CAROSELLO

Insieme, non soli verso il traguardo

Un invito a ripensare la competizione e a scegliere la cura reciproca come gesto etico quotidiano. Un testo breve, brevissimo, che parla di comunità e responsabilità.


-"Insieme-m.m. courtesy archivio storico
M.Iannino©2024"
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 Perché vincere a tutti i costi? Primeggiare nell'agone del qualunquismo è salutare? 


Ricordo una lezione aziendale di aggiornamento in cui il relatore docente esordì dicendo: perché competere in forma agonistica e dover vincere ad ogni costo sempre? E se invece provassimo a vincere insieme, tutti? Pensate sia possibile? 
Io penso proprio che sia possibile. Basta volerlo e rieducarsi . Ripensare la vita. E prendere in mano i destini. In politica e nella quotidianità, nel rapporto spicciolo dove anche le pulci tossiscono ad ogni minimo sospiro. E mordono.
Ripensare i rapporti interpersonali non per paura o quieto vivere ma per amore. 
Semplice come l’uovo di Colombo. 
Buona vita a tutti.

Riflessione sulla cultura della competizione e sulla scelta della cura reciproca come gesto etico quotidiano. Un invito a costruire relazioni responsabili.

Approfondimento.

 La cura dell’altro come forma minima di rivoluzione.

 

In un tempo che misura il valore delle persone attraverso la loro capacità di competere, la cura appare come un gesto marginale, quasi un residuo di un’altra epoca. Eppure è proprio nella cura — nella sua semplicità, nella sua discrezione, nella sua ostinata resistenza alla logica del confronto — che si apre la possibilità di una trasformazione reale. Non una rivoluzione spettacolare, ma una rivoluzione minima: quotidiana, concreta, verificabile.

 

La competizione, quando diventa un principio assoluto, produce un effetto collaterale che raramente riconosciamo: ci isola. Ci costringe a guardare l’altro come un ostacolo, un limite, un antagonista. È una pedagogia dell’individualismo che si insinua nei gesti più ordinari: nel lavoro, nelle relazioni, persino nel modo in cui immaginiamo il futuro. La vittoria, in questo schema, è sempre un atto solitario.

 

Ma la vita reale non funziona così. Nessun traguardo è davvero raggiunto da soli. Ogni percorso è attraversato da presenze — visibili o invisibili — che ci hanno sostenuto, corretto, accompagnato. La retorica dell’“io ce l’ho fatta” cancella questa trama di relazioni, come se la dipendenza reciproca fosse una debolezza da nascondere.

 

Riconoscere la cura significa invece restituire dignità a ciò che tiene insieme le comunità: la disponibilità a farsi carico dell’altro senza calcolare il ritorno, senza trasformare il gesto in un investimento. La cura non è un premio né un merito: è un modo di stare al mondo. È un atto politico nel senso più originario del termine, perché riguarda la costruzione della polis, dello spazio condiviso.

 

Superare la competizione non significa negare il desiderio di migliorarsi o di avanzare. Significa rifiutare l’idea che l’avanzamento debba necessariamente avvenire contro qualcuno. Significa immaginare un progresso che non lasci indietro, che non umili, che non trasformi la fragilità in colpa. Significa, in fondo, riconoscere che la forza non è mai solo individuale: è sempre relazionale.

 

La cura, allora, non è un gesto ingenuo. È una scelta consapevole, spesso controcorrente. È la decisione di non partecipare alla corsa quando la corsa è costruita per produrre scarti. È la capacità di vedere nell’altro non un concorrente, ma un compagno di strada. È la forma minima — e per questo radicale — di rivoluzione possibile.

 

In un mondo che celebra la velocità, la cura rallenta. In un mondo che premia la visibilità, la cura resta silenziosa. In un mondo che esalta la performance, la cura restituisce valore alla presenza. 

E forse è proprio in questa discrezione che risiede la sua forza: nel ricordarci che la vita non è una gara, e che il traguardo, qualunque esso sia, ha senso solo se ci arriviamo insieme.

Un ringraziamento particolare va all’Archivio Iannino, che continua a custodire e rendere accessibili materiali, testimonianze e tracce di un lavoro collettivo che attraversa generazioni, territori e linguaggi. La sua presenza silenziosa ma vigile permette di restituire continuità alle storie, di riconoscere le genealogie dei gesti e di mantenere aperto lo spazio della ricerca civile. Questo testo si inserisce in quella stessa linea: un contributo alla memoria condivisa e alla responsabilità che l’Archivio, giorno dopo giorno, rende possibile.

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