Da lettore a scrittore
Consumatori o produttori di flussi energetici?
Mi piaceva leggere. Leggevo ovunque e sempre. Persino al lavoro nei momenti di pausa anziché uscire per il rituale della pausa caffè insieme ai colleghi preferivo starmene in un cantuccio e leggere. Ed ora scrivo!
Leggo di meno. Molto di meno. Dopo avere letto i classici
della letteratura, dai russi agli occidentali, i nuovi scrittori mi sembrano
insignificanti. Difficilmente trovo un
testo attraente
È un'evoluzione comune per chi scrive, penso. Quando si passa dall'altra parte della pagina, l'occhio cambia e diventa inevitabilmente più esigente. E non è solo una perdita di interesse, ma una metamorfosi professionale e intellettuale.
Ritengo che la transizione e il senso di insoddisfazione
verso la letteratura contemporanea dipendono da dinamiche ben precise.
Vi è un cambio inevitabile, quasi obbligato di "lente" quando da lettore si inizia l'avventura dello scrittore.
Non che sia diventato uno scrittore inserito nelle classifiche e neppure sentirmi tale per avere scritto chissà quanti libri.
Ma adesso qualcosa è cambiato. Prima leggevo per farmi
cullare dalla storia; ora la mia mente smonta il testo mentre lo legge.
Noto i trucchi del mestiere, le frasi fatte, le debolezze
strutturali. Diventa difficile farsi rapire da un libro quando se ne vede
costantemente lo scheletro tecnico.
Dopo aver letto i russi, Dostoevskij, Tolstoj e i grandi classici occidentali, si è sviluppato un palato letterario finissimo.
Molta narrativa contemporanea soffre di
"iper-semplificazione" o punta su un'immediatezza commerciale che, a
chi cerca la verticalità dei classici, appare inevitabilmente superficiale e
insignificante. Ti accorgi che i grandi temi sono stati saturati da tempo e i
contemporanei scrivono quasi per noia o “per un tot a riga”.
Non si possono consumare le energie creative senza mettere in campo uno sforzo immenso.
Scrivere significa,
appunto, dosare la stessa energia che un tempo dedicavo a decodificare e
assimilare le storie degli altri, oggi la uso per dare vita al mio mondo
interiore. Traslare la realtà attraverso la poetica del mio essere.
Dopo un primo momento ho smesso di colpevolizzarmi.
La fase di "digiuno" e di estrema selezione è il modo in cui la mia mente protegge la voce nascente che spinge alla scrittura, evitando che sia inquinata da storie che non mi appartengono.
Coltivare la scrittura, a volte, dopo un’analisi sociale o
un libro riesumato per caso è per farne uno inedito che devo ancora finire di
scrivere forse è ciò che voglio davvero.
C’è stato un tempo in cui i miei minuti si misuravano in
pagine.
Ricordo il rumore della macchina del caffè, il
brusio dei colleghi che si radunavano nei corridoi per il solito rito della
pausa, e io che rimanevo indietro.
Scivolavo su una sedia, in un angolo riparato, per aprire un
libro. Leggevo ovunque. Leggevo per fame, per urgenza, per vivere stanze che
non erano le mie.
In quelle pagine c’era l’esilio siberiano, il fango delle trincee occidentali, l’assoluto che cercavo in ogni respiro.
Poi, qualcosa si è spezzato. O forse, si è semplicemente
compiuto.
Oggi su quella sedia siedo ancora, ma tra le mani ho un
foglio bianco da inserire nella Olivetti 82, o uno schermo acceso che mi
consente di buttare giù i pensieri immediatamente e di non sentire il
ticchettio dei tasti meccanici, non consumare carta e correggere subito gli
errori di battitura e i ripensamenti.
Scrivo. E, quasi senza accorgermene, ho smesso di leggere.
Quella biblioteca infinita che prima era il mio rifugio oggi mi appare, troppo spesso, come un deserto di parole già dette, di trucchi svelati.
I nuovi libri mi scivolano addosso senza lasciare traccia;
mi sembrano piccoli, fragili, insignificanti se paragonati ai giganti russi o
ai classici che hanno formato la mia anima.
All'inizio ho provato colpa. Mi chiedevo dove fosse finita
quella passione totalizzante. Poi ho capito di avere solo cambiato pelle.
Sono diventato un artigiano della parola e del pensiero! Al pari
di chi sa come costruire una sedia o un altro manufatto qualsiasi che necessita
di mestiere. E come un bravo falegname, non riesci più a sederti senza
controllarne le giunture, il taglio del legno, l'equilibrio delle gambe.
Ecco, in me, l'occhio del lettore ingenuo è morto per fare spazio a quello dello scrittore, un occhio chirurgico, spietato, inevitabilmente critico, istintivamente valutativo.
Forse il prezzo da pagare per dare vita alle proprie storie è proprio diffidare degli altri "scrittori".
La lettura non è più un abbandono, ma un confronto. Eppure, in questo silenzio di letture interrotte, sento che la mia voce sta finalmente trovando lo spazio per risuonare, libera dal rumore dei pensieri altrui.
Non cerco più il libro perfetto tra gli scaffali. Cerco, forse,
il coraggio di scriverlo.
m. i.