Perché non vogliono il reddito di base?
Il concetto di lotta di classe, le dinamiche di potere e la
necessità di emancipazione culturale descritti toccano il cuore della filosofia
politica e della sociologia moderna. Riflettono una transizione storica
complessa: dal conflitto industriale classico a forme più sottili e
psicologiche di controllo sociale.
Il Diritto di Dire No
-Reddito universale e pedagogia critica contro il gattismo sociale-
La lotta di classe non è mai finita.
Fino a qualche tempo addietro il mondo si divideva in “padroni” “borghesi” “proletari” sfruttati” benestanti”. E altre categorie ambigue che si destreggiavano per tirare la giornata.
Opportunisti. Affaristi. Predatori. Politici. Intellettuali.
Persone oneste e farabutti. Tutti sotto lo stesso cielo a cercare di livellare
ostacoli sociali e culturali. A un certo punto si è pensato di avere fatto un
salto culturale e che le necessità primarie fossero state debellate. Invece no!
sono state sospese momentaneamente.
La classe abbiente, quella che stava e continua a stare bene è riuscita a prendere il controllo. Ha attratto ipotetici ma improbabili sostenitori della plebe. È riuscita, insomma, a insinuarsi nelle deboli menti della massa. Ha lasciato credere che qualcuno, uomo, donna o altro, potesse salvare il mondo. Enfatizzando e dando risposte alle paure collettive.
E, raggiunto lo scettro del potere ha fatto da traghettatore. Questo qualcuno ha portato acqua al mulino dei
benestanti divenendo vassallo. Mentre la massa, sperando in quel fatidico e deprimente “io, speriamo
che me la cavi” ha assecondato il flusso in cerca dalla propria zona di comfort.
Ma non è così che funziona. il “gattismo” vale a dire il
fenomeno dell’arrangiarsi, essere utilitaristici per sopravvivere, non paga. Mai!
Anche se sembra, nel breve termine, di
poter sopravvivere con atteggiamenti da qualunquismo.
Preoccuparsi della materia e la sua sopravvivenza non è emancipazione.
Vivere significa studiare non per accumulare nozioni o
conoscenze enciclopediche scolastiche. Vivere significa emanciparsi dalla
materia. Essere! Parte inclusiva del sistema sociale. Perciò studiamo; studiamo.
Studiamo! Per comprendere e emancipare non solo noi. E quando ti accorgi di non
essere ben accetto, scuoti i sandali e passa oltre, bussa alla porta
ssuccessiva, troverai qualcuno disposto al dialogo (cit.). sempre aperto e
pronto ad amare il prossimo.
Il concetto di lotta di classe, le dinamiche di potere e la necessità di emancipazione culturale descritti toccano il cuore della filosofia politica e della sociologia moderna. Riflettono una transizione storica complessa: dal conflitto industriale classico a forme più sottili e psicologiche di controllo sociale.
Il miraggio del superamento e il nuovo controllo
L'illusione di aver debellato le necessità primarie, contemporanee,
coincide storicamente con l'avvento della società dei consumi nel secondo
dopoguerra.
Il sociologo Herbert Marcuse spiegava come il sistema industriale avanzato sia riuscito a integrare la classe operaia creando "falsi bisogni" (beni di consumo, comfort materiali), disinnescando così la spinta rivoluzionaria.
La classe abbiente non ha solo mantenuto il controllo
economico, ma ha ottenuto l'egemonia culturale, definita da Antonio Gramsci
come la capacità delle classi dominanti di far accettare i propri valori e la
propria visione del mondo come "naturali" e universali anche a chi ne
è escluso o sfruttato.
Dalla solidarietà all'individualismo utilitaristico
Il fenomeno dell'arrangiarsi e dell'utilitarismo (il "gattismo" o l'individualismo esasperato) è il risultato della frammentazione dei legami sociali.
Quando la solidarietà di classe viene meno, la massa si atomizza.
Il motto "io speriamo che me la cavi" diventa l'unica strategia di sopravvivenza percepita.
Il passaggio dall'azione collettiva alla salvezza individuale è, come evidenziato dal sociologo Zygmunt Bauman nella sua analisi della "modernità liquida", una vittoria del sistema, poiché sposta la responsabilità del fallimento sociale interamente sulle spalle del singolo individuo.
n
Ecco, dunque, la necessità dello studio affinché
l'Essere possa emanciparsi
La distinzione tra l'accumulo di nozioni e lo studio come
strumento di emancipazione richiama direttamente la pedagogia di Paulo Freire.
