Senza omissioni, la fame degli altri
L’analisi di Franco Cimino offre una profonda e amara riflessione sulla guerra contemporanea, denunciando come i conflitti spariscano dai media senza essere realmente cessati e si trasformino in una silenziosa e disumana crisi umanitaria incentrata sulla privazione delle risorse vitali.
Evidenzia, altresì, come la fine di un conflitto rappresenti
spesso un'illusione mediatica che maschera il continuo consumo di guerre
nell'indifferenza generale. Tale dinamica alimenta il ciclo economico della
produzione di armi e favorisce l'assuefazione alla violenza, mentre nei campi
profughi si consuma un drammatico genocidio silenzioso legato alla privazione
dell'acqua.
…LA GUERRA CHE È FINITA E CONTINUA SENZA FERMARSI. LA GUERRA
E L’ACQUA
La guerra è finita.
È finita la guerra. Anche se si spara ancora. E ancora si
uccide.
Non ne parlano più i giornali. È sparita dai telegiornali, sia che fosse la prima sia che fosse l’ultima notizia. È scomparsa dai salotti televisivi, quelli dei soloni che discettano sulle morti e sulle rovine che non hanno mai visto e delle quali non si importano nulla.
La morte è quella degli altri.
E i palazzi che cadono sulle strade asfaltate, come i
missili sulle terre fertili, sono degli altri.
E sono lontane.
La guerra è finita perché nessuno ne parla.
Non ne parlano quelli che non ne parlavano prima. Quelli che
non la vedevano proprio.
Non ne parlano quelli che la inondavano di fiumi di parole
inutili e vuote.
La guerra è finita perché, probabilmente, non c’è mai stata.
Quella che abbiamo visto tambureggiare dentro le nostre case
attraverso commenti, video e foto trasmesse non era la guerra.
Erano prove generali di qualche film colossal di quelli
americani che fanno vendere molto e incassare denari a palate.
La guerra è finita.
E, se ne è rimasta ancora un poco, essa è solo quella dei
missili e delle armi che sono rimasti nei magazzini e che devono essere subito
liquidati, perché si svuotino gli arsenali.
Ma non per metterci il grano di cui parlavano Pertini e papa
Francesco, e di cui parla oggi anche Prevost.
Solo per lasciarli liberi di essere occupati da nuovi
missili, da nuove armi, da nuovi carri armati.
Insomma, da tutto quell’armamentario che, mentre fa riposare
le fabbriche che lo producono, sarà presto ricostruito, rifabbricato.
La guerra è finita perché la guerra ha sconfitto se stessa.
Non la pace l’ha sconfitta.
Ma la guerra, perché non ha più nulla da distruggere.
Lascia intanto il tempo di ricostruire ciò che tra qualche
mese dovrà essere distrutto.
Cosicché non si fermi quel processo che muove il denaro,
riciclandolo sempre nelle stesse mani.
Quelle lorde di sangue. Quelle sporche di guerra.
Soldi che faranno sempre lo stesso giro e mica si fermano
alla stazione principale, quella che genera il potere, corrompe la coscienza
delle persone, altera la volontà popolare e costituisce il più colossale
imbroglio.
Quello nei confronti della democrazia attraverso il voto
ingannevole. La volontà bugiarda.
L’intelligenza obnubilata. Come le coscienze. Delle persone.
E dell’intera società.
Quella che nella stupidità e nell’assenza di coscienza,
quella dell’amoralità, è unica.
Questa sì che non ha confini.
La guerra è finita perché stanno morendo i reduci delle
generazioni che dalla fine della guerra sono nate, che la guerra hanno
combattuto anche idealmente e che della guerra hanno formato una coscienza
pacifista e libertaria.
Ed è finita perché la guerra, come assenza di pace e di
cultura della pace, vive nell’indifferenza delle nuove generazioni, nate
durante queste guerre, che solo di guerre hanno sentito parlare e solo immagini
di guerre hanno visto nei film, nei cartoni animati di quando erano bambini e
nelle fotografie di ogni giornale che presenta il disprezzo della vita e la
violenza come mezzo non solo di risoluzione dei conflitti, ma di affermazione
di sé.
Di sé Paese. Nazione.
Di sé, padroni di Stato e capi delle dittature.
Di sé nei confronti di altri sé, quali membri della propria
famiglia, della propria comunità, del proprio Paese, e anche come compagni di
lavoro e degli stessi che consideriamo amici, senza conoscere più il valore
dell’amicizia, che è soprattutto amore.
E di sé, infine, come persona, come soggetto individuale
all’interno del quale si muovono tanti conflitti che, non riuscendo a superare,
proiettiamo all’esterno e carichiamo come rancore, odio o semplice avversione
nei confronti degli altri.
Specialmente se più deboli. Più fragili.
Specialmente se considerati diversi da noi.
La guerra è finita. Questa guerra è finita.
Per riposare un poco.
O farsi soltanto intervallo fra le due guerre.
Attesa di quella successiva.
Ma non finisce la guerra laddove insiste la violenza disumana, più disumana di quella insita nella guerra guerreggiata.
La guerra nei campi cosiddetti profughi, quelle enormi
distese di deserto morale oltre che fisico, in cui da anni vengono stipate
famiglie e persone sempre più numerose, scampate fisicamente alla guerra.
Ma che ogni giorno muoiono per mancanza dei beni più
essenziali soltanto al vivere fisico.
È una guerra ancora più dura di quella che chiamiamo in
inverno, nelle stesse praterie della disumanità.
Quando le tende vengono bucate dalla pioggia e schiacciate
dalla neve.
È lì, dentro o fuori, tra l’acqua sporca che scorre a fiumi
tra le gambe, che muoiono di freddo e di malattie a centinaia, centinaia al
giorno.
Soprattutto i vecchi e i bambini.
Questa guerra d’agosto è ancora più dura.
Sotto cinquanta gradi all’ombra, dove davvero l’ombra ci
fosse, è come mettere un cuscino sul viso di una persona e tenerlo schiacciato
con una forza incontenibile.
È la guerra di questa strage, del genocidio programmato a
tavolino, perché solo con un poco di risorse e di umanità si potrebbero evitare
le conseguenze più tragiche.
È la guerra dell’acqua. Sì, proprio dell’acqua.
Non c’è un elemento che più caratterizzi la guerra, anche
oltre gli stessi missili e i droni, che possa rappresentare l’orrore della
guerra più dell’acqua.
L’acqua che manca. Totalmente.
In quegli accampamenti bruciati e nei territori dei Paesi
abbattuti.
L’acqua da bere, innanzitutto.
L’acqua per lavarsi, al minimo reclamo gridato dalla nostra
pelle.
L’acqua per cucinare, una qualsiasi pietanza che fosse anche
della residua erba che ancora ci fosse.
E l’acqua per rinfrescarsi e dare respiro al corpo,
spegnendo le fiamme che questo calore assurdo gli sta bruciando addosso.
La guerra che è finita, invece, continua. E non si ferma.
Franco Cimino

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