Iran. La guerra di trump
EDITORIALE
Il Crepuscolo della Ragione: Quando il Destino del Mondo è Ostaggio del Narcisismo dei Forti.
Era nell’aria l’attacco all’Iran e le bombe sganciate oggi 28 febbraio segnano il fallimento della diplomazia e l’ascesa di una politica globale guidata dall’impulso individuale. Se la sovranità delle nazioni e la vita dei civili diventano variabili della "volubilità" di leader temporanei, il diritto internazionale cessa di esistere, lasciando spazio solo alla legge del più forte.
Siamo entrati in un’era in cui la geopolitica non si scrive
più nei trattati, ma nei tratti di penna impulsivi di uomini che confondono la
leadership con l'onnipotenza. L’offensiva lanciata dall’amministrazione Trump
contro l’Iran non è solo l’ennesimo capitolo di una tensione decennale; è la
manifestazione plastica di un’assurdità guerrafondaia che calpesta il concetto
stesso di civiltà per imporre un credo politico soggettivo con la forza delle
testate tattiche.
L’Illusione della "Sicurezza" sulla Pelle dei Civili
Al centro di questa tempesta ci sono i diritti umani,
sistematicamente ridotti a danni collaterali nel bilancio di una guerra
preventiva. Dietro la retorica della "neutralizzazione nucleare" si
nasconde l'indicibile sofferenza di milioni di persone che, da Teheran a
Isfahan, vedono il proprio diritto alla vita sacrificato sull'altare di una
strategia decisa a migliaia di chilometri di distanza.
Imporre un cambiamento di regime o un’ideologia attraverso
il fuoco non ha mai portato, nella storia recente, a una democrazia reale. Ha
prodotto solo vuoti di potere, estremismi di ritorno e generazioni di profughi.
È l'eterno paradosso dei prepotenti: dichiarare di voler "liberare"
un popolo distruggendo le infrastrutture che ne garantiscono la sopravvivenza. La
Libia del dopo Gheddafi è la testomonianza.
L’aspetto più inquietante di questo conflitto è la sua
natura umorale. Le relazioni internazionali, che dovrebbero poggiare su
pilastri di stabilità e diritto, sono oggi ostaggio della "volubilità
oggettiva" di capi di governo temporanei. Un leader eletto per un mandato
limitato si arroga il diritto di alterare l'equilibrio di un'intera regione per
i decenni a venire, spesso per calcoli elettorali interni o per una ricerca
ossessiva di un "posto nella storia".
Questa personalizzazione del potere trasforma la guerra in
un atto di bullismo geopolitico. Quando la decisione di bombardare una nazione
sovrana dipende dai tweet mattutini o dai risentimenti personali di un singolo
individuo, l’intero sistema delle Nazioni Unite si sgretola, rivelandosi per
quello che molti temevano: un simulacro impotente di fronte alla volontà dei
giganti.
L’Imposizione del Credo con la Forza
Non c’è giustificazione morale per chi crede che la propria
visione del mondo debba essere esportata con i droni. L'idea che un Paese possa
decidere unilateralmente quali nazioni hanno diritto alla sovranità e quali no
è la negazione di ogni progresso umano dal 1945 a oggi.
Se accettiamo che la forza sia l'unico linguaggio valido,
ammettiamo che la politica è morta. La "prepotenza" di chi vuole
imporre il proprio credo – sia esso politico, religioso o economico –
attraverso l'aggressione armata, non è un segno di forza, ma di una profonda
debolezza intellettuale. È l'incapacità di abitare un mondo multipolare e
complesso, preferendo la semplificazione brutale del conflitto.
Il mondo osserva oggi le fiamme sopra l'Iran con un senso di
amara rassegnazione. Ma non dobbiamo cadere nell'errore di considerare questa
escalation come "inevitabile". Essa è la scelta deliberata di uomini
che hanno perso il senso del limite. Se non torniamo a mettere al centro la
sacralità dei diritti umani e il rispetto delle regole condivise, saremo tutti
condannati a vivere in un pianeta dove la pace dura solo quanto l'umore del
leader di turno.
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