Manager sopravvalutati: Marisa Bellisario
Il mito del risanamento di Italtel crolla se analizzato sotto la lente del borgo-capitalismo di Stato: un'operazione che non ha salvato l'azienda sul lungo termine, ma ha blindato il capitale azionario scaricando i costi sociali sulla collettività.
La valutazione sull'operato di Marisa Bellisario (1981-1988)
oscilla da sempre tra la celebrazione della prima vera top manager italiana e
la dura critica sindacale per una ristrutturazione spietata.
Questo caso rimane uno dei nodi più complessi della storia
industriale italiana, stringendosi attorno a un paradosso fondamentale: il
management ha capitalizzato e privatizzato i meriti di un'innovazione
tecnologica che era, a tutti gli effetti, un patrimonio pubblico preesistente. Parliamo dunque della:
· Prospettiva critica e dei costi sociali del "Risanamento" a firma Bellisario
Di fatto si può tranquillamente dire che, se pur blandamente, vi fu della
- Macelleria sociale: Il personale fu drasticamente ridotto da 30.000 a meno di 20.000 dipendenti, liquidando la forza lavoro come rami secchi.
- e La transizione tecnologica fu interamente finanziata con fondi pubblici e un uso massiccio della Cassa Integrazione, proteggendo Stet e IRI a spese dei contribuenti.
Insomma, il risanamento avvenne con l'espulsione anziché la riconversione della forza lavoro:
I lavoratori non furono riqualificati
per il nuovo ciclo produttivo, ma semplicemente espulsi dal tessuto industriale
del territorio.
La prospettiva manageriale consisteva nel turnaround economico, cioè il salvataggio finanziario:
Nel 1981
Italtel perdeva miliardi di lire ed era sull'orlo del collasso produttivo e
strutturale.
La gestione Bellisario azzerò il deficit, ma lo fece
scaricando i costi dell'efficienza sulla società civile e sulla forza lavoro.
Ritorno al profitto e commercializzazione della Linea UT.
La dirigenza impose
l'industrializzazione forzata dei sistemi digitali, trasformando i prototipi in
prodotti pronti per il mercato.
Il nodo tecnologico non fu una “trovata” della Bellisario. Era un patrimonio già esistente!
Il dibattito storico non riguarda la paternità dell'innovazione, ma lo sfruttamento commerciale di un'eredità tecnica radicata negli anni '60 e '70.
Bellisario non inventò la transizione digitale di Italtel;
la trovò già nei laboratori.
Il Sistema Proteo: Sviluppato dall'allora Sit-Siemens https://fondazioneisec.archiui.com/entita/453-siemens-poi-sit-siemens-poi-italtel
, era già il primo sistema italiano di commutazione pubblica elettronica e
numerica.
Il ruolo dello CSELT:
Il centro di ricerca del gruppo STET guidava la ricerca sulle centrali
digitali, collaborando con l'azienda ben prima degli anni '80.
Competenze diffuse:
L'elettronica avanzata e i brevetti chiave erano già una realtà consolidata nel
sistema pubblico e in eccellenze private come la Telettra di Ivrea.
Il verdetto industriale: Sfruttamento o sopravvivenza?
L'accusa al modello Bellisario è netta: aver ereditato l'immenso valore tecnologico creato da tecnici e ingegneri per compiere una pura operazione di bilancio e sfoltimento, senza reale merito tecnico proprio.
Di contro, la visione neoliberista obietta che, senza quella
ristrutturazione aggressiva, l'azienda non avrebbe mai avuto i capitali e la
snellezza necessari per tradurre i prototipi del laboratorio in prodotti
commerciali di massa.
Resta il fatto storico: la tecnologia e il know-how erano
già vivi e vegeti in fabbrica; il management si limitò a capitalizzarli,
blindando i bilanci e lasciando dietro di sé un deserto occupazionale.
Il salvataggio impossibile: perché l’Italia industriale non riesce a proteggere insieme impresa e lavoro
Dal caso Italtel alla crisi delle grandi aziende pubbliche: tra ristrutturazioni necessarie e costi sociali scaricati sulla collettività, il modello italiano continua a oscillare tra efficienza finanziaria e fragilità del lavoro. Esistono alternative, ma richiedono un cambio culturale profondo.
La parabola di “Italtel” è un prisma attraverso cui leggere
quarant’anni di capitalismo italiano: dalle partecipazioni statali al dominio
dei fondi di investimento, passando per ristrutturazioni che hanno salvato le
aziende ma non sempre le persone.
La cura drastica di Marisa Bellisario, celebrata come un
capolavoro manageriale, resta anche il simbolo di un modello che ha chiesto ai
lavoratori di pagare il prezzo della modernizzazione.
Negli anni ’80 Italtel era un gigante di 30.000 dipendenti,
cresciuto grazie alla spesa pubblica e alla protezione politica.
L’arrivo della tecnologia digitale rese quel modello
insostenibile: la Bellisario tagliò 12.000 posti, riportò l’azienda in utile e
la rese competitiva. Ma il costo sociale fu enorme, sostenuto dallo Stato
attraverso prepensionamenti e ammortizzatori. È il paradosso del capitalismo
pubblico italiano: si socializzano le perdite, si privatizzano i profitti.
Oggi Italtel è un’azienda snella, poco più di 1.000 dipendenti, controllata da fondi come Nextalia e Clessidra. Il suo futuro non dipende più da strategie industriali nazionali, ma da logiche finanziarie globali. Il contenzioso con Digital Value è solo l’ultimo segnale di un settore dove il capitale decide, e il lavoro subisce.
La domanda che resta è semplice e brutale: è possibile salvare un’azienda senza sacrificare migliaia di persone?
La storia dice che
quasi mai è possibile, ma le eccezioni esistono: i Workers Buyout che
trasformano fabbriche fallite in cooperative; la codeterminazione tedesca che
obbliga manager e lavoratori a condividere le scelte; la ristrutturazione
responsabile che investe nel reskilling invece che nei licenziamenti.
Sono modelli che salvano “capra e cavoli”, ma richiedono una
cultura diversa: capitali pazienti, leggi forti, una visione del lavoro come
risorsa e non come variabile da tagliare. Finché il successo sarà misurato
trimestre per trimestre, la tentazione di scaricare i costi sui lavoratori
resterà la scorciatoia più semplice.
Il caso Italtel ci ricorda che l’efficienza senza equità è
una vittoria a metà. E che un Paese che non protegge il lavoro finisce per
indebolire anche le sue imprese.
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