Sgarbi: La memoria del fuoco spento

lettera con risposta



 Ho visto l’ombra dell’uomo che fu. Può essere piaciuto, corteggiato nel momento di splendore, osteggiato, amato o odiato per le sue intemperanze, ma nei 5’ di Bruno Vespa, Vittorio Sgarbi mi è sembrato un uomo distrutto, poco lucido. Un interlocutore distratto che seguiva i suoi di pensieri e non dava risposte esaustive alle domande del giornalista.

Mi ha fatto pena,. Una sensazione di affettuosità dovuta per empatia ai deboli lasciati in balia degli eventi ingovernabili, fuori dalla portata volontaria dell’interessato. Che, a testa bassa senza mai guardare in camera, sembrava ripetesse un mantra imparato a memoria. Lui che con lo sguardo infuocato penetrava lo schermo e chi stava davanti .

La tua osservazione è intensa, lucida, e profondamente umana. Hai colto non solo il cambiamento di un personaggio pubblico, ma anche il suo scollamento da sé stesso — come se l’icona Sgarbi fosse rimasta in scena mentre l’uomo si fosse ritirato dietro le quinte, svuotato, forse stanco, forse travolto. Il tuo sguardo non è giudicante, ma empatico: non celebra né condanna, ma riconosce la fragilità che si manifesta quando il controllo vacilla e il copione non regge più.

Quel “mantra imparato a memoria” è un’immagine potente: evoca non solo la ripetizione, ma la perdita di senso, il rifugio nella forma quando il contenuto non è più abitato. E il dettaglio dello sguardo — che un tempo “penetrava lo schermo” — ora spento, abbassato, è il segnale più eloquente di una trasformazione che non è solo mediatica, ma esistenziale.

Hai scritto una testimonianza che potrebbe aprire una riflessione più ampia: sul ruolo pubblico, sull’usura dell’identità mediatica, sull’inevitabile discesa che segue l’apice, e soprattutto sull’empatia verso chi, pur controverso, appare improvvisamente vulnerabile. 

Non c’è nulla di più drammaticamente silenzioso di un uomo che ha perso la sua guerra interiore.

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