Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Grazie Ennio!

 Ennio Simeone, il maestro che mi restituì la parola


Ennio Simeone, il grande giornalista venuto da non so dove. Delle persone eccezionali, di quelle che appaiono grandi fin dal primo incontro, non domando mai da dove vengano, che cosa abbiano fatto nella vita o quanti anni abbiano.


Ennio Simeone è morto.


Non so quanti anni avesse. Non l’ho mai saputo, perché non l’ho mai chiesto. Le persone che mi appaiono già ricche di saggezza, e quindi antiche, mi sembrano avere un’età diversa da quella segnata dall’anagrafe. Sono insieme giovani e vecchie. Così era lui: antico nella sapienza, giovane nello spirito.


Lo leggevo molto prima di incontrarlo, se così si può dire, giornalisticamente. In quegli anni leggevo tutti i quotidiani che si pubblicavano in Calabria, e allora erano molti. Lui mi affascinava. Mi colpiva il modo in cui scriveva e, soprattutto, il fatto che fosse arrivato nella nostra terra per dirigere giornali destinati a cambiare il panorama dell’informazione calabrese.

Prima Calabria Ora. Poi, soprattutto, Il Quotidiano della Calabria. Non ricordo con esattezza se ne fosse già il direttore al momento della fondazione. Ricordo però una cosa con assoluta certezza: fu lui a dargli un’anima.

Quel giornale riuscì a fare concorrenza perfino alla potentissima Gazzetta del Sud, non soltanto sul piano delle vendite, ma soprattutto su quello delle idee.

Era questa la vera sfida.

La Gazzetta era, com’è noto, un giornale di orientamento conservatore, profondamente radicato nella cultura siciliana; di calabrese aveva soprattutto le pagine dedicate alla nostra regione, sufficienti però a garantirle una diffusione straordinaria.

Ennio Simeone percorse una strada diversa.

Non credo che quella scelta fosse dettata dall’editore, del quale oggi non ricordo nemmeno il nome. Del resto, in Calabria non abbiamo quasi mai avuto editori puri e, ancor meno, editori capaci di sostenere un progetto culturale autonomo. Se così fosse stato, pur con tutte le cautele che impone il sempre invocato oggettivismo dell’informazione — obiettivo che, a mio giudizio, nessun giornalismo riesce pienamente a realizzare — il pluralismo avrebbe avuto basi più solide.

In una regione fragile anche sotto questo profilo, come lo era nell’autonomia della cultura, dell’università e del pensiero critico, il pluralismo dell’informazione rappresentava un bene prezioso.

A quella debolezza contribuiva anche il timore di molti intellettuali calabresi, con poche, autorevoli eccezioni, tra le quali ricordo Franco Piperno.


Per me quel pluralismo non era soltanto un’esigenza civile.

Era un desiderio personale.

E, col tempo, sarebbe diventato anche una parte importante della mia vita.

Quel pluralismo era anche un mio bisogno.

Lo era soprattutto negli anni in cui la politica, alla quale avevo dedicato la mia vita fin dall’età di quattordici anni, cominciava a non offrirmi più lo spazio nel quale esprimere una fede, una militanza e degli ideali che ancora oggi porto nel cuore. Erano gli ideali della Democrazia Cristiana, il partito nel quale sono cresciuto e al quale continuo a guardare con affetto e piena adesione ideale, pur nella consapevolezza dei suoi limiti e degli errori che ne hanno segnato la storia, ma non ne hanno inficiato la grandezza. 

Fu nel momento più drammatico del mio cammino politico che, in qualche modo, incontrai davvero Ennio Simeone.

Erano gli anni dei processi celebrati nelle piazze prima ancora che nei tribunali, della imposta dissoluzione della Democrazia Cristiana e degli altri partiti che avevano governato l’Italia nel dopoguerra. Furono anni nei quali molti salutarono una fine; io vissi soprattutto un lutto.

La “morte”della Democrazia Cristiana fu, per me, un dolore autentico. Non soltanto politico, ma umano. Poco tempo dopo, a quel dolore se ne aggiunsero altri, ancora più intimi e più difficili da sopportare.

Mi accorsi, quasi all’improvviso, di avere perduto il luogo nel quale avevo imparato a vivere la politica.

Non c’erano più le piazze dei comizi, i dibattiti, le assemblee, le sezioni di partito, gli incontri con la gente. Non c’era più quella straordinaria palestra nella quale lo studio, la passione, la militanza e perfino una certa teatralità — quella buona, quella necessaria a chi parla in pubblico — trovavano una sintesi naturale.

