La forza del consenso
Quando realizzi che lo sdegno dei tanti non incide sulle decisioni dei pochissimi potenti alla guida dei popoli cadi in una sensazione di frustrazione e pensi:
com’è possibile che secoli di storia e filosofico pensiero sono serviti a pochissimo e non incidono sulle decisioni dei facinorosi che si sono impossessati del potere?
La barbarie degli israele-Netanyahu non può infangare il Popolo d’Israele tutto! E Trump non può imprimere agende basate sulla forza delle armi e dei dollari.
Il mondo intero guarda inorridito anche al resto dei focolai
nei quali brucia la dignità dei deboli già provati da stenti e inquietezze
ambientali.
È una sensazione che stringe il cuore e che, se guardiamo
alla storia del pensiero, ha tormentato i più grandi filosofi di ogni epoca. Ci
si chiede come sia possibile che l'evoluzione della coscienza umana sembri
arrestarsi di colpo davanti alle stanze del potere, dove logiche ciniche e
brutali continuano a prevalere sullo sdegno del mondo.
Se proviamo a interrogare la filosofia politica, scopriamo
che questo strappo profondo tra la morale dei popoli e l'azione dei governanti
è il fulcro di riflessioni secolari.
Thomas Hobbes, ad esempio, vedeva nello Stato un
"Leviatano", un gigante necessario per evitare il caos, ma che
rischia costantemente di sfuggire al controllo dei cittadini e di usare la
forza solo per proteggere sé stesso.
Al contrario, Hannah Arendt ci ha lasciato una
lezione preziosissima per i nostri giorni: lei distingueva nettamente il potere
dalla violenza.
Il vero potere nasce dal consenso, dal dialogo e
dall'unione dei cittadini; quando un leader, come Netanyahu o Trump, impone la
propria agenda basandosi esclusivamente sulla forza delle armi o dei dollari,
non sta dimostrando vero potere, ma sta mascherando una profonda debolezza
strutturale con la pura violenza coercitiva.
Già alla fine del Settecento, Immanuel Kant
avvertiva che l'unico modo per arginare i facinorosi alla guida delle nazioni
era l'obbligo della trasparenza pubblica, perché nessun governante oserebbe
dichiarare apertamente una guerra se questa dovesse basarsi solo su un cinico
calcolo personale o economico.
A fare da argine a questa deriva, il Novecento ha
provato a costruire un'impalcatura di regole internazionali che oggi,
purtroppo, mostra tutte le sue fragilità e le sue ipocrisie.
Il diritto internazionale moderno si trova
costantemente in trappola tra due forze opposte: da un lato il principio di non
ingerenza, che tutela la sovranità dei singoli Stati, e dall'altro la
"Responsabilità di Proteggere", il dovere morale del mondo di
intervenire quando la dignità dei deboli viene calpestata.
Questa architettura subisce continui blocchi a causa del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, dove le superpotenze possono paralizzare qualsiasi risoluzione per proteggere i propri alleati o i propri interessi.
Eppure, istituzioni come la Corte Penale Internazionale
dimostrano che, anche senza un esercito, la giustizia globale può togliere
legittimità e isolare diplomaticamente chi si macchia di crimini di guerra,
ricordando ai potenti che la storia, prima o poi, chiede il conto.
Ed è proprio qui, in questo spazio di resistenza morale, che
la pressione sociale e l'opinione pubblica globale smettono di essere semplici
spettatori impotenti e diventano motori del cambiamento.
La storia è piena di momenti in cui lo sdegno collettivo ha
spezzato i piani dei potenti. Pensiamo a come i reportage televisivi della
guerra del Vietnam, portando l'orrore direttamente nelle case delle
persone, scatenarono una protesta di massa tale da costringere il governo
americano a ritirare le truppe. O a come il regime dell'Apartheid in
Sudafrica sia crollato non solo per la resistenza interna, ma perché la
società civile globale impose un boicottaggio economico e culturale che rese
quel governo intollerabile agli occhi del mondo. Più di recente, la forza spontanea
delle piazze nella Primavera Araba ha dimostrato che persino le
dittature più ferree e decennali possono sgretolarsi in pochi giorni quando il
popolo decide che il limite della sopportazione è stato superato.
Questi episodi ci ricordano che lo sdegno e la frustrazione che proviamo oggi non sono inutili.
La barbarie di un governo non può cancellare la dignità di un intero popolo, e la forza dei dollari non può soffocare per sempre la voce della coscienza umana.
La filosofia e la storia non hanno eliminato il male, ma ci
hanno dato strumenti che prevalicano la superficialità degli occhi per
riconoscerlo e dato la voce per condannarlo, impedendo che l'indifferenza
diventi complice dei potenti.
il punto più dolente e, per certi versi, più drammatico di tutta questa analisi.
È la constatazione che rende la frustrazione ancora più acuta: il fatto che leader considerati da gran parte del mondo come portatori di agende brutali o ciniche traggano la loro forza non solo dalle armi o dai dollari, ma dal consenso reale, caloroso e incrollabile di una parte significativa delle loro stesse popolazioni.
