Coscienza civica e sport

 DA UNA FESTA ALL’ALTRA: 




LA REPUBBLICA E IL CATANZARO, COSA RESTA?


Sta passando, o forse è già passata, la Festa della Repubblica per gli italiani sinceramente democratici. Sta invece lentamente terminando la festa dei tifosi del Catanzaro, sinceri e appassionati anch’essi.


Che cosa resta dell’una e che cosa resta dell’altra? Il parallelismo, certo, non è perfetto e forse nemmeno del tutto appropriato. Eppure qualche riflessione comune è possibile.


In un Paese che appare sempre più intristito, stretto tra le preoccupazioni della vita quotidiana e i rumori delle guerre che sembrano lontane ma che, in realtà, ci riguardano da vicino, una giornata di serenità, una leggera festa, il richiamo delle bandiere, degli inni, delle parate e delle fanfare riescono ancora a regalare un senso di appartenenza e una gioia autentica.


Allo stesso modo, in una città come la nostra, gravata da problemi che non si risolvono con tagli di nastri o con promesse continuamente rinviate, la soddisfazione per i successi della squadra di calcio rappresenta un sollievo per la mente e per il cuore.


Qualcuno continua a richiamare una vecchia massima marxiana, secondo cui tutto ciò che distrae i cittadini, soprattutto i più deboli, finisce per diventare una sorta di oppio capace di stordire le coscienze. Ma l’entusiasmo che il Catanzaro suscita nei suoi tifosi non è affatto l’oppio dei popoli. Al contrario, può diventare una spinta positiva, non soltanto per l’umore, ma anche per la coscienza civile.


Essere tifosi significa sentirsi parte di una comunità. E questa appartenenza può trasformarsi in partecipazione, responsabilità, desiderio di contribuire al riscatto della città. È un percorso che parte, purtroppo solo dal calcio ma che deve necessariamente proseguire su strade ben più impegnative.


Del Catanzaro abbiamo celebrato le vittorie, abbiamo condiviso le delusioni e abbiamo coltivato speranze per il futuro. Ora, però, è inutile affannarsi intorno alla data dell’8 giugno e alle successive per sapere chi resterà, chi partirà, quali calciatori saranno richiesti da società più blasonate o quali dirigenti cambieranno destinazione.


È prevedibile che molti protagonisti di questa splendida stagione vadano via. Le lacrime sincere viste sui volti dei calciatori e dei componenti dello staff raccontano il legame profondo che si è creato con il Catanzaro. Ma chi partirà non sarà un traditore. Sarà semplicemente un professionista che segue le regole di uno sport che da tempo è anche business, economia, ricerca di opportunità e crescita professionale.


Se arriveranno offerte importanti, è giusto che vengano valutate. E noi non dovremo considerare traditori coloro che inseguono le proprie ambizioni.


Il vero campione del Catanzaro, infatti, è la società costruita in questi anni. Il vero fuoriclasse è il presidente Floriano Noto, che con intuizione e competenza ha saputo scegliere collaboratori capaci e costruire una struttura solida.


Pochi soldi e molta competenza. Investimenti contenuti e risultati straordinari. Questa è la filosofia calcistica di Floriano Noto.


C’è poi la città. Catanzaro possiede una qualità rara: riesce a trasformare in campioni coloro che arrivano qui. Chi veste questa maglia trova un ambiente che favorisce la crescita umana e professionale, alimenta l’orgoglio, rafforza la fiducia in sé stessi e accresce l’ambizione.


Catanzaro è, in questo senso, una città che genera campioni. E l’Unione Sportiva Catanzaro è una società che sa valorizzare talenti, farli crescere e, talvolta, persino scoprirli dal nulla.


Questo resterà della festa sportiva appena conclusa. Delle lacrime rimarrà il ricordo dei sentimenti autentici che le hanno generate. Di questo campionato resterà un Catanzaro destinato a diventare ancora più forte, non inseguendo i modelli altrui ma seguendo la propria cultura sportiva e societaria.


Viva il Catanzaro. E viva soprattutto quel tifo che, come ripeto da tempo, dovrebbe trasformarsi in spirito di cittadinanza attiva, nella volontà di prendersi cura della città, della politica e delle istituzioni.


A partire dalle prossime elezioni amministrative, che non dovrebbero diventare il luogo nel quale centinaia di candidati si affollano esclusivamente per conquistare un seggio in Consiglio comunale, attratti più dai vantaggi personali che dal desiderio di servire la comunità.


Della Festa della Repubblica resterà invece una verità semplice ma fondamentale. Una verità antica quanto la Repubblica stessa, che pure è ancora giovane nei suoi ottant’anni di vita.


Nonostante i pericoli attraversati, nonostante le forze che in varie stagioni hanno tentato di indebolirne o stravolgerne il suo carattere democratico, la Repubblica italiana si è dimostrata forte, vitale e resistente.


Con il massimo rispetto per tutte le persone che hanno ricoperto o ricoprono alte cariche istituzionali, bisogna riconoscere che soltanto una democrazia forte ematura come la nostra è stata capace di consentire a personalità provenienti da culture politiche diverse di assumere responsabilità ai vertici dello Stato e, attraverso l’esercizio delle istituzioni, maturare una piena cultura democratica. Per molti in passato è stato così, specialmente per quanti provenivano da battaglie e sensibilità strettamente legate alla Repubblica e alla Costituzione. 


La nostra Repubblica è pedagogica. 

Attraverso la Costituzione educa sé stessa e, nello stesso tempo, educa coloro che la rappresentano.


Accade come nella scuola o nella famiglia: non sempre chi riceve un insegnamento lo condivide immediatamente o lo sente pienamente proprio. Tuttavia, il rispetto delle regole e delle istituzioni conduce comunque a comportamenti corretti e responsabili.


Se poi, come auspica la Costituzione, tutti coloro che assumono responsabilità pubbliche facessero propri fino in fondo i valori democratici e antifascisti sui quali essa si fonda, si aprirebbe una nuova stagione di libertà e responsabilità.


Sarebbe il compimento della Resistenza. O forse l’inizio di una nuova Resistenza, capace di camminare sulle gambe degli uomini e delle donne di oggi, sostenuta dalle solide colonne della Repubblica democratica.


Franco Cimino

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