LE TRACCE DEGLI ESAMI DI STATO

  CHE NON MI SONO PIACIUTE MOLTO


Confesso che le prove di quest’anno, nelle tracce somministrate agli Esami di Stato, non mi sono piaciute molto. Uso volutamente una misura moderata per esprimere questo mio disappunto, perché si tratta comunque di testi che riportano pensieri, sentimenti e riflessioni anche poetiche di intellettuali veri, e come tali vanno rispettati.


Questo mio sentire prescinde sia da Cesare Pavese, con la sua poesia profonda quanto il suo animo inquieto, sia dal grande Giuseppe Saragat e dal brano tratto dal suo primo discorso all’Assemblea Costituente, riunita per la prima volta e che lo elesse suo primo presidente.


Tuttavia, considerando la concomitanza di questi esami con l’80º anniversario della nascita della Repubblica democratica e antifascista, era prevedibile la presenza di una traccia su questo tema. Non sarebbe stato difficile costruirla attingendo all’oceano di pensieri, discorsi e riflessioni prodotti in quel periodo esaltante della ricostruzione, anche morale, del nostro Paese.


Queste tracce non mi hanno convinto perché, a mio avviso, risentono di una certa inclinazione culturale che appare, talvolta, più emotiva o strumentale alle sensibilità delle forze politiche oggi maggioritarie e aspiranti a restarlo. Diceva Giulio Andreotti che “a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si azzecca”. Lasciatemi dire che, questa volta, mi concedo una certa dose di malizia.


Ogni traccia ha certamente un suo significato importante, e questo è stato detto anche in modo efficace da molti osservatori. Ognuna possiede uno spirito interno, un senso che ne genera altri. Il problema, però, è la direzione: verso quale orizzonte si orientano?


Fatta eccezione per il testo di Saragat, che consentiva uno spettro ampio di riflessione — dalla lotta al fascismo alla nascita della democrazia, dalla Costituzione ai diritti ancora da realizzare, fino al valore della libertà come bisogno di emancipazione da ogni forma di violenza e ingiustizia — le altre tracce sembrano meno capaci di tenere insieme una visione storica e politica ampia. Quel discorso, letto oggi, rischierebbe forse di essere respinto dagli stessi nuovi “profeti” o “imperatori” di una narrazione pubblica distorta.


Naturalmente, questo è un mio giudizio da ipotetico e nostalgico professore commissario d’esame, che “suggerirebbe” ai candidati una lettura più ampia delle tracce, andando oltre la sintesi imposta dalle circolari ministeriali. Da studente, probabilmente, avrei scelto proprio questa traccia, suscitando le ire dei commissari, in particolare del docente di italiano, costretto a leggere centinaia di pagine di riflessioni non prolisse ma dense, e certamente non riducibili a schemi.


Per tornare alle tracce, tutte rispettabili, esse sembrano tuttavia orientate — secondo una precisa inclinazione culturale — a coniugare modernità letteraria e un certo sentimentalismo individualistico e psicosociologico, accantonando quasi del tutto la grande tradizione filosofico-letteraria dei secoli precedenti.


Alberto Pellai, nel commentarle, ne esalta il valore quasi con entusiasmo, definendole “argomenti che hanno a che fare con l’analisi di questi tempi e la fatica di crescere in quest’epoca. La meraviglia? È l’antidoto all’ansia”. Ma ansia, solitudine, paura e fragilità appartengono da sempre alla riflessione intimistica e letteraria. Lo stesso vale per il rapporto irrisolto con la felicità, intesa come meta sfuggente, realtà sospesa.


In questa prospettiva, la scienza — intesa come strumento di ricerca e curiosità — sembrerebbe quasi restare ai margini. Si passa poi, con un salto significativo, al tema dell’impegno individuale nella costruzione del proprio futuro, fino ad arrivare al concetto di “adultescenza”, neologismo che appare poco chiaro e discutibile nella sua ambiguità.


Il tema della necessità di ridefinire i confini delle età, per chiarire il valore della maturità, rischia inoltre di ripiegare sul privato e di aprire a interpretazioni successive anche problematiche, soprattutto quando si insiste sull’idea di confine come elemento di ordine. Tale lettura può facilmente essere estesa, impropriamente, dai confini esistenziali a quelli territoriali e nazionali, rafforzando logiche identitarie più pericolose di un semplice individualismo intimistico.


Dalle tracce odierne, a mio avviso, risultano invece assenti alcuni grandi temi della contemporaneità: la povertà, la fame, la guerra, la corsa agli armamenti, l’uso della tecnologia nei conflitti, il genocidio, le stragi di civili, i campi profughi, le terre occupate o negate, le identità cancellate.


Resta fuori anche la crescente disuguaglianza globale, in cui una minoranza detiene gran parte della ricchezza mondiale mentre la maggioranza dell’umanità vive condizioni di sofferenza e precarietà. 


Sono rimasti fuori i temi della guerra dei molti Dio nelle mani di uomini pazzi che uccidono in nome di quelli. 


É entrata surrettiziamente la politica di oggi mentre è stata tenuta fuori la porta delle aule la coscienza politica dei nostri ragazzi, che sta in questi ultimi mesi affacciandosi sulla porta della loro “adultità”.

Franco Cimino

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