Nel suo testo fondamentale “La pedagogia degli oppressi”, Freire contrasta la
"concezione bancaria" dell'educazione (dove le nozioni vengono
depositate passivamente nella mente degli studenti) con un'educazione
"problematizzante" e liberatoria. Studiare non serve a integrarsi
passivamente nel meccanismo produttivo della materia, ma a sviluppare una
coscienza critica che permette di passare dalla condizione di
"oggetti" della storia a quella di "soggetti" attivi,
capaci di trasformare la realtà sociale.
Ecco una panoramica strutturata dei tre filoni per
comprendere come il controllo sociale, l'educazione e le classi si siano
evoluti fino a oggi.
Egemonia Culturale: Come si costruisce il consenso
L'egemonia culturale spiega perché le grandi masse accettino
dinamiche di potere che spesso vanno contro i loro stessi interessi. Il potere
non si mantiene solo con la forza, ma con la gestione delle idee. Analizziamo alcuni
aspetti e meditiamo sugli insegnamenti storici.
Antonio Gramsci e i due livelli del potere:
Il pensatore italiano divide il potere in "società
politica" (l'apparato statale, la polizia, le leggi che usano la forza) e
"società civile" (scuole, chiese, media, sindacati).
L'egemonia si esprime nella società civile. La classe
dominante diffonde la propria visione del mondo finché questa diventa
"senso comune". E quanto segue ne chiarisce gli aspetti.
La Scuola di Francoforte e l'Industria Culturale.
Negli anni '40, Max Horkheimer e Theodor Adorno coniano il termine
"industria culturale". Il cinema, la televisione, la musica e
l'intrattenimento non sono semplici svaghi, ma fabbriche di consenso. Producono
una cultura standardizzata che riduce i cittadini a consumatori passivi,
anestetizzando il pensiero critico e canalizzando il desiderio verso beni
materiali.
La manipolazione psicologica contemporanea. Oggi l'egemonia si è spostata sugli algoritmi
dei social media e sulla "profilazione psicometrica". Il controllo
non avviene più imponendo un'unica ideologia dall'alto, ma frammentando la
realtà in "bolle informative" (echo chambers) e sfruttando le
vulnerabilità cognitive emotive per orientare l'opinione pubblica, rendendo la
massa prevedibile e manipolabile.
Se l'egemonia culturale anestetizza la mente, l'educazione liberatoria è lo strumento per risvegliarla.
Non si studia per "trovare un posto nel sistema", ma per comprendere il sistema stesso.
Nel suo testo
La pedagogia degli oppressi, Freire critica l'educazione tradizionale, dove
l'insegnante "deposita" nozioni nella testa degli studenti
(considerati vasi vuoti da riempire). Questo modello serve solo a perpetuare
l'obbedienza e l'adattamento alla realtà esistente.
La soluzione di Freire è un dialogo paritario tra educatore
ed educando. L'insegnamento deve partire dalla realtà concreta delle persone,
analizzandone le contraddizioni. Attraverso il dialogo, l'individuo sviluppa la
coscientizzazione: impara a leggere il mondo in modo critico e a capire che la
realtà non è un dato immobile, ma una costruzione storica che può essere
cambiata.
In Italia, l'esperienza di Don Milani con Lettera a una
professoressa (1967) incarna questo principio. La scuola tradizionale
dell'epoca bocciava i figli dei contadini e promuoveva i figli dei ricchi. A
Barbiana, la parola e la padronanza della lingua diventano lo strumento di
emancipazione: "È solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi
e intende l'espressione altrui". Sapere serve a non farsi ingannare dai
padroni.
n La Classe Sociale: Dalla fabbrica al precariato digitale
Il concetto di classe non è scomparso, ma ha cambiato
radicalmente pelle. La vecchia divisione netta tra borghesia (proprietaria
delle fabbriche) e proletariato (la forza lavoro industriale) è stata
sostituita da nuove forme di frammentazione.
La scomparsa della coscienza di classe è un dato inoppugnabile!
Con la deindustrializzazione e la nascita dell'economia dei
servizi, i lavoratori si sono dispersi. Non essendoci più la grande fabbrica
come luogo di aggregazione fisica, è crollata la solidarietà collettiva. Il
lavoratore moderno tende a percepire sé stesso non come parte di una classe
sfruttata, ma come un "imprenditore di sé stesso" in competizione con
gli altri.
