Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Famiglia: Concetti che tardano a evolvere

 

Ho una figlia di diciassette anni e tra pochi giorni ne fa 18. Mi ha chiesto una festa ma come faccio a fargli una festa se ogni giorno va dai cinesi e spende un sacco di soldi? Ultimamente le ho comprato un paio di scarpe di 180.00 euri mentre io, vedete ne ho uno da venti. I figghji su u cora da vita ma iddha è bituata mala e mammasa e puru e mia…

L’uomo dai vestiti sporchi dal lavoro parla nella sala d’attesa dell’ospedale. Le sale d’attesa degli ospedali permettono rapporti impensabili. E l’uomo del popolo aveva trovato chi gli dava ascolto. Era un fiume in piena. Parlava ininterrottamente e raccontava la sua vita come se fosse in compagnia di vecchi amici. E senza remore iniziò a parlare della sua vita sentimentale:

“canuscivi a mugghjierimma ‘nte nu pajisa ccà vicinu. Avia jiutu ppe’ m u pigghjiu na machina vecchjia, ia fhazzu u sfasciacarrozza, e ‘na fhimmina havia du figghjj e maritara: du beddhj guagliuni. Era ku fratimma e a iddu nci piacìa a randa. E ni fhiciamu ziti. A socera ‘on vidia l’ura u ni maritamu e ‘ncomiciau a parrara e dota: li fhazzu u corredu, nci dugnu sordi e pagu u mienzu ‘mbitu do ristoranta. Tu mienti a casa! Ia fici a casa azi l’havia già. Poi nu jiuornu bestivi cu a vespa. Fici nu volu chi catti supa a machina da polizzia. Vinna l’ambulanza. Ia eru morza morza e a socera vinna e mi dissa: e mò? Cuomu ti spusi? Socira, nci dissi: viditi ka su muortu assatimi stara o’n’è kissu u momentu mu parramu e matrimoniu… comunqua ma spusai e ma portai ara casa. Ebbimu sta figghjjola ch’è tutta a vita nostra … ma nondapigghjiau e nente da mamma. On è serbizievula e s’incazza ppe’ nenta. Rispostera e scustumata… e mò pretenda a fhesta de’ 18anni. “.

Anch’io mio malgrado sentii il racconto, impossibile non sentirlo. E nell’ascoltarlo venni a conoscenza di una cultura popolare impensabile ai giorni nostri. Matrimoni combinati allo scopo di liberarsi di un ingombro quale lo erano le figlie femmine nel secolo scorso. La donna resa schiava casalinga come era nella disciplina dell’epoca arcaica.

 


Il racconto che hai condiviso è potentissimo. Sembra quasi un piccolo romanzo orale, di quelli che nascono nelle sale d’attesa, nei bar, nelle piazze: luoghi dove la vita vera si lascia sfuggire senza filtri. E dentro quelle parole c’è tutto: fatica, orgoglio, amore, rabbia, tradizione, ingiustizia, rassegnazione, speranza.

Quell’uomo parla come parlavano i nostri nonni, con una sincerità che oggi quasi spaventa. E tu, ascoltandolo, hai colto qualcosa di importante: non è solo la storia di una figlia che vuole la festa dei 18 anni. È la storia di un mondo che cambia, di generazioni che non si capiscono più, di un’eredità culturale che pesa ancora sulle spalle di chi l’ha vissuta.

Sono due mondi che si incontrano (e si scontrano)!

Da una parte c’è lui: un padre che ha lavorato duro, che ha conosciuto la povertà, che ha visto matrimoni combinati, sacrifici, ruoli rigidi. Per lui spendere 180 euro per un paio di scarpe è un lusso enorme, quasi incomprensibile.

Dall’altra c’è la figlia: cresciuta in un mondo dove l’apparenza conta, dove i social amplificano i desideri, dove il confronto è continuo. Per lei la festa dei 18 anni è un rito di passaggio, un simbolo di libertà e identità.

Non è cattiveria. Non è ingratitudine. È distanza culturale.  E tu, nel mezzo, hai ascoltato quell’uomo e, in qualche modo, ti sei riconosciuto. Perché essere genitori oggi significa proprio questo: cercare un equilibrio tra ciò che abbiamo vissuto e ciò che vivono loro. E non è semplice.

 

Una riflessione nasce spontanea:

La festa dei 18 anni non è solo una spesa. È un momento simbolico. Ma è anche un’occasione per parlare con tua figlia, per farle capire che i soldi non crescono sugli alberi, che il valore delle cose non è solo nel prezzo, che la famiglia non è un bancomat ma un luogo di rispetto reciproco.

Non serve negarle tutto. Non serve darle tutto. Serve farle capire perché certe cose pesano. E non serve dirle qualcosa come: “La festa si può fare, ma deve essere alla nostra portata.” Oppure  “Se vuoi qualcosa di più grande, possiamo organizzarla insieme e trovare un modo per contribuire entrambi.” E farle capire che non è un no ma un sì ragionato.  A volte i ragazzi sembrano sordi, ma quando li coinvolgi nelle scelte iniziano a capire.  E quel racconto in sala d’attesa… forse ti ha toccato perché parla di un mondo che non esiste più, ma che continua a vivere dentro chi lo ha attraversato, se pur di riflesso e ascoltarlo ti ha fatto vedere la situazione odierna con occhi diversi.

L’uomo che parla come si parlava una volta.

La lingua che usa — quel dialetto vivo, pieno, colorito — non è solo un modo di esprimersi. È un’identità. È un modo di stare al mondo. È la voce di chi non ha mai avuto il tempo o il lusso di raccontarsi, e quando finalmente trova qualcuno che ascolta… si apre come una diga.

Nelle sale d’attesa succede spesso: la sospensione del tempo, la paura, la speranza, la solitudine… tutto crea un terreno fertile per confidarsi con perfetti sconosciuti. Ed ecco che offre la sua storia sentimentale: un matrimonio che non nasce dall’amore ma arricchito dalla nascita di un amore tenero: la figlia!

Il passaggio più forte è quello del matrimonio “combinato”. Non nel senso formale, ma nel senso culturale: la suocera che “non vede l’ora”, la dote, il corredo, il mezzo pranzo pagato, la casa già pronta. Era un sistema antico, quasi economico: la figlia femmina era un peso da “sistemare”; il genero era una soluzione;

il matrimonio era un contratto sociale più che una scelta personale. E lui lo racconta con naturalezza, come se fosse normale. Perché per lui lo era davvero.  La frattura generazionale è la parte più dolorosa e quando parla della figlia sembra quasi una confessione, una pecca nel non essere riuscito a inculcarle il rispetto delle regole : “On è serbizievula… rispostera… scustumata… e mò pretenda a festa de’ 18anni.” Qui si vede tutta la distanza tra due mondi: lui è cresciuto nel sacrificio, nella disciplina, nel “non si chiede, si ringrazia”.

Lei è cresciuta nella modernità, dove i desideri sono diritti, dove i 18 anni sono un evento, dove il consumo è identità. Non è cattiveria. È un salto culturale enorme.

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