Il disincanto salvifico
L'estetica dell'emancipazione.
Confessione d'autore:
L’arte contemporanea non descrive la realtà: la seziona, ne sovrappone le anime e ne denuncia le fratture. Nella sua ultima, potente manipolazione digitale, l’artista Mario Iannino ci consegna una vera e propria confessione visiva, un viaggio crudo e stratificato all’interno delle contraddizioni che animano la lotta globale per i diritti civili. Accostando icone classiche, simboli del consumismo di massa e istantanee di vulnerabilità e orgoglio sociale, Iannino rompe il silenzio della superficie per offrirci una relazione intima e universale sul senso profondo dell'emancipazione umana.
L’opera, è un monito? Una narrazione da promemoria? Un’analisi cruda?
Il cammino dell'emancipazione e della tutela dei diritti civili non è mai una linea retta, ma un percorso fatto di conquiste luminose e ferite ancora aperte. È questa la tesi profonda che emerge dalla testimonianza diretta di Mario Iannino, autore di una complessa opera digitale che funge da termometro sociale della nostra epoca. In questa nota d'intento, che assume i contorni di una sincera confessione artistica, Iannino ci guida attraverso le stratificazioni del suo lavoro, spiegando come il passato culturale e le urgenze umanitarie globali si fondano in un unico, urgente richiamo alla responsabilità collettiva.
Lasciamo che sia lo stesso artista a condurci dentro questa
ferita visiva, attraverso le sue parole più intime:
"Questa mia opera non nasce da un semplice calcolo
estetico, ma da un’urgenza che definirei confessoria. Sentivo il bisogno di
liberare, attraverso lo spazio digitale, una riflessione non filtrata sulle
contraddizioni laceranti del nostro tempo, mettendo a nudo le mie cookies
inquietudini di cittadino e di artista di fronte al cammino dei diritti civili
e umanitari.
Quando ho iniziato a stratificare queste immagini, l'intento
era quello di creare un cortocircuito visivo. Le spaccature geometriche bianche
che violano il centro della composizione sono la mia confessione più sincera:
rappresentano la frattura interiore che avverto – e che credo molti avvertano –
tra l'idealismo dei nostri valori e la cruda realtà del mondo. È una ferita
aperta nella nostra percezione sociale.
Ho voluto accostare il David di Michelangelo alle bambole
Barbie per confessare un paradosso culturale. Da un lato, l'eternità dell'arte
classica che celebra la dignità e la bellezza dell'essere umano; dall'altro, la
mercificazione del corpo e l'imposizione di stereotipi di genere
preconfezionati dal consumismo del Novecento. Questo contrasto non è casuale: è
la storicizzazione di come la società abbia oscillato tra l'elevazione dello
spirito e la gabbia delle convenzioni.
Il cuore pulsante del lavoro risiede però nel legame emotivo
e storico con i diritti globali. Ho inserito la folla, le bandiere arcobaleno e
quel bambino che indossa con orgoglio la mantella del Pride per documentare una
conquista storica non ancora conclusa. Quel bambino è il simbolo
dell'emancipazione, di un futuro che si appropria del proprio spazio nel mondo,
una memoria viva dei moti di Stonewall e delle infinite battaglie per la
libertà individuale. Eppure, proprio accanto a questa immagine di speranza e di
rivendicazione civile, ho avvertito il dovere etico di inserire la
vulnerabilità: il volto del bambino sofferente, il richiamo alla cura, alla
protezione medica.
Con questa sovrapposizione confesso la mia più grande
preoccupazione: la frammentazione dei diritti umani a livello globale. Mentre
in Occidente giustamente lottiamo per l'ampliamento dei diritti civili e
l'inclusione legata all'identità, in altre parti del pianeta – o in fasce
diverse della nostra stessa società – si lotta ancora per i diritti umanitari
primari, per la salute, per la sopravvivenza stessa dei più indifesi.
Non c'è una risposta univoca in questa mia manipolazione.
C'è la confessione di un uomo del mio tempo che vede la storia dei diritti
umani non come una linea retta, ma come un mosaico complesso, doloroso e al
tempo stesso vibrante di speranza. Ho voluto costringere lo spettatore a
guardare dentro questa complessità, affinché nessuno dimentichi che ogni
diritto conquistato custodisce in sé la memoria di una sofferenza e il dovere
della sua tutela universale."

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