In fuga, costretti dagli eventi

Una favola tratta da una storia vera. Non inizia, perciò, con : "c'era una volta" ma è parte degli avvenimenti della drammatica cronaca di Gaza. Quindi: c'è!

"Il suo è un pianto silenzioso e dignitoso, adesso che deve accudire al fratellino. I genitori sono rimasti sepolti dalle macerie a gaza. Ora è lui il fulcro della famiglia residuale, è lui che deve prendersi cura del piccoletto e s'incammina, insieme alla interminabile fiumana, verso l'ignoto.".

Flash.

È una scena che spezza il cuore e al tempo stesso lo riempie di rispetto. Quel bambino, con il volto rigato da lacrime che non fanno rumore, incarna una forza che nessuno dovrebbe essere costretto a trovare così presto. Il suo pianto non è disperazione: è dignità, è il silenzioso giuramento che fa a sé stesso e al fratellino sulle spalle. Non c'è più tempo per essere piccolo. Ora è lui il rifugio, il punto fermo, il custode di ciò che resta.

I genitori, vittime innocenti di un conflitto che non risparmia nessuno, sono rimasti sepolti. Eppure, da quella tragedia, nasce un gesto eroico: il fratello maggiore che si fa carico del più piccolo, lo stringe forte e si unisce alla fiumana di profughi, un mare umano che cammina verso l’ignoto. Non sa dove andrà, ma sa perché cammina.

In quel momento, lui diventa tutto: madre, padre, guida, conforto. Ogni passo è un atto d’amore. Ogni lacrima che non cade è una promessa. E il fratellino, aggrappato a lui, sente che finché quel corpo lo sostiene, non è solo.


Verso l’ignoto

Il sole non é ancora sorto del tutto, ma la polvere lo ha già spento. Gaza è un groviglio di macerie e silenzi rotti solo da sirene lontane e passi incerti. Tra quei passi, ce ne sono due che camminano come se fosse uno solo.

Il più grande ha otto anni, forse nove. Nessuno glielo chiede più. Il tempo ha smesso di contare da quando la casa è diventata polvere e i genitori un ricordo sepolto sotto il cemento. Ora porta sulle spalle il fratellino, cinque anni appena, aggrappato al suo collo come a un ramo in mezzo alla tempesta.

Non piange. Non più. Le lacrime erano scese la prima notte, quando aveva scavato con le mani nude, chiamando mamma e papà tra i detriti. Ora il suo volto è rigido, segnato da una dignità che non appartiene ai bambini. Cammina con lo sguardo fisso davanti a sé, tra la folla che si muove come un fiume lento e doloroso. Non sa dove va, ma sa perché: il fratellino respira ancora, e questo basta.

Ogni tanto il piccolo chiede:
— Dove andiamo?
— Dove ci lasceranno stare. — risponde il grande, senza voltarsi.

La strada è lunga, e il mondo sembra troppo vasto per due corpi così piccoli. Ma in quel cammino, il fratello maggiore è diventato casa, rifugio, radice. Ogni passo è una promessa: “Finché ti tengo, non sei solo.”

E così, tra il rumore dei passi e il silenzio del cuore, i due bambini avanza. Verso l’ignoto. Verso qualcosa che non ha nome, ma che forse, un giorno, potrebbe chiamarsi futuro.


Il sole è alto, ma non scalda. Il vento solleva polvere e odore di ferro. La folla avanza come un respiro trattenuto. Tra quei corpi in movimento, lui cammina. Dieci anni appena, forse meno. Il volto tirato, scavato dalla stanchezza e da qualcosa che somiglia troppo alla responsabilità.

Sulle spalle, il fratellino dorme. Cinque anni, forse quattro. La testa poggiata sul collo del fratello maggiore, il respiro lieve, come se il corpo avesse capito che lì, in quel piccolo rifugio ambulante, può finalmente cedere al sonno. Il maggiore lo sente, quel peso. Non solo fisico. È il peso della perdita, del futuro che non ha nome, del dovere che nessuno gli ha chiesto ma che lui ha scelto.

Non piange. Non più. Le lacrime sono finite la notte in cui ha scavato tra le macerie, chiamando mamma e papà. Ora il volto è rigido, gli occhi fissi davanti a sé. Ogni passo è una promessa: “Finché ti tengo, non sei solo.”

Un uomo gli si affianca. Ha la barba grigia e gli occhi pieni di storie.
— Sei solo?
Lui annuisce.
— Dove vai?
— Dove ci lasceranno stare in pace.

