Pannella secondo Cimino

 MARCO PANNELLA, A DIECI ANNI DALLA SCOMPARSA…


Dieci anni oggi da quando Marco Pannella non c’è più. Pochi, e molto deboli, sono stati i ricordi e le manifestazioni a lui dedicate in questa ricorrenza. E pochissime sono state le parole — quelle più giuste — che gli si sarebbero dovute rivolgere: parole di gratitudine e di nostalgia, parole della politica e per la politica. Quelle vere sono mancate, al di là di quelle, sempre preziose, del Presidente della Repubblica.


Una figura come Marco Pannella — rivoluzionario della nonviolenza, politico che ha sempre lottato per la vera pace — meritava ben altro. Per lui la pace non era semplice assenza di guerra, ma giustizia, nel senso più profondo e universale del termine, insieme alla pratica della nonviolenza. Perché, come hanno detto Papa Leone XIV e prima ancora Papa Francesco, la pace è una forza disarmata e disarmante. Anche per il profeta laico essa non consiste soltanto nell’assenza delle armi o dei combattimenti, ma nella cancellazione delle forze malefiche che generano le guerre in ogni parte del mondo, anche nei luoghi più piccoli della nostra quotidianità.


La più terribile di queste forze è l’odio: quello nutrito contro l’altro, sia esso una persona, un popolo, una nazione, un avversario politico o persino il vicino di casa. L’altra è il rancore, quella forza sottile che si muove dentro di noi e ci avvelena, facendoci stare male con noi stessi e con gli altri; quella disposizione interiore che, senza agire apertamente, auspica intimamente il male del nemico. E poi vi è l’invidia, male sempre più diffuso in questa società delle competizioni sfrenate e delle ambizioni più brutali, di potere e di ricchezza.


La pace vera, per uomini di grande spiritualità come Marco Pannella — che ne possedeva molta, pur nella sua dichiarata laicità e nel suo rivendicato ateismo — nasceva da un incessante lavoro interiore e civile. Una laicità che si apriva al confronto con il mondo cattolico, e un ateismo continuamente rimesso in discussione attraverso il dialogo intenso con Jorge Mario Bergoglio, fino agli ultimi giorni della sua vita.


Quanto era bello Marco Pannella! Bello nel suo corpo statuario, nel volto quasi greco e negli occhi celesti come il mare. Bello nella bontà di una persona sempre generosa e limpida. Onesto fino al midollo. Sincero e coerente nel mantenimento di quei principi che furono guida costante di tutte le sue battaglie per la libertà.


Non soltanto “libertarie”, come lui stesso amava talvolta definirle quando combatteva, con coraggio e sacrificio fino al rischio della vita, per la conquista dei diritti civili e umani. Ma libertà nel senso pieno del termine: forza autenticamente liberatrice delle società e delle persone. Liberatrice dall’ingiustizia, dalla corruzione — anche morale. E  soprattutto dalla menzogna, che racchiude in sé altri mali corrosivi della parola: l’ipocrisia e la bugia, cioè la negazione o l’alterazione della verità.


Era bello Marco Pannella nella sua parola forte e piena, colta e poetica, sempre attraversata da un’energia dialettica alla quale era difficile resistere. Nei comizi, nei dibattiti parlamentari, nelle trasmissioni televisive, riusciva a trascinare e a scuotere, spesso costringendo l’interlocutore alla ritirata.


Era bello anche nella sua coerenza, che lo mantenne sempre radicale, persino quando, da politico pragmatico, sembrava cedere ad accordi apparentemente contraddittori, talvolta persino discutibili. Ma per lui contava far passare una legge, affermare un diritto, conquistare spazi di libertà; poco importava da quali schieramenti quei risultati provenissero. Si può discutere quanto si vuole questa sua concezione della politica — e anch’io, talvolta, fui tra i suoi critici più severi — ma quella era la sua idea dell’azione politica e dell’uso, anche strumentale, della tecnica parlamentare.


Di lui si potrebbero dire molte altre cose. Potrei dirle anch’io, indegnamente, avendo fatto politica per tutta la vita e avendo studiato con attenzione le sue posizioni, le sue scelte e, in qualche modo, la sua filosofia politica.


Pannella ha fatto bene alla politica e al Paese, e di questo gli sono riconoscente, tanto da perdonargli subito quelle durezze e quelle manifestazioni esteriori a sostegno di posizioni che non condividevo. Ma il bene più grande che ha fatto alla politica e alla democrazia è l’insegnamento che ci ha lasciato.


Ci ha insegnato che la politica è intreccio inscindibile di idee, ideali, passione, coraggio e onestà. Ci ha insegnato che la libertà va difesa sempre, ovunque venga minacciata. Cercata in ogni

luogo da cui venga negata. Ci ha insegnato il dovere del confronto e l’umiltà di riconoscere la forza delle posizioni altrui, insieme all’orgoglio di mantenere le proprie, pur restando aperti a modificarle.


Ci ha insegnato, soprattutto, che la politica può essere bella, quando realizza la sua vocazione naturale: costruire il bene comune. Il bene di tutti. La libertà di ciascuno e di tutti. La libertà di essere pienamente se stessi, nel diritto di vivere ciò che la sfera più intima della persona reclama e desidera: sentimenti, spirito, corpo e mente, nell’unità profonda dell’essere umano. È lì che la libertà vive davvero.


Franco Cimino

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