La chiameranno depressione

 LA MADRE A CUI SONO CADUTI I BAMBINI DALLE BRACCIA E I SOGNI DAL CUORE…

Di Franco Cimino 

No, questa no! Ci stavamo abituando all’idea della guerra quasi come fatto ineluttabile, in questo mondo di padroni e schiavi, e alla considerata insuperabile divisione tra pochi ricchi e i moltissimi poveri, che quella bugiarda ricchezza accresce. Stavamo convincendoci che tutte quelle morti siano, in fondo, necessarie secondo i signori delle guerre. Stavamo quasi capendo che ogni guerra, assurdamente, ha le sue ragioni e che quelle degli aggressori siano le ragioni più giuste.


Ci stavamo rieducando – diseducando – a quella cultura della morte che, se resta confinata nelle immagini televisive di stragi, di corpi straziati, di città rase al suolo, di case abbattute, di scuole distrutte, di bambini che muoiono più volte e per armi diverse – i missili e la fame – ma tutto lontano da noi, fa meno male. Stavamo anche accettando, rassegnati, l’idea che a queste guerre assurde noi tutti, da questa parte senza fuochi, si debba pagare un prezzo sempre più alto, quale ordinaria conseguenza: il prezzo alla pompa della benzina e agli scaffali dei supermercati, come ci è stato detto da quelle denominazioni che lo stesso potere inventa per addolcirle.


Ci stavamo convincendo che la febbre del pallone, al posto delle antiche passioni, gli stadi pieni invece dei cinema e dei teatri, gli smartphone sempre accesi davanti ai nostri occhi in luogo dei libri e l’intelligenza artificiale al posto del pensiero autonomo fossero le tracce verso i nuovi orizzonti. Ovvero, la riaffermata accettazione di una realtà disumanizzata, nella quale la morte, e non la vita, è la dinamica nella quale opera l’agire degli individui, anche nel rapporto tra loro e con istituzioni sempre più marmoree.


Ma la notizia che arriva improvvisa da Catanzaro all’inizio di questo mattino, no, non la possiamo accettare. Una madre che “cade” dal quarto piano con i suoi tenerissimi figli in braccio, morendo con due di essi (la bambina di sei anni lotta per vivere in un letto del reparto di rianimazione dell’ospedale): la mente si rifiuta di accettarlo. Ma, per quanto si sforzi, non riesce a capirla questa cosa che sarà rubricata probabilmente, ancora una volta, come “l’insano gesto”.


Per lunghi giorni si faranno le solite indagini e i soliti accertamenti anatomo-patologici, tutti finalizzati all’accertamento di ciò che è avvenuto dal momento in cui quel balcone si è aperto su una tragedia così terribile. Tutti rilievi tecnici, scientifici e di medicina legale, che la nostra Polizia di Stato e la nostra Procura sono pienamente in grado di svolgere compiutamente.


Il resto, della lunga sofferenza che ha preceduto la terribile caduta, come degli attimi prima di quell’affaccio troppo sporto sul dolore di quel vivere, non sapremo nulla. Nessuno saprà mai se quella madre ha pronunciato parole ai suoi bambini. Se, come tutte le sere, sopra la stanchezza del lungo giorno, seduta su uno dei tre lettini della piccola stanza, ha raccontato una fiaba o una favola. Magari di quella principessa triste che aveva perso il sorriso e al cielo chiedeva che una fata turchina glielo riportasse. O se, in mancanza del racconto, si fosse affidata a una ninna nanna per farli addormentare insieme.


Non sapremo mai se li ha svegliati dal sonno e dai sogni, oppure se erano già svegli, come se aspettassero di volare. Nulla sapremo di quei sogni di bambini, dei loro volti e dei loro sorrisi. Se hanno avvertito ciò che stava per accadere e se i due più grandi abbiano avuto paura. Se hanno parlato alla madre, e per dirle cosa.


Nulla del desiderio ultimo di quella madre. Dei loro volti non cercheremo scavando nella curiosità bramosa, né chiederemo ai vicoli del pettegolezzo le notizie più pruriginose. Non c’è bisogno di vedere foto, né di sapere se e quanto fossero belli, lei e i suoi bambini, né di quel marito e padre, né dei genitori della coppia, né dei nonni.


Quella madre è giovane e bella come tutte le madri. Eroica e innamorata dei figli come lo sono tutte le madri al mondo. Quella Donna è straordinariamente Donna , come lo sono quelle che non si stancano mai di donare, di amare, di operare con il cuore e l’intelligenza in ogni cosa che fanno. Donna del coraggio, perché non c’è donna che non ce l’abbia. Donna del dolore e della fatica. Del dolore della “guerra” quotidiana. E della fatica che, se è tanta e non trova riposo, consuma tutte le energie e la fa cadere sulle ginocchia ferite e sulle paure: la paura, soprattutto, di lasciare i figli e di lasciarli nelle strade buie della vita.

Donna, oggi, del dolore senza fine. 


E, tuttavia, rubricheremo questa storia di dolore immane come le altre simili consumate in Calabria, in Italia e nel mondo. La chiameranno ancora “depressione” la causa di quelle morti. Depressione, peggio del tumore antico, quando era inguaribile. Una malattia mortale, traumatica o lungamente agonica, quel male del vivere divenuto, a un certo punto, insopportabile.


E la chiuderemo così, il più in fretta possibile. Il tempo soltanto di superare il trauma collettivo e il vortice delle emozioni intense che ha avvolto l’intera Città, oggi interessata dai giornali e dalle televisioni nazionali per questa popolarità sgradita. Poi tutto come il lungo ieri globale, con le sue notizie quotidiane dai fronti di guerra, dove la morte è fatto ordinario e dove la nostra preoccupazione è se convenga tornare a comprare a basso prezzo il gas dalla “nemica” Russia.


In quel tacito accordo di questa politica, che vede i nostri risparmi finanziare la guerra degli altri, sia pure subendola, e i guadagni dei russi rifinanziare la propria, magari quella inflitta ai “nemici”. Ancora una volta queste nostre preoccupazioni dell’utile soffocheranno in gola le domande che oggi sarebbero finalmente uscite:


“Dov’eravamo noi prima di questo mattino che ha ucciso l’alba? Noi società, noi noi comunità, noi scuola, noi istituzioni, noi parrocchia, noi Chiesa, noi famiglia, noi quartiere, noi vicinato, noi amici… Dov’eravamo? Dove ero io? E dove – sì, questa volta lo domando – era Dio?”

                                   Franco Cimino

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