Il sociologo Guy Standing ha teorizzato la nascita del
Precariato come nuova classe sociale globale. Questa classe è definita dalla
totale assenza di sicurezza: contratti a termine, mancanza di ammortizzatori
sociali, perdita di identità professionale e l'obbligo di svolgere una mole
enorme di lavoro non retribuito (aggiornamento continuo, ricerca di contratti,
burocrazia).
Siamo stati paracadutati e intrappolati nel “Capitalismo
delle Piattaforme e dei nuovi "Padroni": Oggi i veri detentori dei
mezzi di produzione non possiedono fabbriche, ma infrastrutture digitali, dati
e algoritmi (le big tech).
I nuovi "proletari" sono i lavoratori della gig economy (rider, autisti, moderatori di contenuti, lavoratori dei micro-task online). Questi soggetti sono controllati non da un supervisore umano, ma da algoritmi che calcolano la produttività al millisecondo, esasperando l'isolamento e l'impossibilità di organizzarsi.
L'intersezione tra i social media e il reddito di base
universale (UBI) rappresenta lo scontro frontale definitivo tra i moderni
meccanismi di controllo e le strategie di emancipazione sociale ed economica
della massa.
I primi estraggono valore economico dalla nostra attenzione,
mentre il secondo mira a restituire il tempo e la dignità necessari per
sottrarsi a questa forma di sfruttamento invisibile.
Oggi i social media non sono semplici piattaforme di intrattenimento, ma i principali motori di estrazione del valore e di manipolazione psichica.
“Il Capitalismo della Sorveglianza”, Teorizzato da Shoshana
Zuboff, ci dice che questo modello economico trasforma l'esperienza umana in
dati comportamentali gratuiti. Questi dati vengono elaborati da algoritmi
predittivi per modificare il comportamento degli utenti a scopi commerciali o
politici.
Ecco, attuata, la mercificazione dell'attenzione. L'utente comune è diventato un lavoratore non
pagato. Ogni like, commento o secondo speso a scorrere lo schermo
(doomscrolling) genera profitto per le multinazionali tecnologiche.
La massa lavora gratis per produrre i dati che poi verranno usati per controllarla.
La frammentazione della solidarietà è una strategia che paga. Gli algoritmi premiano l'indignazione, il conflitto e la polarizzazione perché generano più interazioni (engagement). Questo modello distrugge la coesione sociale e atomizza gli individui, rendendo impossibile la nascita di una coscienza di classe collettiva.
Sarà per questo motivo che le classi dominanti non intendono attuare il reddito di base universale?
E sì! Il Reddito di Base Universale (UBI) sarebbe
destabilizzante per il Precariato.
Per le destre di potere il Reddito di Base sarebbe una
sconfitta sicura inquanto il meccanismo sociale consiste nell'erogazione di una
somma di denaro periodica, a base individuale, incondizionata (senza vincoli di
lavoro) e universale (per tutti i cittadini, ricchi o poveri).
Il valore fondamentale dell'UBI non è il semplice assistenzialismo, ma la libertà di dire "no". Avendo la sopravvivenza materiale garantita, il lavoratore o il precario della gig economy può rifiutare contratti di sfruttamento, costringendo i datori di lavoro ad alzare i salari e a migliorare le condizioni professionali.
Una delle correnti economiche più recenti propone di
finanziare il reddito di base tassando direttamente i profitti delle grandi
piattaforme digitali (data dividend). Se i dati sono prodotti collettivamente
dalla società, il valore economico che ne deriva deve essere restituito alla
società sotto forma di reddito universale. Così da potersi emanciparsi dalla
materia e per poter "Essere".
L'introduzione del reddito di base spezzerebbe il circolo vizioso
dell'utilitarismo e del "gattismo" di cui parlavamo, agendo
direttamente sui limiti imposti dai social media e dal precariato e liberare il
tempo individuale per sviluppare il pensiero critico e studiare per il gusto di
comprendere (e non per accumulare nozioni spendibili sul mercato), e per far
ciò serve tempo libero dall'ansia della sopravvivenza. L'UBI “compra” questo
tempo e lo rende libero.
Quando la vita materiale è precaria, le persone si rifugiano nell'evasione digitale dei social o cercano opportunità di guadagno fittizie online.
La stabilità economica riduce la dipendenza psicologica
dalle piattaforme, permettendo ad ognuno di riscoprire la socialità reale e lo studio
critico. Quindi acquisire conoscenza e decidere, davvero, in ultima battuta, quale strada percorrere.

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