L'illusione del boss e la nostra superficialità
A ME HANNO FATTO PENA I GESTI DI UN IMPERATORE SENZA CORONA E ANCHE SENZA TRONO…
Date il Premio Nobel a chi volete. Quello per la Pace,
intendo. Magari sceglietelo da quell’elenco di sante persone che avete mostrato
anche in pubblico. Sì, uno o due di quelli che avete celebrato come liberatori
mentre ordinavano ai loro eserciti di invadere Paesi sovrani, massacrare decine
di migliaia di civili — uomini, donne, anziani e soprattutto bambini — occupare
territori altrui, entrare con violenza nelle terre di chi le abita,
depredandole di ogni bene e, infine, rubando proprio quelle terre, negando a un
popolo il diritto di fare della terra dei propri padri uno Stato libero e
indipendente.
Guardate bene nelle vostre stanze, dove tenevate anche le loro fotografie, e vi torneranno in mente i nomi. Frugate nei vostri cassetti, là dove qualcuno di voi ha dovuto nascondere statue e statuine, magari preziose, in bronzo o in marmo, raffiguranti uomini che avevate chiamato amici e alleati. Ritroverete quell’elenco di gentili signori. Quelli che avete salutato come leader democratici, confondendoli con i loro Paesi democratici e con le Costituzioni democratiche che li governavano.
Paesi che, come altri, sono stati vittime di una volontà
autocratica che pretendeva di travestirsi da democrazia, per poi ridurla a
semplice culto della persona e del potere concentrato nelle mani di uno solo.
Ve li ricordate? Sono quelli che avete difeso dalle proteste
popolari interne e internazionali. Alcuni li avete persino difesi dalla
giurisdizione internazionale che, in nome del diritto universale, li perseguiva
per crimini di guerra e contro l’umanità.
Dai, riproponete loro l’invito a venire in Italia per essere
ricevuti con tutti gli onori. E non abbiate paura che Mattarella ve lo
impedisca. Siete forti delle vostre convinzioni. Del resto, che cosa potrebbe
farvi cambiare idea, se non l’avete cambiata nemmeno davanti allo sfregio della
storia e dell’umanità? Davanti a quella distesa infinita di fango e melma che
sono i campi profughi, dove gli scampati ai bombardamenti continuano a morire
di fame, di sete e di malattie banali.
Scegliete tra questi il più gentile signore della pace. Quello che più avrebbe a cuore la vita dei popoli, delle persone e dei bambini, insieme ai beni ambientali e culturali. Uno di quelli che scambiano la diplomazia per un ring e la politica per una redditizia piazza d’affari.
Uno di quelli che la piazza vera vorrebbero costruirla sopra
le macerie delle città distrutte, trasformate in tombe provvisorie di morti
assassinati i cui corpi ancora non si trovano. Una piazza elegante, affacciata
sul mare e sulla più bella spiaggia di quella terra sacra, ai piedi di
grattacieli destinati ad accogliere soltanto i ricchissimi e le loro vacanze di
lusso.
Ma non fingete indignazione se uno di questi signori, magari
il più potente del regno che si è costruito, tratta uno di voi — anzi, uno di
noi tutti, perché chi rappresenta lo Stato rappresenta l’intero Paese, anche
quando sbaglia — allo stesso modo in cui tratta i suoi nemici, gli oppositori,
i critici o semplicemente gli antipatici. Nel suo modo di vedere il mondo, in
fondo, tutte queste figure coincidono.
Giorgia Meloni è un leader — e lo dico da posizioni lontane
dalle sue — che sta svolgendo abbastanza bene il proprio ruolo nei consessi
internazionali, dove contano linguaggi diversi: la diplomazia sottile, la
pazienza, l’astuzia e quella capacità di equilibrio che ricorda un’atleta
olimpica sulla sbarra.
Non è colpa sua se rappresenta un Paese debole dentro un’Europa ancora più debole. E non è certo colpa sua se due presidenti americani si sono lasciati andare a gesti e parole confidenziali: il democratico baciandola sulla testa; il repubblicano arrivando a rivolgerle, davanti al mondo, una sorta di sconveniente dichiarazione d’amore.
In entrambe le occasioni ha saputo reagire con l’ironia e
con l’intelligenza della diplomazia. E in queste settimane ha mostrato, ancora
una volta, la tempra delle donne italiane.
Potrei anch’io aggiungermi al coro delle solidarietà. Ma le
parole costano poco, soprattutto a chi non ne riconosce il valore. E sarebbe
facile esprimerle dopo l’ennesimo attacco ricevuto da chi guida una
superpotenza e alterna, secondo convenienza, il ruolo del pazzo a quello dello
scemo del villaggio.
Non le esprimo, però, questa solidarietà. Perché da quella
rozzezza Giorgia Meloni ha ricevuto un perfetto assist. Chi ha pronunciato
quelle frasi da osteria, da conversazione sguaiata consumata a vino finito, le
ha fatto un favore enorme. Uno di quei regali che la politica raramente
concede. Un regalo di consenso e di simpatia. Almeno presso quella parte degli
italiani più incline al sentimento che al calcolo.
C’è però un’espressione arrivata dall’America che, pur nella
sua rozzezza, mi è sembrata appropriata. Non la uso mai. Questa volta sì.
Perché non trovavo parole migliori per descrivere l’atteggiamento del
presidente degli Stati Uniti durante i momenti più importanti del G7.
Mi ha fatto pena.
Mi ha fatto pena quando, nella hall antistante la sala delle riunioni, si muoveva con il suo ghigno ormai abituale, come se fosse lui il padrone di casa e non un ospite tra gli altri. Passava da un leader all’altro con fretta e sufficienza, trattandoli come vicini di casa poveri e molesti.
Mi ha fatto pena quando sembrava voler ignorare Giorgia
Meloni, mentre lei continuava a mantenere con lui il contegno e la correttezza
richiesti dal ruolo.
Mi ha fatto pena quando è arrivato in ritardo alla cena più
importante e ha annunciato il proprio ingresso con quel brutto: «Ecco, è
arrivato il boss».
Molti hanno riso. Io no.
Perché non era una battuta. Era un messaggio.
Voleva dire a tutti che il boss era davvero lui. Non il presidente degli Stati Uniti. Lui.
L’uomo che premia gli amici e punisce i nemici. Che misura il bene e il male secondo la fedeltà personale. Che usa la forza economica, i dazi, gli accordi strategici e il peso geopolitico come strumenti di ricompensa o di punizione.
Mi ha fatto pena l’aspirante Premio Nobel per la Pace
quando, al cospetto reverente dei grandi del mondo, ha trasformato un
memorandum di impegni e promesse in un presunto evento storico. Un documento
che, se anche fosse realizzato soltanto in parte, dimostrerebbe molto più i limiti
dell’attuale amministrazione americana che il suo successo.
Questi gesti mi hanno fatto pena.
Ma ciò che vi sta dietro mi fa paura.
Mi fa paura per questo mondo che sembra ogni giorno più
vicino a smarrire il senso della propria esistenza e della propria civiltà.
Franco Cimino
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