La grazia concessa
SERGIO MATTARELLA E QUELLA GRAZIA IMPRUDENTE
Chi mi conosce sa che rispetto tutti i Presidenti della Repubblica. Tutti. Anche quelli verso i quali non ho avuto particolare stima. Li rispetto per l’educazione che ho ricevuto, nella quale il rispetto delle istituzioni coincide con quello delle persone che le rappresentano. È da questo rispetto che si distingue chi è civile da chi non lo è, chi è democratico da chi democratico non è.
Chi mi conosce sa anche della mia stima profonda e incondizionata per Sergio Mattarella. Lo rispetto, lo stimo, lo ammiro. Gli voglio bene come si può voler bene a una persona che, nel corso della sua vita, ha saputo testimoniare valori alti con coerenza e sobrietà. Lo considero un servitore dello Stato esemplare e un ottimo Presidente della Repubblica.
La mia stima è fatta anche di gratitudine. In questi anni ha mantenuto la barra al centro della vita democratica del Paese. Ha difeso le istituzioni, ha ricordato il valore della democrazia e il suo fondamento nella Resistenza e nell’antifascismo. Ha saputo interpretare il sentimento della patria come intreccio di orgoglio e umiltà, di fedeltà e misura. E questo mi ha sempre affascinato.
Per questo, proprio per questo, sul caso Minetti non mi è piaciuto per nulla.
Non mi è piaciuta la concessione della grazia.
E non perché io sappia se siano veri o falsi, in tutto o in parte, i fatti e le circostanze che hanno accompagnato la pratica. Rispetto la magistratura, rispetto gli organi dello Stato, rispetto il giornalismo e la libera informazione. Non entro nelle polemiche e nelle ricostruzioni che non posso verificare direttamente.
Il punto che mi interessa è un altro. E viene prima.
Riguarda il significato stesso della grazia e la responsabilità che accompagna il suo esercizio.
In uno Stato nel quale la legge deve essere uguale per tutti, vi sono persone che, per il ruolo avuto nella vita pubblica del Paese, non possono essere considerate semplicemente cittadini qualunque nel momento in cui ricevono un atto di particolare rilevanza istituzionale. Non perché valgano di più degli altri, ma perché ogni decisione che le riguarda deve evitare non soltanto di essere, ma anche di apparire come un trattamento differente.
È qui che nasce il mio dissenso.
La Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica il potere di concedere la grazia. Un potere che appartiene esclusivamente a lui. E se esiste il potere di concederla, esiste inevitabilmente anche quello di non concederla.
Lo stesso Quirinale ha ricordato che, a fronte di circa un migliaio di richieste esaminate durante questo secondo settennato, le grazie concesse sono state soltanto quarantasei.
E allora mi domando: quanti padri e quante madri, negli stessi anni, hanno vissuto situazioni analoghe? Quanti hanno chiesto un atto di clemenza per assistere un figlio malato o bisognoso di cure? Quanti non sono stati creduti? Quanti non hanno avuto la possibilità di presentare una documentazione impeccabile? Quanti non si chiamavano Minetti?
Mi domando quante persone abbiano scontato la pena lontano dai propri figli. Quante abbiano sofferto la stessa angoscia. Quante abbiano avuto le stesse ragioni umane senza ottenere lo stesso risultato.
E mi domando ancora quanti, da domani in poi, presenteranno una richiesta di grazia fondata su motivazioni analoghe. Quelle richieste saranno accolte? Saranno valutate con la stessa attenzione e con la stessa tempestività?
Sono domande che inquietano.
Non mettono in discussione la mia stima per Sergio Mattarella. Non cancellano il rispetto e l’affetto che provo per lui. Ma riguardano una decisione che continuo a considerare imprudente.
Perché le istituzioni democratiche vivono anche della fiducia che sanno generare. E quella fiducia si fonda non soltanto sulla giustizia delle decisioni, ma anche sulla percezione della loro imparzialità.
Sergio Mattarella resta il mio Presidente. Resta una delle personalità politiche che più ho stimato e amato. Perché democratico. E, forse ancora di più, perché democratico cristiano.
Franco Cimino
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