L’uomo non insiste. Gli posa una mano sulla spalla, poi sparisce tra la gente. Il bambino non si volta. Non può permettersi di sperare. La speranza è un lusso. Lui ha solo il fratellino.

Camminano ancora, per ore. Il paesaggio cambia, ma il dolore resta. Ogni tanto, qualcuno offre un pezzo di pane, una bottiglia d’acqua. Lui prende, ringrazia con lo sguardo, e continua. Non può fermarsi. Non ancora.

Quella sera, si accovaccia sotto un muro mezzo crollato. Adagia il fratellino a terra, lo copre con la giacca troppo grande. Poi si siede accanto, le ginocchia al petto, gli occhi aperti nel buio.
Non c’è più casa. Ma c’è lui. E finché lui c’è, il fratellino non è solo.



 I bambini non contano le vittime, non leggono i comunicati, non distinguono le fazioni. I bambini vivono la guerra come un rumore che non smette mai, come un cielo che non si apre, come un abbraccio che manca. Ecco una voce che potrebbe essere quella di uno di loro:


“Perché?” si chiede Adam, immaginando di parlare con l'amico invisibile, quello che consola tutti i bambini nei momenti tristi.

Mi chiamo Adam, credo. O forse no, me lo sono dimenticato. Da quando la casa è diventata polvere, nessuno mi ha più chiamato per nome.

Cammino con mio fratellino sulle spalle. Lui dorme, o finge. Io non posso dormire. Ho paura che se chiudo gli occhi, ci svegliamo in un posto ancora peggiore.

Ogni tanto guardo gli adulti. Parlano tra loro, si scambiano sguardi pieni di cose che non capisco. Dicono “guerra”, “vendetta”, “confine”. Ma io non so cosa voglia dire. Io so solo che mamma non c’è più. Papà non risponde. E il mio fratellino ha fame.

Mi chiedo:
— Perché ci sparano?
— Perché ci mandano via?
— Perché nessuno ci protegge?

Non ho fatto niente. Nessuno di noi ha fatto niente. Volevamo solo andare a scuola, giocare con le biglie, tornare a casa quando il sole scende.

Ora camminiamo. Sempre. Non so dove. Ma finché lo tengo stretto, lui non è solo. E io non sono solo. Anche se il mondo sembra averci dimenticati.


Se fosse più grande e avesse un devices, forse, se fosse in un altro Paese, se incuriosito semplicemente o nauseato per quanto sta accadendo a Gaza e interogasse il web troverebbe notizie simili: 

 È una guerra che ha strappato via il senso stesso dell’umanità, lasciando i più vulnerabili — i bambini, le famiglie, gli anziani — esposti, senza scudi, senza riparo. ma farebbe comunque fatica a comprendere i “perché” di questa tragedia, con parole che non giustificano, ma cercano di spiegare:

I perché di una guerra che non ha volto umano

Si combatte a Gaza da decenni, ma oggi il conflitto ha raggiunto livelli di brutalità che superano ogni soglia di tolleranza. Le radici sono profonde: occupazione, blocchi, rivendicazioni territoriali, identità negate, cicli di vendetta. Ma nessuna causa può giustificare il massacro degli innocenti.

Perché si combatte?

  • Perché la Striscia di Gaza è da anni sotto assedio, isolata dal mondo, con oltre 2 milioni di persone intrappolate in 360 km².
  • Perché Hamas, che governa Gaza dal 2007, è considerato un'organizzazione terroristica da Israele e da molti Paesi occidentali.
  • Perché l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha scatenato una risposta militare israeliana senza precedenti, con bombardamenti continui e operazioni di terra.
  • Perché la politica internazionale è divisa, e spesso impotente, davanti a una spirale di violenza che si autoalimenta.

Chi paga il prezzo?

  • I civili. I bambini. Le madri. I padri.
  • Oltre 20.000 bambini uccisi in meno di due anni.
  • Il 97% delle scuole e il 94% degli ospedali distrutti.
  • Centinaia di migliaia di sfollati, costretti a camminare verso il nulla, come il fratellino sulle spalle del bambino evocato.

Perché il mondo non interviene?

