L'oro invisibile

 

Il paradosso degli artisti, tra il cinismo dei pragmatici e il valore del sogno:

L’oro invisibile della tela.

La cultura non paga. È una frase che si sente spesso. Specialmente quando ci s’imbatte in una persona creativa. Poeta, pittore, musicista. Drammaturgo. Attore e così via. In effetti, incontrare qualcuno di questi personaggi che abbiano riscosso successo in tempi brevi e prima delle postume smancerie è difficile! E poiché viviamo sulla terra e con i piedi ben piantati, guardiamo con superficialità i sognatori.

Per i pragmatici i sognatori sono simili ai bambini.

Bambini adulti fisicamente e all’anagrafe e nient’altro. La cultura non paga: questo è l'assioma preferito di chi confonde il valore con il prezzo. Ci si riempie la bocca di pragmatismo, liquidando il creativo come un eterno fanciullo che si rifiuta di crescere. Oscar Wilde lo riassunse con la sua solita, tagliente precisione: "Oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla".

Il destino del creativo, d’altronde, è una scommessa sul futuro, spesso pagata a caro prezzo nel presente. Si cammina su un filo sottile, sospesi tra l'indifferenza dei contemporanei e la gloria tardiva dei posteri. 

Come scriveva sconsolato Giacomo Leopardi nello Zibaldone, "La gloria dei letterati e dei dotti è tardiva, e per lo più comincia quando essi sono morti". È la dura legge dell'arte: il successo immediato è un lusso per pochi, mentre la comprensione profonda è quasi sempre un affare postumo, una sfilata di smancerie tardive davanti a una tomba trasformata in mausoleo, feticcio buono per gli affari di chi resta e amministra i tesori del creativo in questione.

Eppure, questa cecità sociale non ferma i sognatori.

 Chi crea non lo fa per riempire un registro di cassa, ma per obbedire a un'urgenza interiore.

Albert Einstein, che di formule e concretezza se ne intendeva, amava ricordare che:

 "L'immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l'immaginazione abbraccia il mondo".

I pragmatici misurano il mondo in metri quadrati e fatturati; i sognatori lo misurano in brividi e intuizioni. Senza questi "bambini anagrafici", l'umanità camminerebbe nel deserto dell'anima. Sono loro a custodire il fuoco, a ricordarci – quando la realtà si fa troppo pesante – che esiste un altrove.

Perché l’arte e la creatività esigono un'estasi assoluta; come scriveva meravigliosamente Charles Baudelaire: "Bisogna essere sempre ubriachi. Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare. Ma ubriacatevi". Ed è solo grazie a questa splendida, ostinata ubriachezza se il mondo, prima o poi, si sveglia dal suo torpore e riscopre i momenti imprescindibili di poesia.

Questo scontro si fa ancora più aspro quando si guarda una tela e si calcola solo il costo del telaio.

Il pittore, agli occhi dei pragmatici, resta un sognatore con le mani sporche di pigmento e i piedi staccati da terra.

Julius Meier-Graefe descriveva questa miopia con precisione: "Se un uomo dipinge un quadro, nessuno ha il dovere di comprarlo".

Il mercato esige scadenze e prodotti standardizzati, l'arte esige l'anima. Il destino di chi usa il pennello è una scommessa al buio con il tempo.

Spesso, la tela si trasforma in uno specchio troppo nitido per una società distratta, che preferisce l'ovvio al sublime.

Vincent van Gogh, che di questo isolamento fece il suo martirio, scriveva al fratello Theo: "Molta gente pensa che la poesia sia una sciocchezza e i pittori dei pazzi, e forse hanno ragione, ma io sento che la natura parla attraverso di me". È la condanna del visionario: essere deriso da vivo e venerato da morto, mentre le smancerie postume trasformano la fame di ieri nelle aste milionarie di oggi.

I pragmatici esigono realismo, confondono la precisione di una macchina fotografica con la verità dell'arte. Non capiscono che il pittore non copia il mondo, lo ricrea. Pablo Picasso rispondeva a questa pretesa con tagliente chiarezza: "Il mondo non ha senso, perché dovrei dipingere quadri che ne hanno?".

Chi dipinge non cerca il consenso immediato del contabile, rifiuta quelle "pitture ruffiane" prodotte in serie per il mercato e obbedisce a un'intenzione che non conosce bilanci. Senza i "bambini adulti" che macchiano e rigenerano il candore del mondo con i loro sogni, la realtà sarebbe un deserto monocromatico. Sono loro a insegnarci di nuovo a vedere, a strappare il velo della superficialità.

Paul Klee ci ricorda che: "L'arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile" qualcosa che vive a livelli alti e ci completa, se pur con discrezione. Rende visibili i livelli della sensibilità interiore, attraverso uno strappo, un graffio, una residuale traccia di ostinata pubblicità… un logo.



È esattamente in questo solco concettuale che s’inserisce la ricerca di Mario Iannino

Attraverso i suoi Linguaggi mutevoli, l'artista accetta la sfida di rendere visibile l'invisibile, manipolando i simboli della nostra quotidianità distratta. Quello strappo, quel graffio sulla tela, quella traccia residuale di un logo o di un messaggio pubblicitario non sono elementi casuali ma frammenti di un mondo pragmatico e consumistico che l'artista cattura e riscatta.

Mario Iannino decontestualizza i segni della comunicazione di massa per trasformarli in pura sensibilità interiore. La sua pittura diventa così un campo di battaglia e di cura, dove l'asfissia della pubblicità ostinata è sublimata e tradotta in ricerca spirituale e concettuale.

Non c'è spazio per il compromesso commerciale: la tela si fa specchio di un'urgenza che graffia la superficie dell'ovvio per rivelare la profondità dell'anima. Ed è solo grazie a questa ostinata cecità verso il profitto se, prima o poi, davanti a una pennellata di luce o a un'interferenza segnica, anche il più rigido dei pragmatici si ferma, si guarda dentro e riscopre il brivido assoluto della poesia.

È esattamente in questo solco concettuale che s’inserisce la figura e la poetica di Mario Iannino.

Attraverso i suoi "Linguaggi mutevoli ", Iannino spinge la pittura e la sperimentazione visiva oltre i confini della rappresentazione didascalica. Il suo lavoro non illustra la realtà, ma la decostruisce: frammenta la forma per far emergere il concetto, trasformando lo spazio visivo in un dialogo continuo tra pixel, pigmento e pensiero. Per Iannino, fare arte significa "creare nuove forme linguistiche per pilotare messaggi, esprimere concetti e sublimare le sensazioni". La sua è una vera e propria poesia visiva che costringe lo spettatore a guardare oltre la superficie. Ed è solo grazie a questa ostinata e nobile cecità verso il mero profitto se l'umanità, davanti a una pennellata o a un'interferenza digitale, si sveglia dal suo torpore e riscopre il brivido assoluto della poesia.

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