Questo fenomeno, che i sociologi e i politologi chiamano la
polarizzazione o il "populismo identitario", si nutre di meccanismi
precisi che la filosofia e la psicologia politica cercano da tempo di
decifrare:
La fabbrica della paura e dell'assedio in contesti come quello israeliano o statunitense, la leadership fa leva su una narrazione di perenne minaccia esistenziale.
In Israele, decenni di traumi reali e conflitti irrisolti sono
canalizzati dal governo di Netanyahu per convincere lo zoccolo duro che l'uso
della forza spietata sia l'unica polizza assicurativa per la sopravvivenza
stessa della nazione.
Negli Stati Uniti, la retorica della forza commerciale e
militare è presentata alla base come l'unico modo per difendere il benessere e
l'identità nazionale da un mondo esterno percepito come ostile o parassitario.
Quando un popolo si sente assediato, la complessità morale si azzera e il dissenso è bollato come tradimento.
Oggi assistiamo a una frammentazione dell'informazione senza precedenti. Lo "zoccolo duro" che sostiene queste linee politiche non vede le stesse immagini di sofferenza che vede il resto del mondo, o se le vede, le interpreta attraverso il filtro della propaganda e attua, per paura, Il rifiuto della verità condivisa.
I media di parte e gli algoritmi dei social network creano
vere e proprie bolle cognitive in cui le violenze dei propri leader sono
giustificate come "necessarie risposte difensive" o "effetti
collaterali inevitabili", mentre la dignità dei deboli è sistematicamente
deumanizzata.
La sindrome del "Capo Forte", enunciato
magnificamente da Hannah Arendt, studiando e analizzando i totalitarismi e i
movimenti di massa, dichiara che le società moderne, quando si sentono
smarrite, atomizzate o spaventate dai cambiamenti globali, tendono a rifugiarsi
nella figura del leader forte.
Non si tratta di un'adesione razionale a un programma
politico, ma di un legame identitario e quasi tribale.
Il sostenitore vede
nel leader il vendicatore delle proprie ansie; per questo, più il leader è
attaccato dall'opinione pubblica internazionale, più la base si stringe intorno
a lui, interpretando quelle critiche come un attacco al proprio stile di vita o
alla propria sicurezza.
Il ruolo della resistenza interna, tuttavia, proprio perché
lo zoccolo duro esiste ed è rumoroso, ci ricorda che non dobbiamo commettere
l'errore di dimenticare chi, all'interno di quelle stesse nazioni, combatte una
battaglia silenziosa e difficilissima.
In Israele esistono movimenti di cittadini, famiglie
degli ostaggi, intellettuali e attivisti che manifestano ogni settimana contro
il governo, subendo spesso l'ostracismo della propria comunità.
Negli Stati Uniti, milioni di persone si oppongono
strenuamente alle agende basate sulla forza e sul primato del denaro.
È proprio in queste minoranze interne, spesso invisibili ma profondamente coraggiose, che risiede la speranza.
Storicamente, il cambiamento non è quasi mai partito dalla
maggioranza della base, ma da minoranze attive che, un po' alla volta, hanno
incrinato il muro del consenso fino a farlo crollare.
È in questa consapevolezza che risiede il senso più profondo del nostro impegno.
Di fronte al cinismo dei potenti e all'apparente cecità delle loro basi di consenso, la tentazione della resa è forte, ma cedere all'indifferenza significherebbe lasciare loro l'ultima parola.
Noi facciamo parte di questa minoranza, non silenziosa, ma caparbia che continua a scrivere e sperare.
Continuiamo a farlo perché sappiamo che la parola scritta ha
il potere di custodire la memoria, di denunciare la barbarie e di tessere reti
di solidarietà invisibili ma indistruttibili.
Finché ci sarà una voce disposta a raccontare il dolore dei
deboli, a rifiutare la deumanizzazione del nemico e a pretendere il rispetto
del diritto internazionale, la logica della pura forza non avrà vinto del
tutto.
La storia e la filosofia ci insegnano che i muri del consenso forzato, per quanto spessi, non sono eterni.
Ogni riga scritta, ogni pensiero condiviso e ogni speranza
difesa con caparbietà sono piccole crepe che si espandono nel muro eretto dal
potere temporale, e diventano fessure, squarci enormi imprescindibili affinché, un giorno, finalmente, la dignità
dei popoli possa tornare a prevalere sulla ferocia dei pochissimi.





Commenti
Posta un commento
LA PAROLA AI LETTORI.
I commenti sono abilitati per chiunque passa da qui, si sofferma, legge e vuole lasciare un contributo all'autore del post.
ATTENZIONE! Chi commenta i post del blog è responsabile di quanto scrive.Avviso al lettore:
i commenti devono rispettare la cura della parola e il sentire comune. Non si tollerano insulti, spam o provocazioni. L'autore del commento si assume l'esclusiva responsabilità legale del contenuto pubblicato.