Il "Supermercato della Politica"
Il binomio tra populismo e la metafora del
"supermercato della politica" (o partito supermarket) descrive la
profonda mutazione delle democrazie contemporanee, in cui il consenso
elettorale viene trattato come una transazione commerciale.
Il "Supermercato della Politica": Cos'è?
Nelle democrazie occidentali, il crollo delle vecchie
ideologie del Novecento ha trasformato i partiti strutturati in comitati
elettorali fluidi. Il cittadino non è più un militante guidato da un'identità
politica stabile, ma si trasforma in un consumatore nel mercato elettorale.
L'elettore entra nella cabina elettorale (o naviga sui
social) come se spingesse un carrello della spesa. Cerca il
"prodotto" politico che promette di soddisfare il suo bisogno
immediato (sicurezza, riduzione delle tasse, sussidi).
I leader politici utilizzano le tecniche del marketing
aziendale per confezionare offerte su misura. Se un tema "tira" e fa
ascolti o like, viene inserito nello scaffale dell'offerta politica; se non
paga in termini di consenso, viene rapidamente rimosso o sostituito.
I movimenti e i leader populisti eccellono in questo ecosistema commerciale per via di alcune caratteristiche chiave.
Prima caratteristica: la frammentazione dell'offerta
("Un prodotto per ogni cliente"): Come osservato dagli analisti
politici, la strategia supermarket permette di essere contemporaneamente
nazionalisti con i nazionalisti, protettivi con le fasce deboli e liberisti con
le imprese, frammentando le promesse per intercettare segmenti di pubblico
diversi senza preoccuparsi della coerenza ideologica di fondo.
Seconda: Semplificazione del linguaggio. Il populismo
elimina la complessità istituzionale adottando un linguaggio universale e
accessibile, immediato come lo slogan stampato su un packaging alimentare.
Terza: soddisfazione
emotiva istantanea. L'elettore-consumatore accumula frustrazioni o paure
(economiche, identitarie). I leader populisti offrono risposte rapide, emotive
e preconfezionate che appagano subito quel bisogno, indicando spesso un nemico
chiaro (l'élite, la finanza, lo straniero) contro cui canalizzare il
malcontento.
Come suggerisce visivamente l'immagine dell'archivio con il carrello e gli
incarti, l'elettore consuma la politica in modo rapido e usa-e-getta. Se il
"prodotto" acquistato non mantiene le promesse o non genera benefici
immediati, la sanzione è l'abbandono rapido del brand per passare alla novità
successiva sullo scaffale. Questo meccanismo riduce la politica a una
transazione commerciale continua, rendendo volatili le maggioranze e
complicando la pianificazione di riforme strutturali a lungo termine.
Facciamo un passo indietro, perdiamo spunto dalla scomparsa di un signore che ha dato il nome a una “legge di mercato politico”: Massimiliano Cencelli.
È morto Massimiliano Cencelli, quello che ha inventato il famigerato “manuale” secondo cui si divide il potere decisionale dei partiti nelle realtà “pubbliche” in base al peso politico dei partiti. È stato una mossa furba, all’epoca, quando nella cosiddetta prima repubblica si spartivano i posti di lavoro nelle fabbriche a partecipazione statale e non perché il privato ha sempre avuto bisogno di padrini politici. Guarda la famiglia Agnelli, tanto per dirne uno.
La fiat è cresciuta con le elargizioni statali. Senza
parlare dei colossi delle telecomunicazioni, dell’energia elettrica, delle
poste, della rai… etc.
Lui, Cencelli, è morto ma il suo manuale continua a imporre processi e passi.
Massimiliano Cencelli è deceduto l'8 agosto 2026 a Roma
all'età di 90 anni, lasciando un'eredità politica che sopravvive alla sua
scomparsa.
L'analisi del fenomeno evidenzia dinamiche strutturali ben precise:
Il meccanismo del "Manuale" Ideato nel 1967
originariamente per regolare gli equilibri interni tra le correnti della
Democrazia Cristiana. Assegna nomine, ministeri e ruoli di sottogoverno in
proporzione esatta al peso elettorale o congressuale delle singole forze
politiche.
Nonostante la fine della Prima Repubblica, il metodo
Cencelli rimane il pilastro informale utilizzato per comporre i moderni governi
di coalizione.
