Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Eclissi delle personalità nello swapo social

Approfondimento inerente alle dinamiche filosofiche di Bauman relative alll nostra quotidianità iper-connessa.


 L’Eclissi della personalità nella solitudine dell'era social


 
Viviamo nell’epoca della reperibilità permanente, eppure non siamo mai stati così distanti gli uni dagli altri. 
Se Zygmunt Bauman potesse osservare le dinamiche che regolano le nostre giornate odierne, dominate da feed infiniti e notifiche istantanee, vi rintraccerebbe la perfetta e spietata sanzione della sua "modernità liquida". 

Una liquidità che ha smesso di essere una teoria sociologica per farsi carne, abitudine, postura esistenziale.

Il filosofo ebreo-polacco ci aveva avvertiti: la tecnologia non ha abolito la solitudine, l’ha semplicemente resa interattiva. 

Oggi celebriamo il trionfo della connessione 

a discapito della relazione. 


La differenza non è semantica, ma politica ed esistenziale. 


La connessione è un legame a bassa intensità, un filo di seta digitale che si tende e si spezza con la stessa facilità con cui si sfiora uno schermo. 

È un rapporto privo di attrito, totalmente rimesso all'arbitrio del nostro pollice. 

La relazione, al contrario, esige la presenza del corpo, l'imprevedibilità dello sguardo e, soprattutto, l'accettazione del rischio. 

Nel mondo reale, l'altro non può essere silenziato, bloccato o rimosso con un clic. L'altro esiste nella sua spigolosa e talvolta scomoda differenza fisica.

La grande transizione della nostra era consiste nella sostituzione del dialogo con l'eco. 


All'interno delle nostre bolle digitali – quelle "echo chamber" profetizzate da Bauman – cerchiamo disperatamente la conferma di ciò che già pensiamo.

 Il dissenso è percepito come un trauma, la sfumatura come un tradimento. Estirpando l'incontro con il diverso da noi, stiamo progressivamente disimparando l'arte della negoziazione sociale. 

Ci muoviamo come monadi corazzate in un mare di consensi artificiali, incapaci di abitare il conflitto costruttivo.

C'è un paradosso speculare che riguarda la nostra intimità. 


Il Panopticon di orwelliana memoria, quel grande occhio statale che sorvegliava i cittadini contro la loro volontà, si è capovolto. 


Oggi la sorveglianza è un atto di squisita e volontaria sottomissione. 


Esibiamo la nostra quotidianità, mercifichiamo i nostri affetti e monetizziamo le nostre fragilità sull'altare del gradimento pubblico. 

Esisto se vengo visto; esisto se accumulo like. Ma un'identità costruita esclusivamente sullo sguardo altrui è, per definizione, un'identità precaria, costretta a un maquillage perenne per non essere rigettata dal mercato dell'attenzione.


Cosa resta, dunque, della comunità? Resta un simulacro. 

Le "comunità di guardaroba" di cui parlava il sociologo: aggregazioni temporanee nate attorno a un hashtag, a un'indignazione collettiva o a una moda passeggera, destinate a sciogliersi non appena lo spettacolo è finito e ciascuno torna a riprendersi il proprio cappotto.


Uscire da questa apparente condanna liquida non significa cedere a un nostalgico luddismo, né demonizzare gli strumenti che governano la nostra epoca. 

Significa, più radicalmente, rivendicare il diritto alla lentezza e allo spessore dei legami. 

Significa recuperare la virtù del silenzio e lo sforzo dell'ascolto. Contro la tentazione di una vita vissuta in superficie, l'unica vera resistenza consiste nel restituire al tempo la sua solidità, accettando la scommessa più antica del mondo: quella di guardare l'altro negli occhi, senza lo schermo a fare da scudo.

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