Nel giardino della mente
Il tempo, nel giardino di un Ospedale-
"Frammenti di memoria e riflessioni sulla natura
umana si intrecciano in un racconto sospeso nel tempo. Dalla quiete di
un'attesa ai ricordi di giovinezza lungo la strada verso Marina, l'autore
dipinge un ritratto inedito, poetico e profondamente personale della periferia
storica di Catanzaro."
"Tra l’erba e le foglie di un giardino d’ospedale e
il ricordo di un motorino che scivola tra gli ulivi di Viale Isonzo, prende
vita il racconto.
Un flusso di pensieri che, partendo dall’ingiusta nomea
di un corvo dal becco giallo – licenza poetica di un merlo reale –, si
trasforma in un viaggio antropologico e sentimentale nella Catanzaro di un
tempo. (anni ‘70)
È lo sguardo di chi attende,, oggi, negli anni 2000
abbondanti, e nell’attesa ritrova l'anima autentica di una terra argillosa e
delle sue storie."
“È affascinante come il flusso di pensieri leghi insieme
la natura, la memoria storica di Catanzaro e una profonda riflessione
personale. Il racconto tocca corde storiche e antropologiche molto precise
della Catanzaro di un tempo.”
Nell’immaginario collettivo alcuni animali soffrono
inconsapevolmente di nomee attaccate loro addosso dalle credenze dell’uomo. Scusate
se ancora scrivo “uomo” intendendo co questo termine il genere umano e
principalmente il genere femminile ch’è la parte creativa per eccellenza.
Ma torniamo alle nostre considerazioni:
il corvo, ad esempio, è uno di questi. Un bell’uccello dal
piumaggio nero e lucido e dal becco giallo. Intelligente e addomesticabile se
abituato alla presenza umana.
Intanto l’osservo mentre mi saltella davanti. Io, seduto su
una panchina dalle toghe verdi, nel giardino di un Hospital rinomato, attendo. E
non posso fare a meno di considerare la diversità di animaletti che girovagano
in libertà senza timore. C’è una lepre. E persino un grosso mammifero simile ad
un topo enorme nei pressi del ruscello. Una nutria o un castorino.
Il corvo, dicevo, è marchiato da una triste quanto brutta
nomea: è l’uccello del malaugurio!
Ironia della sorte, il quartiere in cui risiedo porta questo
nome “Corvo”!
Il nome della località è stato dato dagli autoctoni in una
data indefinibile.
Il Corvo, Un tempo terra argillosa, che dava sostentamento
ai “santamarioti” definiti dai cittadini catanzaresi “cicorari e vermiturari”,
ovvero: raccoglitori di cicorie e lumache, le risorse che la terra regalava
loro e che vendevano per strada e ai mercati rionali, ricordo, quando la
attraversavo da ragazzo per scendere a Marina, il terreno era, pianeggiante e
fitto di ulivi.
Non so perché, ma mi piaceva! Nell’attraversarla con lo
scooter, ancora viale Isonzo non era trafficato come adesso, ma dire il vero,
neanche le altre strade lo erano giacché le macchine e gli altri mezzi di
locomozione si contavano davvero sulle dita delle mani. Ricordo che osservavo
gli ulivi e la pace mi avvolgeva. Che il mio subconscio avesse previsto il
futuro?
È affascinante come i ricordi d'infanzia o di gioventù
riescano a trasformare un luogo quotidiano in uno spazio quasi magico e senza
tempo. Quel contrasto tra la pace degli ulivi del passato e il caos del
traffico odierno descrive perfettamente la trasformazione di molte periferie
urbane.
Il viale Isonzo di oggi, asse cruciale e trafficatissimo
della zona sud di Catanzaro, è molto lontano da quella dimensione intima e
silenziosa ricordata in un momento di “ozio” fisico.
Il subconscio, ne sono certo, non stava tanto prevedendo il
futuro, quanto catturando l'ultimo istante di un'epoca che stava per cambiare
per sempre, imprimendone la bellezza nella mia memoria prima che il cemento e
le auto prendessero il sopravvento.
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