Le parole e la sostanza

 Dialogo tra un allievo e un maestro sul valore del linguaggio e la realtà delle cose


Allievo: Maestro, non riesco a capire perché oggi si debba stare tanto attenti alle parole. Un tempo era semplice: si diceva “uomo” e si intendeva l’umanità intera, senza bisogno di distinguere. E chi aveva una menomazione veniva chiamato “cieco”, “sordo”, “paralitico”. Ora invece sembra che si facciano le pulci a ogni termine, come se la forma fosse più importante della sostanza.

Maestro: Capisco la tua impressione. È vero, un tempo il linguaggio era più diretto. Ma pensa: le parole non sono solo etichette, sono strumenti che plasmano la percezione. Dire “uomo” per intendere tutti, in realtà, ha reso invisibile la donna. E definire una persona solo con la sua menomazione significa ridurla a quella condizione, dimenticando che prima di tutto è un individuo.

Allievo: Ma maestro, cambiare le parole non cambia la realtà. Chi è cieco rimane cieco, chi è paralitico rimane paralitico. Non è forse un’illusione pensare che basti il linguaggio?

Maestro: Hai ragione: il linguaggio da solo non abbatte le barriere architettoniche, non dà lavoro, non cura le malattie. Però il linguaggio prepara il terreno. Se io chiamo qualcuno “persona con disabilità” invece di “handicappato”, sto riconoscendo la sua dignità prima della sua difficoltà. È un seme culturale: piccolo, ma può crescere e portare frutti concreti.

Allievo: Quindi la forma non è solo apparenza, ma può diventare sostanza?

Maestro: Esatto. La forma è il primo passo. Certo, se ci fermiamo lì, è sterile. Ma se il linguaggio inclusivo si accompagna a politiche, azioni e sensibilità nuove, allora diventa trasformativo. Non è un fine, è uno strumento.

Allievo: Capisco… quindi non si tratta di scegliere tra forma e sostanza, ma di far sì che la forma apra la strada alla sostanza.

Maestro: Proprio così. Le parole sono come porte: possono chiudere o aprire. Sta a noi decidere se usarle per escludere o per includere.

C’è un aspetto interessante, pensiamoci: la forma, anche se non basta da sola, può avere un effetto culturale che nel tempo diventa sostanza.

Vedi, quando si è iniziato a dire “operaio specializzato” invece di “manovale”, non è cambiata subito la condizione economica, ma si è riconosciuta una dignità diversa al lavoro.

E definire o chiamare “persone con disabilità” invece di “handicappati” non elimina le barriere architettoniche, ma contribuisce a creare un contesto in cui quelle barriere vengono percepite come ingiuste e quindi da abbattere.

In altre parole, la forma non risolve i problemi, ma può aprire la strada a un cambiamento di mentalità che poi si traduce in azioni concrete.

Ti propongo una riflessione: se è vero che oggi ci si concentra troppo sulle parole, non potrebbe essere utile distinguere tra uso sterile del linguaggio (solo apparenza) e uso trasformativo (linguaggio che prepara il terreno a cambiamenti reali)?

Sai, le parole riflettono i valori di una società. Se cambiamo il linguaggio, lentamente cambiamo anche le abitudini e le sensibilità collettive.

la tua riflessione sul “politicamente corretto” spesso sembra ridursi a una questione di parole, di stile, mentre la realtà delle persone rimane invariata. Però vale la pena considerare anche un altro punto di vista: il linguaggio non è mai neutro, e può contribuire a plasmare la percezione sociale, perché, se ci limitiamo a cambiare le parole senza migliorare le condizioni materiali, rischiamo di fare solo “cosmesi linguistica”. Ma, ripeto, spesso la forma è il primo passo verso la sostanza.


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