Calabria, i borghi della rinascita, l'aspettiamo da sempre

 

“Quando la politica diventa satira": 

Sembra di vedere uno scketc di Antonio Albanese nei panno di Cetto La Qualunque. 

Occhiuto promette centomila euro per chi prende la residenza in un paesino dell'entroterra. Così intende riqualificare i paesi abbandonati facendo leva sulla nostalgia di quanti sono stati costretti ad andarsene dalla Calabria. 

Ci potrebbe anche stare! ma poi, cosa riserva il futuro ai peones rientrati? come possono ovviare alla carenze infrastrutturali, al lavoro che non c'è e alla possibilità di condurre una vita dignitosa dopo il rientro? e se ha famiglia?”

Sembra davvero un copione scritto per Cetto La Qualunque, con tanto di slogan roboanti e promesse da campagna elettorale.


 Il progetto “Casa Calabria 100” lanciato da Roberto Occhiuto prevede fino a 100.000 euro di incentivo per chi decide di trasferire la propria residenza in un borgo dell’entroterra calabrese, acquistando e ristrutturando un immobile.

 L’idea prende ispirazione da esperimenti simili attuati in Trentino e si fonda su fondi europei destinati al social housing e all’idrico. Ma il nodo è proprio il “dopo".

Le infrastrutture carenti di molti borghi calabresi sono: l’isolamento geografico, le strade dissestate, i trasporti pubblici scarsi o assenti. E senza investimenti paralleli che riguardano le connessioni digitali, la sanità e l’istruzione, il trasferimento enfatizzato in campagna elettorale rischia di essere solo simbolico. E siccome “nisciunu è fesso” la proposta rimarrà senz’altro una boutade alla Cetto.

Infatti, il progetto non chiarisce come creare occupazione per chi si trasferisce, né incentivi per imprenditori o smart workers. È ovvio che senza un piano che stimoli l’economia locale, il rischio è che le case ristrutturate restino vuote o diventino seconde case. E chi ha figli ha bisogno di scuole, pediatri, attività extrascolastiche. Ormai le famiglie non si muovono solo per nostalgia, ma per prospettive concrete di vita.

Alcuni esponenti politici hanno definito il progetto una “sparata propagandistica” che non affronta le vere criticità del territori. C’è il rischio e si teme un effetto gentrificazione, dove i borghi vengono “ripopolati” da chi può permetterselo, snaturando le comunità locali.

Insomma, l’idea potrebbe anche avere un cuore romantico, ma senza una visione sistemica rischia di essere solo una sceneggiatura da sketch-

Mettiamoci nei panni di chi davvero vorrebbe tornare in Calabria, magari con la famiglia, e immaginiamo un piano serio, concreto e sostenibile per ripopolare i borghi abbandonati. Non solo incentivi economici, ma un ecosistema che renda la vita lì possibile e desiderabile.

E per farlo ci vuole una visione Strategica non solo nostalgica ma programmatica. Quindi avere un obiettivo serio e non riempire case di teste vuote che rimarrebbero disabitate per la maggior parte dell’anno ma ricostruire comunità vive. 

Per realizzare un progetto simile serve una narrazione nuova che dica: non “torna perché ti paghiamo”, ma “torna perché qui puoi costruire qualcosa di tuo”; un “tuo”  corredato di infrastrutture e servizi essenzialic con connessione internet ultraveloce e prioritaria per attrarre smart workers e imprese digitali. Con una sanità territoriale seria, efficiente e affidabile con ambulatori, telemedicina, presidi minimi per famiglie e anziani. Scuole e trasporti! Quindi il potenziamento delle scuole locali e collegamenti con i centri più grandi.

Ci vogliono Hub di innovazione rurale, spazi coworking, incubatori per startup legate a turismo, agricoltura, artigianato. E poi il microcredito e gli incentivi alle imprese locali per chi apre attività nei borghi. E, cosa importantissima, la formazione professionale e corsi per giovani e adulti su mestieri richiesti (digitali e tradizionali).

Favorire i modelli abitativi flessibili, vale a dire: cohousing, case-bottega, residenze temporanee per chi vuole “provare”. Inclusione sociale, significa: progetti per accogliere migranti, anziani soli, giovani in cerca di autonomia.

E ancora; Cultura e identità fatta attorno a festival, laboratori esistenti per residenze artistiche e per valorizzare la cultura locale e attrarre creativi. Insomma, recuperare la memoria:  attraverso il vissuto dei resilienti e inserirli in archivi, musei diffusi, storytelling dei luoghi. Incentivare il turismo esperienziale con  percorsi lenti, enogastronomia, artigianato. E quant’altro!

 

"panorama sullo jonio"

Immaginiamo un borgo calabrese e proviamo a pensare come potrebbe rinascere con un piano strutturato e scientificamente serio. Potremmo costruire una “scheda ideale” con identità, vocazione, e proposte concrete attorno a una comunità reale.

Potremmo pensare a Palermiti, un piccolo comune calabrese di circa 1.000 abitanti, situato a 496 metri di altitudine sulle pendici orientali delle Serre. Ha una storia affascinante: leggenda vuole che il nome derivi dai mercanti palermitani che si rifugiarono lì nel 1509, altra narrazione dice che il nome derivi dai pagliai in cui abitavano, quindi "Pagleriti". Il paese ed i palermitesi sono legati alla leggenda della Madonna della Luce, celebrata con due feste annuali molto sentite. Il territorio offre ben poco!

Immaginiamo ora un piano di rinascita per Palermiti, cucito su misura per la sua identità e potenzialità:

L’identità del borgo è a vocazione rurale e spirituale perlopiù leggende, feste religiose, tradizioni contadine.

Il territorio collinare è ideale per agricoltura biologica, trekking, turismo lento, e la prossimità al Golfo di Squillace, che dista appena 22 km, ed anche a due passi da Soverato, rendono il borgo potenziale centro per turismo balneare e culturale.

Sempreché fossero cantierizzati e realizzati alcuni interventi prioritari!

Palermiti necessita di infrastrutture telematiche, di rete internet ad alta velocità per attrarre smart workers e i collegamenti stradali più consoni in direzione di Catanzaro e la costa. 

Insomma, come già accennato, serve una seria riqualificazione della piazza centrale come spazio civico e culturale. Nonché incentivi per l'agricoltura sostenibile: olio, vino, castagne (presenti nello stemma comunale). E attenzioni particolari alle poche botteghe artigianali di ceramica, tessitura, restauro. Avviare studi di ricerca per rimettere in campo gli antichi mestieri. Organizzare spazi coworking in edifici comunali inutilizzati. In sintesi, la residenzialità non è una parola vuota e non si limita alla semplice residenzialità intesa come ristrutturazione di case abbandonate se pur con criteri ecologici. Servono, come già detto, pogetti di cohousing per giovani coppie e anziani. Residenze temporanee per artisti e professionisti che sappiano creare cultura e turismo sulla scia della storia e della leggenda palermitese e del popolo Bruzio.

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