L'estate delle sagre finisce a Palermiti
L’ultima domenica d’agosto: fede, spilli e cartapesta per le vie del paese
Ultima domenica d’agosto.
Si dissaru li missi … A Palermiti si concludono le sagre e le feste paesane. L’ultima domenica d’agosto si celebra la festa della Madonna Maria Santissima della Luce.
Ricordo la statua in gesso cartonato, suppongo, dalle guanciotte rosse e le mani da bambola grassoccia che teneva in braccio un bambolotto paffuto ed entrambi con la corona in testa. Esteticamente il manichino sacro ha, penso, movimentato le notti e i momenti trascorsi in solitudine dei bambini, ponendoli in uno stato di ansia comprensibile.
Nonostante L’Onnipotente abbia ordinato all’uomo: “non fare
simboli in suo nome e sembianze”, come al solito, l’uomo, fatto di carne, vuole
dialogare con qualcuno che sia tangibilmente visibile. Ed ecco un rifiorire di
statue e simboli sacri nonostante il monito divino.
Inutile! L’uomo non è tagliato per l’amore platonico e men che meno per gli ideali astratti.
Nel mio immaginario la visione della statua portata a spalla
dai devoti che se la contendevano, per grazia ricevute o in attesa che si
avverassero, e le pacchiane che tiravano dal fazzoletto arrotolato la
cartamoneta con la spingola per appuntarla alle fasce che dal collo scendevano
fino aii piedi.
Quelle strisce si riempivano sempre, attaccavano meglio
delle moschicida, nella devozione paesana.
Oggi, non so se ancora gli emigranti e quanti sono rimasti
in paese continuano nella tradizionale messinscena.
Intanto, si dissaru li missi e pp’è st’annu on sin’da’dinnu kkiù missi cantati.
Si dissaru li missi: il tramonto delle feste paesane.
L’estate finisce a Palermiti
L'ultima domenica d'agosto porta con sé quel sapore
dolceamaro di fine estate, dove la malinconia per le feste che si avviano alla
conclusione si mescola alla potenza della tradizione.
Il ritratto della festa di Maria Santissima della Luce a Palermiti cattura perfettamente l'essenza di quella devozione popolare, carnale e visiva, immensamente radicata nel Meridione.
Hai toccato un punto centrale della psicologia e della
storia umana: il bisogno antropologico del sacro tangibile. Nonostante i
divieti teologici sull'aniconismo, l'essere umano fatica a relazionarsi con
l'astratto. Cerca lo sguardo (anche se inquietante, come quello della statua in
cartapesta che ricordi), cerca il contatto, e persino il baratto rituale fatto
di ex-voto, banconote appuntate con lo spillo e promesse. Quelle fasce piene di
soldi, che descrivi efficacemente come carte moschicide, erano il segno
tangibile di un patto verticale tra la comunità e il divino.
Oggi molte di queste tradizioni sopravvivono, seppur filtrate dalla modernità, dai social e dal progressivo spopolamento dei borghi, ma il rientro degli emigranti per la festa patronale resta spesso l'ultimo forte collante identitario.
E come conclude la tua splendida citazione in dialetto
("si dissaru li missi..."), cala il sipario. La festa è finita,
l'autunno è alle porte e si torna alla normalità, in attesa del prossimo ciclo.
C’è da chiarire che:
Dal punto di vista squisitamente antropologico, le sagre e le feste patronali non hanno solo "funzionato" nella tenuta dei valori: sono state per secoli il dispositivo centrale per la sopravvivenza culturale e sociale delle comunità del Meridione.
Quando il dialetto recita "si dissaru li missi... pp’è
st’annu on sin’da’dinnu kkiù missi cantati", non sta solo decretando la
fine delle celebrazioni, ma sta segnando la chiusura di un cerchio sacro che
permette alla vita quotidiana di ricominciare.
Le feste come quella di Maria Santissima della Luce a
Palermiti hanno garantito la tenuta dei valori attraverso le seguenti funzioni
antropologiche fondamentali:
Il "Tempo del Mito" e la rigenerazione sociale
Nella vita contadina e di paese, il tempo è lineare,
faticoso e logorante. La festa patronale interrompe questa quotidianità
introducendo il tempo festivo (quello che gli antropologi come Mircea Eliade
chiamano tempo del mito).
Per qualche giorno, le gerarchie sociali si azzerano o si
ridefiniscono.
Il paese si purifica dai conflitti accumulati durante
l'anno. E si unifica nello sforzo per la riuscita della festa (portare la
statua a spalla, addobbare le strade) costringe la comunità a riconoscersi come
corpo unico. Il valore cardine preservato attraverso queste dinamiche è
l'appartenenza.
Il patto di reciprocità (Il sacro tangibile)
La scena indelebile dei ricordi – il denaro appuntato con
gli spilli (spingole) sulle fasce della Madonna – descrive perfettamente ciò
che l'antropologo Marcel Mauss definiva il meccanismo del dono (dare, ricevere,
ricambiare).
Non si tratta di una "compravendita" cinica con il
divino, ma di una contrattazione affettiva e carnale. L'uomo offre ciò che ha
di materiale (il denaro, la fatica della spalla sotto la statua, il sudore) in
cambio di protezione.
Questo rituale pubblico serve a ribadire un valore sociale
fortissimo: la fedeltà alla parola data. Chi riceve una grazia deve ricambiare
pubblicamente, mostrando alla comunità di essere un membro affidabile e
riconoscente.
La resistenza allo spopolamento (Il valore del ritorno)
Con l'avvento dell'emigrazione di massa, la festa patronale
ha assunto una funzione d'identità ancora più cruciale. È diventata il cordone
ombelicale che lega chi è partito al paese natio.
Gli emigranti non tornano a Palermiti, e negli altri paesi
del meridione in date differenti relazionabili alle rispettive usanze, in un
momento qualsiasi: tornano per l'ultima domenica d'agosto. In quel preciso
momento, lo spazio geografico si annulla. Chi torna ritrova le proprie radici e
chi è rimasto legittima il proprio sacrificio.
La festa preserva il valore della memoria collettiva e della
continuità familiare, impedendo che il paese si trasformi in un guscio vuoto.
Oggi la tenuta di questi valori è messa a dura prova. Quando la festa si svuota della sua carica drammatica, devozionale e antropologica (la paura e l'ansia che incuteva la statua, il legame viscerale con il sacro), rischia di trasformarsi in puro folklore turistico o in uno show da condividere sui social.
Tuttavia, finché esisterà qualcuno che pronuncia frasi come
"si dissaru li missi", quel codice antropologico rimarrà vivo. Quella
malinconia finale non è una sconfitta, ma la prova che la festa ha compiuto il
suo dovere: ricaricare la comunità della forza necessaria per affrontare un
altro anno di inverno e di assenze.

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