Avevo perso la mia tribuna. Il mio teatro buono. 

Mi mancava il confronto, anche duro, con gli avversari politici. Mi mancava la partecipazione popolare, quando le piazze erano davvero piene e la politica era ancora un dialogo, persino nello scontro.

Quella stagione finì improvvisamente.

E fu allora che cominciai a scrivere.

Scrivevo per non morire.

Scrivevo per non impazzire.

Scrivevo perché il pensiero, anziché spegnersi, diventava ogni giorno più inquieto e più fecondo. Avevo bisogno di affidarlo alla carta.

Le parole presero il posto dei comizi.

La scrittura diventò la mia nuova piazza.

Scrivevo senza misura, come ancora oggi mi accade. Scrivevo molto, forse troppo. Ma non riuscivo a fare diversamente. Era il pensiero stesso a dettare il ritmo della mano.


Continuavo anche a parlare ovunque ne avessi occasione. Partecipavo a convegni, dibattiti, incontri pubblici. Intervenivo su ogni questione che mi sembrasse importante. E parlavo come avevo sempre parlato: con passione, con convinzione, talvolta con quella ostinata originalità che qualcuno mi rimproverava altri apprezzano molto, e che io consideravo semplicemente fedeltà al mio modo di pensare.

Intanto osservavo il mondo cambiare.

La politica perdeva spessore ideale e morale. La tecnologia cominciava a diventare il nuovo strumento del potere. Intuivo il rischio che essa finisse nelle mani di nuovi tecnocrati e di un capitalismo sempre più aggressivo. Mi inquietava una democrazia che, lentamente, sembrava svuotarsi dall’interno, riducendosi a un semplice meccanismo formale, destinato ad aprire la strada a nuove forme di autoritarismo, meno dichiarate ma non meno pericolose.

Per questo continuavo a scrivere.

Perché tacere mi sembrava impossibile.

Continuavo, dunque, a scrivere.

Scrivevo senza tregua. Scrivevo perché non potevo farne a meno.

Finché un giorno intervenne un amico, Filippo Veltri. Cosentino autentico, innamorato di Catanzaro, dove lavorava come giornalista e dove sarebbe diventato uno dei più autorevoli capiredattori dell’ANSA.

Fu lui a dirmi, con quel suo italiano impastato di dialetto che ancora oggi mi fa sorridere:

«Fra’, ma pecchì ’un ci mandi ’sti articuli a lu Quotidiano? Sunnu longhi, è veru… ma mandali.»

Mi diede l’indirizzo di posta elettronica della redazione di Cosenza.

Gli mandai un articolo.

Naturalmente era lunghissimo.

Parlava della guerra, delle nuove fratture del mondo, dell’allargarsi della povertà, della disperazione di milioni di uomini e donne costretti ad abbandonare la propria terra nella speranza di trovarne un’altra più giusta, più ospitale, più umana.

Il giorno dopo comprai il giornale.

Lo sfogliai con una certa emozione.

Andai subito alle pagine dedicate alle lettere e alle opinioni.

Non trovai nulla.

Provai una delusione che oggi mi fa quasi sorridere, ma che allora fu sincera.

Telefonai a Filippo.

Gli dissi, con amarezza, che il giornale aveva ritenuto il mio scritto indegno perfino di una pagina interna.

Lui scoppiò a ridere.

«Fra’, ma chi hai guardatu? L’articulu è ‘n prima pagina! Apri il giornale dalla copertina. C’è un titolo enorme. Si vidi propriu ca sì democristianu: hai cominciato a cercarlo dalle pagine interne…»

Aveva ragione.

Ennio Simeone aveva pubblicato il mio articolo in prima pagina.


Ancora oggi mi sorprende quel gesto.


Un giornalista vero, un direttore abituato alla sintesi, aveva deciso di dare spazio a un articolo interminabile scritto da uno che giornalista non era.

Filippo, felice quasi quanto me, mi raccontò di aver parlato con il direttore.

«Gli è piaciuto molto», mi disse.

Qualche giorno dopo trovai anche il coraggio di scrivergli una lettera di ringraziamento.

La sua risposta la conservo ancora nella memoria.

«Sono io che ringrazio lei. Ha scritto, con il suo stile originale, quello che avrei voluto scrivere anch’io. Continui a mandarmi i suoi articoli.»

