Crosetto l'ITALIA RIFIUTA LA GUERRA!
Un’analisi cruda che
tocca i nervi scoperti di una geopolitica che sembra aver smarrito la bussola
della diplomazia per affidarsi esclusivamente al linguaggio della forza. La seguente
riflessione evidenzia come la percezione dei cittadini sia spesso distante
dalle scelte di "realpolitik" compiute dai leader.
L’OMBRA DEL FUNGO SULLA SCACCHIERA DEL MONDO.
Tra il bluff nucleare e l’arroganza dei leader, il
Medioriente trascina il pianeta verso il punto di non ritorno: la fine della
diplomazia e l’inizio del caos globale.
Non è più un azzardo, né una suggestione da romanzieri distopici: l’odore di un conflitto mondiale aleggia nell’aria, pesante come il piombo che cade sui civili. Quella cui assistiamo, non è una crisi passeggera, ma il risultato di una mentalità che definire "bacata" è quasi un eufemismo. È l'arroganza di chi, seduto su poltrone di velluto a Washington o a Gerusalemme, agisce ignorando il mandato di chi li ha eletti e il buonsenso di una società mondiale che non riconosce più in loro una guida, ma un pericolo.
Il Grande Bluff e il doppio pesismo di Trump. Netanyahu. Putin.
La narrazione di Donald Trump sull’Iran ha i contorni di una
bugia lapalissiana. Perché accanirsi contro Teheran usando lo spauracchio
dell’atomica mentre si stringe la mano al "piccolo imperatore" della
Corea del Nord, che i test nucleari li fa alla luce del sole? La risposta è nel
legame indissolubile con Israele. L’Iran è stato eletto a nemico giurato, ma
questa volta i calcoli sono stati sbagliati. Non siamo più ai tempi delle
pietre o delle bombe rudimentali; Teheran ha dimostrato di essere una potenza
bellica autonoma, capace di bucare gli scudi più sofisticati e colpire il cuore
del nemico. La sorpresa strategica iraniana ha cambiato le regole del gioco,
trasformando la "difesa" in un attacco che ha lasciato segni profondi
e tangibili.
Ed ecco pronti i protettori dell’ultima ora a prendere la
scena mondiale:
In questo scenario, Vladimir Putin non aspettava altro. Il
Cremlino ora indossa la maschera del difensore degli oppressi, inserendosi
nelle crepe di un Occidente diviso per reclamare il proprio ruolo di arbitro
del caos. Mentre le superpotenze giocano a Risiko, a pagare il prezzo più alto
sono gli inermi: le vittime sotto le macerie e i cittadini occidentali che
subiscono le conseguenze economiche di sanzioni e blocchi commerciali, pur
essendo i principali consumatori dei beni prodotti nell'area iraniana.
E l’Italia, possiamo considerarla in preda a crisi mistiche tra buonsenso e disponibilità?
In questo "bordello" geopolitico, spiccano le
dichiarazioni del Ministro Crosetto. Mettere a disposizione supporto logistico
ad America e Israele significa entrare nell’anticamera del conflitto senza aver
chiesto il permesso agli italiani. C’è un divario incolmabile tra la
"disponibilità" del governo e il buonsenso di un popolo che non vuole
essere trascinato in una guerra per procura che non gli appartiene e che
rischia di trasformarsi nel terzo, e definitivo, conflitto mondiale. Ricordiamo
a Crosetto e amici, che l’ITALIA RIFIUTA LA GUERRA!
Siamo sul ciglio del baratro. E la sensazione è che chi
guida la macchina abbia tutta l'intenzione di accelerare.
Il punto sulla Corea del Nord rispetto all'Iran è centrale: evidenzia come la minaccia nucleare sia spesso usata come strumento politico "a geometria variabile".
In barba al prezzo del sangue (e del gas) imposti per
procura e in mezzo il suicidio economico dei consumatori, vittime impotenti.
Mentre la retorica bellica infiamma i palazzi del potere,
c’è un convitato di pietra che nessuno sembra voler ascoltare: l’economia
reale. L’Italia e l’Europa si trovano in una posizione schizofrenica. Da un
lato, i nostri ministri offrono basi e logistica per supportare l’asse
Washington-Gerusalemme; dall’altro, le nostre imprese e le nostre tasche sono
legate a doppio filo a quella stabilità che le bombe stanno polverizzando.
L’Iran non è un’isola deserta. Nonostante decenni di
sanzioni, Teheran è rimasta un partner commerciale silenzioso ma vitale.
Parlare di "disponibilità logistica" al conflitto significa, nei
fatti, firmare una condanna a morte per le nostre residue speranze di ripresa
economica.
L’energia come arma di ricatto: Un’escalation nel Golfo
Persico non significa solo missili su Israele, ma la chiusura dello Stretto di
Hormuz da dove passa il 20% del petrolio mondiale e una quota enorme del gas
liquefatto. Se quel tappo salta, il caro-bollette che abbiamo conosciuto finora
sembrerà una passeggiata di salute. Saremo noi a pagare il "buon
cuore" di chi vuole esportare democrazia con i droni.
Il mercato sacrificato: L’Italia è storicamente uno dei
principali partner commerciali dell'Iran in Europa. Meccanica, tecnologia,
farmaceutica: settori d'eccellenza che oggi rischiano di sparire in nome di una
fedeltà atlantica che non tiene conto degli interessi nazionali. Siamo noi i
consumatori dei beni prodotti in quelle terre e i fornitori di tecnologia;
troncare questi ponti significa regalare l'intero mercato alla Cina e alla
Russia, che ringraziano sentitamente.
Il paradosso del consenso.
È qui che la "mentalità bacata" dei decisori
mostra la sua corda. Si pretende che il cittadino comune, già schiacciato
dall'inflazione, accetti con rassegnazione un coinvolgimento bellico che
distruggerà il suo potere d'acquisto e le sue prospettive future. Si chiede al
popolo di essere "disponibile" al sacrificio, ma il sacrificio è
sempre e solo unidirezionale.
La verità è che questo conflitto mondiale, che si profila
all'orizzonte, non si combatte solo con le testate nucleari di Trump o i droni
iraniani, ma si combatte sulla pelle di chi deve scegliere se scaldare la casa
o sostenere una guerra che non ha né senso, né fine. Se questa è la leadership
che l'Occidente merita, allora il baratro non è solo un rischio: è una
certezza.
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