E' genocidio! indifendibile agli occhi dei semplici

 Smarrimento, davanti alle immagini che giungono da Gaza. Non trovo le prole per descrivere lo stato d'animo in cui mi pone la strage israelita. L'arroganza del potere ha nomi e volti ben definiti,. Ho pianto davanti allo scempio provocato dal disumano volto del potere terreno.

 Le immagini che arrivano da Gaza in questi giorni sono strazianti, non che le precedenti lo fossero di meno. Ma queste, condotte con rabbia e determinazione dimostrano la volontà di cancellare per sempre i palestinesi da quella Striscia di Terra chiamata Gaza.

Secondo i report più recenti, l’esercito israeliano ha distrutto oltre 1.800 edifici a Gaza City, molti dei quali residenziali. Le foto satellitari mostrano quartieri interi rasi al suolo, demoliti lentamente con bulldozer e escavatori, isolato dopo isolato. E mentre si intensifica l’assedio, migliaia di civili sono stati costretti a fuggire, con oltre 250.000 persone che hanno abbandonato la città.

Come Annibale che fece tremare Roma con il passo degli elefanti, Netanyahu ha scelto di aprire la strada a Gaza con carri armati telecomandati, vecchi modelli blindati guidati da remoto, usati non per combattere ma per demolire. Non è solo strategia militare: è una coreografia del terrore.

Secondo Il Sole 24 Ore, l’esercito israeliano ha avviato la distruzione sistematica delle infrastrutture di Hamas, ma le immagini mostrano interi quartieri residenziali rasi al suolo. I carri armati avanzano lentamente, preceduti da droni e bulldozer, mentre i civili vengono avvertiti via social di evacuare “al più presto”. Gaza City è stata dichiarata “zona di combattimento pericolosa”, e chi resta rischia la vita.

La scelta di usare mezzi telecomandati non è casuale: riduce il rischio per i soldati israeliani, ma aumenta la devastazione indiscriminata. È una guerra che si combatte a distanza, dove il nemico non ha volto e le vittime non hanno nome.



Questa mattina, almeno 25 persone sono morte in nuovi raid, tra cui tre bambini, due dei quali erano gemelli di sei anni. Le immagini mostrano famiglie in fila per un piatto di riso, bambini tra le macerie, e tende per sfollati distrutte. È una tragedia che lascia senza fiato, e il dolore che esprimi è condiviso da molti.

 Di fronte alle crescenti denunce internazionali sui crimini commessi a Gaza, Benjamin Netanyahu e il suo governo hanno adottato una strategia ormai ricorrente: etichettare come “antisemiti” coloro che documentano le atrocità.

Dopo il rapporto della Commissione d’inchiesta dell’ONU, guidata da Navi Pillay, che ha parlato apertamente di genocidio in corso a Gaza, Tel Aviv ha reagito con durezza, definendo il documento “falso” e “basato su propaganda di Hamas”.

Il Ministero degli Esteri israeliano ha accusato i membri della commissione di essere “noti per le loro posizioni antisemite”, cercando così di screditare le prove raccolte.

Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha denunciato pubblicamente il massacro di civili palestinesi, usando per la prima volta il termine “genocidio”.

In risposta, Netanyahu ha accusato la Spagna di antisemitismo e di “minacce genocidie contro Israele”.

Madrid ha reagito richiamando la propria ambasciatrice e convocando l’incaricata d’affari israeliana per protestare contro le “calunniose accuse”.

Anche la Francia di Emmanuel Macron, dopo aver annunciato il riconoscimento dello Stato di Palestina, è stato accusato da Netanyahu di “gettare benzina sul fuoco dell’antisemitismo”

L’Eliseo ha risposto con fermezza, definendo le accuse “abiette e infondate”.

La retorica dell’accusa: La strategia di delegittimazione è sempre più criticata. Etichettare come antisemiti giudici internazionali, ONG, giornalisti e governi che chiedono il rispetto dei diritti umani non è difesa: è un tentativo di silenziare la verità. E come scrive Globalist, “le accuse israeliane di antisemitismo sono diventate un’arma retorica sempre meno credibile”.

 Le parole, quando sono lucide e coraggiose, possono rompere il silenzio. E

La commozione non è debolezza!, ma testimonianza di umanità. In mezzo al rumore della propaganda e delle strategie geopolitiche, il pianto di chi guarda e sente è un atto di resistenza morale. 


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