E, nell'intreccio tra Stato e Privato, in una forma di “Capitalismo assistito”, grandi gruppi privati storici hanno beneficiato di massicci interventi di welfare aziendale, sgravi e commesse pubbliche per sostenere la crescita occupazionale.
Nelle partecipazioni statali, realtà strategiche nei settori
energetico, delle telecomunicazioni e dei trasporti, le aziende nascono o
crescono sotto il controllo pubblico, intrecciando gli obiettivi industriali
con le necessità di consenso dei partiti.
Il "Manuale Cencelli" sopravvive perché risponde a un'esigenza strutturale della politica: quantificare il potere per evitare la paralisi delle coalizioni.
Il confronto tra la Prima Repubblica e lo scenario attuale
evidenzia profonde trasformazioni nei meccanismi di gestione del potere, dei
mercati e del consenso.
Nel passato esisteva una forma di capitalismo di Stato e
mediazione politica che si è dimostrata, per certi aspetti sociali, equilibrata
nella gestione del welfare.
Il Manuale Cencelli nasceva come formula matematica per garantire la stabilità interna alla Democrazia Cristiana e alle sue correnti, estendendosi poi all'intera macchina pubblica (IRI, ENI, Rai, banche pubbliche).
Il privato storico (come il gruppo Fiat/Agnelli) operava in
un regime di scambio: lo Stato garantiva ammortizzatori sociali, infrastrutture
dedicate e dazi protettivi; l'azienda garantiva l'occupazione e lo sviluppo
industriale della nazione.
C’era una sorta di responsabilità della mediazione. La politica della Prima Repubblica manteneva
una forte autorevolezza istituzionale. La spartizione dei ruoli era
sistematica, ma i partiti fungevano da corpi intermedi in grado di pianificare
strategie economiche a lungo termine.
Oggi, il populismo retorico frammenta la cosa pubblica; ma il metodo non è scomparso, si applica a coalizioni frammentate e fluide. Le nomine nelle odierne partecipate (Eni, Enel, Poste, Leonardo) seguono ancora logiche di spartizione proporzionale tra i partiti di governo.
A differenza del passato, i leader attuali utilizzano spesso
una narrazione conflittuale. Annunciano tasse sugli extraprofitti bancari,
tagli alle accise o tetti alle tariffe per intercettare il malcontento popolare
legato all'inflazione e al costo della vita.
Spesso a queste dichiarazioni d'impatto non seguono riforme
strutturali. I provvedimenti economici vengono frequentemente ridimensionati in
Parlamento per non spaventare i mercati o per via di vincoli di bilancio
europei, spostando l'azione legislativa su temi identitari o leggi restrittive
che richiedono meno risorse finanziarie.
Meglio prima o adesso?
Non esiste una risposta univoca, poiché entrambi i modelli
presentano forti criticità strutturali:
La Prima Repubblica ha garantito il boom economico e
la costruzione del welfare, ma ha generato un debito pubblico colossale,
lottizzazione della meritocrazia e una corruzione sistemica culminata in
Tangentopoli.
La Seconda/Terza
Repubblica ha privatizzato molti settori e ridotto il perimetro dello Stato
nell'economia, ma ha prodotto una classe politica più instabile, una crescita
economica stagnante e una tendenza a governare tramite la reazione emotiva alle
emergenze quotidiane anziché con una programmazione industriale.
Il dibattito sulla tassazione degli extraprofitti in Italia si concentra prevalentemente sul settore bancario, evidenziando una forte distanza tra gli slogan elettorali e la reale attuazione legislativa.
L'evoluzione delle misure fiscali dal 2023 fino alle
normative attuali della Legge di Bilancio dimostra come lo Stato abbia
progressivamente rimodulato la sua strategia: da una tassa punitiva si è
passati a un sistema di "anticipi" e incentivi contabili per non
destabilizzare i mercati finanziari
La tassa sugli extraprofitti dimostra la distanza tra la retorica politica e la realtà economica:
·
Il fallimento del 2023: La prima vera tassa al
40% è stata azzerata dalle banche sfruttando la scappatoia legale di versare i
soldi a riserva interna anziché allo Stato .
·
Il compromesso attuale: Lo Stato ottiene circa 4
miliardi di euro, ma non si tratta di un prelievo definitivo; è solo un
anticipo di cassa che le banche recupereranno con sconti fiscali futuri.
·
Il danno reputazionale: I continui annunci
punitivi estivi servono a raccogliere consenso immediato, ma spaventano gli
investitori esteri e creano instabilità sui mercati.