  • Perché gli interessi geopolitici prevalgono sulla giustizia.
  • Perché il veto di potenze come gli Stati Uniti blocca risoluzioni ONU per il cessate il fuoco.
  • Perché la diplomazia è lenta, e la sofferenza è veloce.
  • Perché la comunità internazionale è divisa tra chi difende il diritto alla sicurezza di Israele e chi denuncia il rischio di genocidio contro i palestinesi.

Questa guerra non ha vincitori. Ha solo perdite. E ogni bambino che muore è una storia che non sarà mai raccontata, un sogno che non sarà mai vissuto.


Ricorda la scena biblica. Come Noè, che invece di guidare l’arca, viene portato sulle spalle del figlio durante l’esodo. Un rovesciamento dei ruoli, dove la fragilità del padre diventa il peso sacro che il figlio accetta di portare.  Adesso è Adam a portare sulle spalle il piccoletto.


Come Noè sulle spalle del figlio

Il cielo è grigio, ma non piove. È come se Dio avesse già versato tutte le lacrime. Il figlio cammina, curvo sotto il peso del padre. Non è solo carne e ossa: è memoria, è storia, è tutto ciò che resta di una casa, di un popolo, di una fede.

Il padre non parla. Gli occhi chiusi, il respiro lento. È stanco, consumato. Ma il figlio non lo lascia. Lo porta come si porta un’arca: con rispetto, con amore, con la certezza che dentro c’è qualcosa che non deve andare perduto.

La folla li circonda, ma nessuno li vede davvero. Sono un frammento di un esodo più grande, una marcia che non ha meta, solo bisogno. Il figlio non chiede aiuto. Non cerca conforto. Cammina. Perché sa che ogni passo è un atto di resistenza, un atto d’amore.

E così, come Noè salvò il mondo portando gli animali sull’arca, il figlio salva il padre portandolo sulle spalle. Non verso la salvezza, forse. Ma verso un luogo dove il dolore potrà almeno riposare.


Un racconto che intreccia il bambino di Gaza con il figlio che porta Noè sulle spalle. Due arche, due esodi, due silenzi pieni di significato.


Due esodi


Cammina il bambino, con il fratellino sulle spalle. Cammina il figlio, con Noè sulle spalle.
Uno attraversa le rovine di Gaza, l’altro un mondo sommerso. Ma entrambi avanzano, senza sapere dove, con il peso sacro di chi non può essere lasciato indietro.

Il bambino non ha più casa. Il figlio non ha più terra.
Il primo ha visto crollare i muri sotto le bombe. Il secondo ha visto il mondo inghiottito dall’acqua.
Ma nessuno dei due si ferma.

Il fratellino dorme, ignaro. Noè tace, consapevole.
Il bambino stringe forte le gambe del piccolo. Il figlio tiene saldo il corpo del padre.
Non c’è rabbia nei loro occhi. Solo determinazione. Solo amore.

La folla intorno al bambino è fatta di volti spaventati, di passi incerti.
Il cielo sopra il figlio è fatto di pioggia e silenzio.
Ma entrambi sanno che ciò che portano sulle spalle è più importante di ciò che lasciano dietro.

Il bambino è diventato padre. Il figlio è diventato arca.
E in quel gesto — portare, proteggere, non cedere — c’è tutta la dignità che la guerra e il diluvio non sono riusciti a cancellare.

Camminano.
Uno verso un campo profughi.
L’altro verso una montagna che ancora non si vede.
Ma entrambi portano con sé ciò che resta del mondo.


 Il tempo si piega, e per un istante, due cammini si incrociano: quello del bambino di Gaza e quello del figlio che porta Noè. Due arche, due silenzi, due atti d’amore.


L’incontro

Il bambino cammina, il fratellino sulle spalle. La polvere gli graffia il volto, ma non si ferma.
Il figlio cammina, Noè sulle spalle. L’acqua lambisce i suoi piedi, ma non si ferma.

Poi, come se il mondo si fosse stancato di essere diviso, le strade si incontrano.
Non c’è tempo, non c’è spazio. Solo un istante sospeso.

Il bambino guarda il figlio.
— Anche tu porti qualcuno?
— Sì. Mio padre.
— Io porto mio fratellino.
— È pesante?
— È tutto quello che ho.

Si osservano. Non c’è bisogno di spiegare.
Entrambi sanno cosa vuol dire essere piccoli e dover essere grandi.
Entrambi sanno cosa vuol dire camminare senza sapere dove, ma sapere perché.

Noè apre gli occhi. Il fratellino si sveglia.
Si guardano, i due portati.
E nei loro sguardi c’è la stessa domanda:
— Perché ci portano?
— Perché ci amano.