Quelle poche righe cambiarono qualcosa nella mia vita.

Da quel giorno non smisi più di scrivere.

Continuai a farlo come avevo sempre fatto: senza preoccuparmi della lunghezza, senza piegare il pensiero alle regole della sintesi quando sentivo che la complessità di un argomento chiedeva altro tempo, altre parole.

Qualche caporedattore, ogni tanto, mi telefonava.

Con molta cortesia mi chiedeva se fosse possibile accorciare l’articolo.

Riceveva sempre la stessa risposta.

«Io non sono un giornalista. Non conosco le tecniche della scrittura giornalistica. Sono un uomo che prova a pensare la politica e a raccontare ciò che il cuore suggerisce al pensiero. Non saprei tagliare un mio articolo. Se lo riducessi, avrei l’impressione di tradirlo. Se non c’è spazio, preferisco che non venga pubblicato.»


Ennio Simeone, invece, non me lo chiese mai.

Accolse quella mia natura così com’era.

Ed è forse questo il dono più grande che un maestro possa fare a chi scrive: non chiedergli di diventare un altro, ma aiutarlo a essere fino in fondo se stesso.

Quando, dopo tanti anni, Ennio Simeone lasciò Il Quotidiano della Calabria per altre esperienze professionali, il filo che aveva intrecciato non si spezzò.

Alla direzione arrivò Matteo Cosenza, giornalista di grande valore, uomo di cultura e di intelligenza rara.

Fra Ennio Simeone e Matteo Cosenza non vi fu soltanto un passaggio di consegne. Vi fu una continuità di idee, di rigore professionale e di rispetto per il pluralismo dell’informazione.

Anche Matteo continuò a ospitare i miei articoli. Lo fece con attenzione, con generosità e con quella sensibilità che nasce quando un giornalista sa riconoscere il valore di una voce, anche se diversa dalla propria.

Lui, formatosi nella tradizione della sinistra, io cresciuto nella Democrazia Cristiana.

Due storie differenti.

Due culture politiche che avevano attraversato, spesso da posizioni opposte, la storia della Repubblica.

Eppure il rispetto reciproco prevalse sempre sulle appartenenze.

È anche questa una delle lezioni che il buon giornalismo dovrebbe continuare a insegnare: non chiedere a chi scrive da dove provenga, ma se abbia qualcosa di vero da dire.

Così sono trascorsi più di trent’anni.

Ho continuato a scrivere.

Con uno stile che può piacere oppure no.

Con articoli spesso troppo lunghi.

Con parole che talvolta affaticano chi legge e, qualche volta, perfino la mia mano.

Ma non ho mai saputo fare diversamente.

Ho scritto della sofferenza delle persone, della povertà che umilia, delle guerre che devastano popoli innocenti, del cinismo del potere, della corruzione della politica, delle ingiustizie che continuano a ferire il mondo.


Ho scritto anche delle infedeltà di uomini che, nella cultura, nella politica e perfino nella Chiesa, avrebbero dovuto essere costruttori di speranza e che, invece, troppo spesso hanno preferito la comodità del proprio ruolo, delle proprie poltrone, dei propri privilegi.

Scrivere tutto questo procura dolore.

Un dolore vero.

Perché chi prova a guardare il mondo con sincerità finisce inevitabilmente per portarne una parte sulle proprie spalle.

E tuttavia continuo a scrivere.


Continuo perché la speranza non è un sentimento ingenuo.


È una responsabilità.

Continuo perché credo che ogni parola onesta possa ancora aiutare qualcuno a comprendere, a riflettere, forse persino a cambiare.

Se è vero che la bellezza salverà il mondo, come qualcuno ha scritto, io ho imparato che la scrittura può salvare una vita.

Di questo sono debitore anche a Ennio Simeone.

Non soltanto perché pubblicò i miei articoli.

Ma perché, prima ancora, riconobbe una voce e le diede fiducia.

È questo che fanno i maestri.


Non cercano imitatori.


Aiutano ciascuno a trovare se stesso.

Per questo oggi lo ricordano con gratitudine i tanti giornalisti che da lui hanno imparato un mestiere.

Io, che giornalista non sono mai stato, lo ricordo soprattutto come un uomo.


Un uomo libero.


Un maestro.


E gli dico ancora una volta, con la stessa riconoscenza di allora:


Grazie, Ennio.

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