Compagni di visio

 Pino Pingitore e la visione optcal: un ricordo personale



Nel fervore visivo degli anni ’70, quando la pittura cercava nuove modalità di percezione e coinvolgimento sensoriale, Pino Pingitore si inseriva con forza e originalità nel panorama della cosiddetta “scuola optcal” — un movimento che sondava il confine tra arte e illusione, tra struttura e vibrazione. La sua tela del 1973, acrilico su 50x40 cm, è una testimonianza viva di quel linguaggio: geometrie pulsanti, cromie in movimento, una costruzione plastica che non si limita a rappresentare, ma interroga lo sguardo.

Ho avuto il privilegio di conoscere Pino fin dall’infanzia: compagni di scuola, amici, complici di conversazioni che spesso si spingevano oltre la superficie dell’arte, toccando il ruolo dell’artista nella società, la responsabilità del gesto creativo, la tensione tra forma e significato. Ricordo nitidamente il giorno in cui entrai a casa sua e lo trovai intento a lavorare su questa tela. Mi colpì subito — non solo per la precisione compositiva, ma per quel senso di vibrazione interna, quel ritmo cromatico che sembrava animare la superficie.

La pittura optcal, allora molto in voga, non era per Pino una semplice adesione stilistica. Era un modo di pensare la visione, di riconsiderare il rapporto tra spettatore e opera, di costruire un dialogo percettivo. In questo quadro, il volto frammentato e le forme architettoniche non sono solo elementi estetici: sono segni di una riflessione più profonda, una ricerca di equilibrio tra caos e ordine, tra presenza e dissolvenza.

Pino è stato una figura importante, non solo per la sua produzione, ma per la sua capacità di stimolare pensiero, di offrire suggerimenti che ancora oggi risuonano. La sua pittura, come le sue parole, aveva il dono di aprire spazi — visivi e mentali — in cui l’arte diventava esperienza, interrogazione, possibilità.

Compagni di visio è un piccolo manifesto poetico, un omaggio a quegli sguardi condivisi che hanno nutrito la nostra formazione e il mio cammino. che intreccia memoria, arte e amicizia:


Compagni di visio

Frammenti di sguardi, geometrie d’infanzia, dialoghi che ancora vibrano

C’erano giorni in cui la visione non era solo un atto ottico, ma una forma di fratellanza. Eravamo giovani, inquieti, affamati di segni e significati. Con Pino Pingitore, compagno di scuola e amico d’infanzia, la pittura diventava conversazione: non solo tecnica, ma tensione, domanda, possibilità.

Ricordo la luce che filtrava nella sua stanza, il silenzio interrotto dal suono del pennello, e quella tela — acrilico su 50x40 — che sembrava pulsare di vita propria. Era il 1973, e la pittura optcal ci affascinava: non tanto per la moda, ma per la sua capacità di interrogare lo sguardo, di destabilizzare la percezione, di costruire un ritmo visivo che fosse anche pensiero.

Pino mi parlava della struttura plastica, del movimento cromatico, della necessità di rompere la superficie per far emergere il senso. I suoi suggerimenti non erano mai didattici, ma generosi: aprivano varchi, facevano vibrare domande. In quegli scambi, l’arte non era un mestiere, ma una forma di resistenza, una dichiarazione di presenza.

Compagni di visio è il nome che do a quei momenti: quando la pittura era anche amicizia, quando il gesto creativo si nutriva di sguardi condivisi, quando il ruolo dell’artista si definiva nel dialogo, non nell’isolamento.

mario iannino


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