Democrazia è Partecipazione
-L’arroganza che corrode la democrazia-
Dalle forzature istituzionali ai piccoli tiranni quotidiani — quando il potere, grande o minuscolo, smette di servire la comunità e inizia a servire sé stesso.
La democrazia piegata alle convenienze del momento, una realtà ben nota!
Ancora una volta assistiamo al tentativo di cambiare le
regole del gioco mentre la partita è in corso.
Il governo Meloni propone di inserire il nome del premier sulla scheda elettorale, una scelta che molti italiani non condividono e che soprattutto contrasta con la natura della nostra Repubblica parlamentare.
La Costituzione prevede che il Presidente del Consiglio sia nominato
dal Presidente della Repubblica, non eletto direttamente, proprio per garantire
equilibrio, rappresentanza e tutela delle minoranze.
Una dinamica che alimenta la sensazione di una democrazia
sempre più compressa, piegata alle convenienze di chi governa.
Questa tendenza non è un incidente, ma una prassi
consolidata.
Dal livello nazionale ai consigli comunali, l’arroganza del
potere è diventata un tratto distintivo della vita pubblica.
Chi conquista una posizione tende a inebriarsi del comando,
a considerarlo un diritto naturale, un possesso personale, un privilegio da
difendere a ogni costo. Il virus invisibile trasmuta le menti e impone
atteggiamenti servili a quanti vivono attorno alla cerchia magica del potere
temporale.
In Calabria si dice: “u cumandari è megghjiu do futteri”.
Una frase brutale, certo, ma che descrive perfettamente la
sensazione di onnipotenza che il potere può generare.
E quando il potere diventa godimento, la democrazia diventa
un ostacolo.
L’arroganza non vive solo nei palazzi romani.
Ha mille volti, spesso più piccoli, più quotidiani, ma non
meno corrosivi.
C’è il politico locale che si sente intoccabile perché controlla un ufficio, una delibera, un appalto.
C’è il dirigente che usa il ruolo come clava per compensare
insicurezze personali.
E poi c’è lui, il piccolo tiranno di quartiere, la versione
domestica del potere malato: l’amministratore di condominio che interpreta il
regolamento come fosse un codice divino, che decide, impone, minaccia,
pontifica.
Un micro-sovrano che confonde la gestione di un palazzo con
la guida di uno Stato, che usa il ruolo per sentirsi superiore, per esercitare
un’autorità che nella vita reale non ha.
Accanto a lui, il tuttologo di paese: quello che non ha mai
sostenuto un esame ma spiega il diritto; che non ha mai progettato un muro ma
pontifica sull’edilizia; che non ha mai letto un bilancio ma giudica la
politica; che non ha mai aperto un manuale scientifico ma discetta di energia
atomica.
Un personaggio che, pur di non essere smascherato,
preferirebbe sparire dalla faccia della terra.
Sono figure diverse, ma accomunate da un tratto: la
presunzione che il potere — qualunque potere — autorizzi a tutto.
Il filo rosso della posizione autoritaria del comando
sostituisce il servizio, sempre.
Dall’alto al basso, il meccanismo è identico:
quando il potere smette di essere un servizio e diventa un
possesso, la democrazia si deforma.
Le istituzioni si irrigidiscono, la rappresentanza si
svuota, il confronto si spegne.
E la società si ritrova ostaggio di chi confonde il comando
con la libertà di fare ciò che vuole.
E come ogni virus, si diffonde dove trova terreno fertile:
nella passività, nell’abitudine, nella rassegnazione.
Perché serve una reazione dal basso?
La democrazia non si difende solo nelle aule
parlamentari.
Si difende nei condomìni, negli uffici, nei comuni, nelle
associazioni, nei luoghi dove il potere — anche minimo — può essere esercitato
con rispetto o con abuso.
Perché la verità è semplice:
la democrazia non muore per un colpo di Stato, ma per mille piccoli
abusi quotidiani che diventano normalità.
Una democrazia si salva solo se qualcuno ha il coraggio di
dire “basta”
Alla fine, tutto si riduce a questo: la democrazia vive solo
se qualcuno la difende, ogni giorno, in ogni luogo.
Non basta indignarsi quando il potere nazionale forza la
mano; bisogna riconoscere che la stessa logica — la stessa arroganza — si
annida anche nei gesti più piccoli, nei ruoli minimi, nei comportamenti
quotidiani.
Perché il potere non diventa tossico all’improvviso: cresce dove nessuno lo contrasta, dove l’abuso diventa abitudine, dove il silenzio diventa complicità.
E quando la società si abitua ai piccoli tiranni, finisce
per tollerare anche i grandi.
La verità è semplice e scomoda:
una democrazia non crolla per un atto eclatante, ma per una
lunga serie di soprusi che nessuno ha avuto il coraggio di fermare.
E allora il punto non è solo denunciare chi comanda male, ma
ricordare a tutti — dal premier all’amministratore di condominio — che il
potere non è un trofeo, è un servizio.
E che chi lo esercita senza rispetto, senza misura, senza
ascolto, non è un leader: è solo un arrogante che ha trovato una sedia.
La democrazia non chiede eroi.
Chiede cittadini che non abbassano la testa.
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