere a danno della nostra terra.
Si è detto tanto, anche in questi ultimi giorni, e ancora si dirà, quasi tutto, di Francesco d’Assisi.
Del suo amore per il creato e per tutti gli esseri umani si è detto. Del suo amore per la Chiesa e del rigore, anche duro, con il quale ne denunciava le debolezze; dell’ardore con cui ne chiedeva il rinnovamento, affinché fosse davvero, e concretamente, la Chiesa dei poveri e per i poveri, come avrebbe detto otto secoli dopo Francesco il Papa, mutuando dal Santo parole e sentimenti.
Si dirà, come è stato già detto, che egli sia stato il primo cultore di una certa idea di Europa, dentro quella più grande dell’affratellamento dei popoli.
E da questa idea, si è detto e si dirà, che il mondo intero è l’unica terra e l’unico Paese per tutti gli uomini e per tutte le donne, per tutti i popoli.
Si è detto e si dirà che da questa idea universale sia nata quella della pace, quale spazio nel quale gli uomini, fratelli, avrebbero potuto realizzare le condizioni del vivere insieme nella giustizia e nella libertà.
Uomini e donne uguali nella loro dignità di persone, senza distinzione di genere. Come tutti gli uomini e tutte le donne sono uguali anche nella diversità della loro fede religiosa, perché Dio, comunque lo si voglia vedere, è sempre uno: creatore della vita, di tutte le cose e di ogni realtà che comprende e vive la vita.
Si dice e si dirà che Francesco non sia stato soltanto un fervente sognatore della pace, ma un coraggioso costruttore di pace.
Eppure, a guardare dentro il nostro presente e nelle pagine dei libri di storia, scopriamo che nulla, o quasi nulla, di quanto Francesco abbia detto è stato realmente praticato nel corso di questi otto secoli.
Proprio nulla, nonostante decenni di fatiche eroiche e di battaglie condotte anche da Francesco il Papa, che del Santo è stato un fedele, appassionato e coerente seguace.
Ci sarebbe addirittura da ironizzare sul fatto che i ricchi, gli ingordi, i cinici del potere ricoprirebbero San Francesco e Francesco di quintali d’oro tempestati delle pietre più preziose perché, secondo loro, avrebbero esaltato la povertà come valore e dunque come condizione da rispettare e istituzionalizzare, magari proprio a giustificazione e legittimazione di una ricchezza senza numeri che la misurino e senza confini che la delimitino.
Non si è detto, e forse non si dirà ancora abbastanza, invece, che Francesco è stato un autentico rivoluzionario: un uomo che ha usato la sua fede in Dio e l’esempio di Gesù per affermare che la verità impone di cercare la giustizia e di praticare l’eguaglianza per la liberazione dei popoli.
Liberazione da ogni forma di prigionia.
La povertà è una prigionia.
Il potere che la impone è un carceriere.
L’ingiustizia sono le prigioni.
Chi la infligge attraverso le diseguaglianze è l’ingiusto che produce e perpetua l’ingiustizia.
L’uso di Dio contro un altro Dio, e di un Dio contro altri uomini, per giustificare le guerre — quelle combattute con le armi e quella più grande, la guerra della povertà — è il peccato più grave quando diventa, in maniera estesa, il male più grande che la mente umana possa concepire e l’orrore più devastante dell’agire umano.
Francesco, il Santo, e Francesco, il Papa, hanno scelto la povertà personale non per esaltarne una sorta di esprit de finesse, ma perché, sentendola sulle proprie spalle, potessero combatterla affinché altri, nel mondo, non dovessero subirla.
E attraverso battaglie reali e vere — quelle con le mazze della verità in mano e i forconi ideali del coraggio e dell’amore per il prossimo — sconfiggere la povertà, abbattendo tutti gli ostacoli, le resistenze, le ideologie, gli egoismi e i diversi poteri che vorrebbero ancora imporla, accentuando così la più radicale dicotomia nel mondo di questa umanità divisa.
Francesco, il Santo, e Francesco, il Papa.
Da quel Santo erano e tali sono rimasti, nella coscienza ancora addormentata del mondo, rivoluzionari veri: quelli che ribaltano e sovvertono il potere non per sostituirlo con un altro, ancora più cinico e indifferente al senso umano del potere, ma per costruirne uno nuovo.
Il potere senza potere.
Il potere degli uomini senza potere, quello degli ultimi che non diventeranno i primi perché non vogliono che vi siano altri secondi dopo di loro.
Il potere degli esseri uguali, che costruiscono insieme, ciascuno secondo la propria capacità, la ricchezza complessiva del pianeta, divisa secondo i giusti meriti e i bisogni veri.
Non si è detto, e non si dirà abbastanza, che Francesco il Santo e, dal suo esempio, Francesco il Papa sono stati due uomini politici nel senso più alto e profondo del termine: uomini che volevano creare ciò che ancora non ci è riuscito di creare pienamente.
La Politica.
Quella vera: il terreno sul quale fioriscono tutti i fiori degli ideali di giustizia, di libertà e di pace.
La Politica: il luogo nel quale non vi sono muri né pareti, né steccati né filo spinato, ma solo fratelli che camminano sullo stesso sentiero, quello della vita.
La Politica: il Parlamento planetario nel quale l’io diventa noi e la propria posizione diventa una scelta condivisa.
La Politica: la Chiesa universale che realizza il Bene e salva e protegge i beni universali.
Ah, dimenticavo.
Preso dalla passione, ho dimenticato di dirvi di Antonio Guarasci e di una certa somiglianza con il Santo.
Ma l’ho fatta lunga, e io stesso mi sono stancato a scrivere, immaginando quanto potrebbe stancarsi chi mi legge nel continuare questa lettura.
Ma non dimentico Guarasci.
Di lui parlerò in questi giorni.
Perché, se c’è una cosa che è sicura, è che la vita degli uomini grandi non si cancella con il tempo e non si esaurisce nella memoria.
Ciò che resta sono le grandezze umane che hanno saputo lasciare dietro di sé.
Franco Cimino