Il figlio sorride. Il bambino annuisce.
Poi il tempo riprende a scorrere.
L’acqua torna a salire. La folla torna a muoversi.
Ma quell’incontro resta.
Come una stella che nessuno vede, ma che guida il cammino.


 Il tempo si piega ancora, e il racconto prosegue, come se le due arche — quella del figlio che porta Noè e quella del bambino che sostiene il fratellino — camminassero fianco a fianco, unite da uno stesso destino.


Il cammino condiviso

Camminano insieme, senza parlare. Il figlio con il padre sulle spalle, il bambino con il fratellino. Le loro ombre si allungano sul terreno che cambia sotto i piedi: da acqua a polvere, da fango a pietra. Il mondo intorno è silenzioso, come se avesse smesso di giudicare.

Noè apre gli occhi. Guarda il bambino.
— Sei giovane per portare un peso così grande.
Il bambino non risponde. Stringe le gambe del fratellino.
— Non è un peso. È mio fratello.

Il figlio osserva il bambino.
— Anche tu cammini verso qualcosa che non conosci?
— Sì. Ma non importa dove. Basta che ci sia pace.

Il fratellino si sveglia. Guarda Noè, poi il figlio.
— Chi sono loro? — chiede.
— Sono come noi. — risponde il fratello. — Portano chi amano.

Per un attimo, le due arche si fermano. Il vento si placa. Il cielo si schiarisce appena.
Poi riprendono a camminare. Non insieme, ma paralleli.
Come due fiumi che scorrono vicini, senza mai toccarsi, ma che sanno di essere parte dello stesso mare.

E in quel cammino, c’è qualcosa che resiste.
Non la terra. Non il tempo.
Ma l’amore che porta.
Che solleva.
Che non abbandona.


 Un epilogo che non cancella il dolore, ma lo trasforma. Un luogo dove i passi non fanno più rumore, dove le spalle si alleggeriscono, e dove il tempo finalmente si ferma per respirare.


Epilogo – Il giardino del silenzio

Camminano ancora, il bambino con il fratellino, il figlio con Noè. Ma il paesaggio è cambiato. Non ci sono più macerie, né acque torbide. Solo terra morbida, alberi che sussurrano, e un cielo che non minaccia.

Arrivano in un giardino. Non è grande, né lussuoso. Ma è vivo.
I fiori crescono tra le pietre, come se anche loro fossero sopravvissuti a qualcosa.
Il vento è gentile. Il silenzio non è più vuoto: è pieno di pace.

Il bambino si ferma.
Abbassa il fratellino, che ora cammina da solo.
Il figlio si inginocchia. Noè scende, lentamente, e si siede sotto un albero.

Nessuno parla. Non serve.
Il fratellino corre tra le foglie.
Noè chiude gli occhi, finalmente sereno.
Il figlio e il bambino si guardano.
Non sono più soli.

Nel giardino, il tempo non ha fretta.
Le ferite non spariscono, ma smettono di bruciare.
I ricordi non gridano, ma cantano piano.

E così, in quel luogo che non ha nome, le due arche si fermano.
Non perché il cammino sia finito,
ma perché ora c’è un posto dove si può restare.


Sì, restare in un posto di Pace.
Pace per tutti.
Per chi cammina con il cuore spezzato.
Per chi porta sulle spalle ciò che resta della famiglia.
Per chi non ha più casa, ma ha ancora amore.
Per chi non sa dove andare, ma sa che non può fermarsi.

Pace per i bambini che non conoscono i confini,
che non distinguono le bandiere,
che non capiscono le ragioni,
ma sentono il rumore delle bombe come un tuono che non smette mai.

Pace per chi ha perso,
per chi ha visto troppo,
per chi ha smesso di chiedere “perché”
e ha cominciato a chiedere solo “quando finirà”.

Pace per chi porta,
per chi protegge,
per chi resiste con gesti piccoli e silenziosi,
come un fratello che stringe il più piccolo
o un figlio che solleva il padre.

Pace per tutti.
Non come un sogno lontano,
ma come un diritto vicino.
Come un giardino dove il tempo si ferma,
e le ferite imparano a respirare.

Pace!
Che sia il passo successivo.
Che sia il luogo dove ci incontriamo.
Che sia il nome che diamo al futuro.

Come una poesia da custodire, sacra come la Vita.

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