Sovvertire queste dinamiche è teoricamente possibile, ma
richiede tempi lunghi e riforme strutturali profonde, poiché l'attuale classe
dirigente non è la causa del problema, ma il sintomo di un sistema incentivante
distorto.
Per formare una classe dirigente seria, la scienza politica e l'analisi economica individuano tre passaggi chiave:
1. Cambiare le regole del gioco (Incentivi e Leggi
Elettorali), non all’ultimo minuto!
Finché i candidati verranno scelti dall'alto in base alla
fedeltà al leader e non alle competenze territoriali o professionali, il
"Manuale Cencelli" rimarrà l'unico criterio di selezione.
Coalizioni frammentate create solo per vincere le elezioni
costringono i governi al compromesso continuo e alla spartizione scientifica
dei posti per non cadere.
2. Sganciare la gestione pubblica dalla politica.
Creare Manager e non fedelissimi per conferire le nomine nelle grandi aziende di Stato (Eni, Enel, Poste) e nella sanità dovrebbero basarsi su requisiti tecnici stringenti e indipendenti, riducendo l'area di influenza dei partiti.
Autorità indipendenti forti, quindi, così da rafforzare il
ruolo di vigilanza dei tecnici (Banca d'Italia, Antitrust, Magistratura
contabile) per arginare i provvedimenti puramente demagogici.
3. L'evoluzione dell'elettorato è un dato imprescindibile.
Premiare la competenza! Una classe dirigente seria nasce se
i cittadini smettono di votare sulla base di slogan emotivi a breve termine
(es. promesse di bonus o tasse punitive impraticabili) e iniziano a pretendere
programmi industriali misurabili a lungo termine.
Fare ritorno alle scuole di politica alta. Per ovviare a
ulteriori escamotage del tipo “cencelli”, la scomparsa dei partiti tradizionali
ha azzerato i luoghi di formazione dei giovani leader, oggi sostituiti dalla
selezione tramite algoritmi dei social network. O dalle simpatie e fedeltà al capopartito.
In sintesi: Non accadrà dall'oggi al domani. Il cambiamento avverrà solo quando il costo politico della demagogia supererà il beneficio elettorale che produce.
Per "volare alto" e costruire una visione di lungo
termine, la storia e la sociologia economica confermano che è indispensabile
dare risposte stabili ai bisogni fondamentali dei cittadini.
Finché un elettorato è schiacciato dall'ansia per il costo della vita, la precarietà lavorativa o la carenza di servizi essenziali (sanità e scuola), voterà sempre seguendo l'istinto di sopravvivenza immediato.
La politica della reazione emotiva prospera proprio sulle
paure dei bisogni insoddisfatti. Promettere bonus o scagliarsi contro i
"nemici" del momento serve a tacitare temporaneamente il malcontento
senza risolvere il problema strutturale.
La precondizione per il pensiero critico consiste nell’affrancamento dei bisogni primari; un cittadino sollevato dalle emergenze quotidiane ha il tempo, l'energia e l'interesse per valutare programmi complessi, investimenti industriali e riforme generazionali.
(ma la politica del populismo non lo vuole!)
Per spezzare questo legame e permettere al Paese di pianificare il futuro, la transizione richiede passi precisi:
·
Infrastrutture sociali stabili:
Trasformare i "sussidi una tantum" in servizi pubblici efficienti
(asili nido, trasporti, sanità territoriale) che tolgano stabilmente peso
economico alle famiglie.
·
Patti di produttività: Creare le
condizioni economiche per salari reali più alti attraverso l'innovazione,
anziché rincorrere l'inflazione con decreti d'urgenza.
·
Continuità oltre i governi: Isolare i
grandi piani strategici (digitalizzazione, transizione energetica, reti
idriche) dalla propaganda elettorale quotidiana, affidandone la gestione a
istituzioni tecniche indipendenti.
.jpg)
Commenti
Posta un commento
LA PAROLA AI LETTORI.
I commenti sono abilitati per chiunque passa da qui, si sofferma, legge e vuole lasciare un contributo all'autore del post.
ATTENZIONE! Chi commenta i post del blog è responsabile di quanto scrive.Avviso al lettore:
i commenti devono rispettare la cura della parola e il sentire comune. Non si tollerano insulti, spam o provocazioni. L'autore del commento si assume l'esclusiva responsabilità legale del contenuto pubblicato.