La lunga marcia verso la libertà
Cronache semiserie di un bisogno naturale ostacolato da guasti, scuse e zero empatia.
Ci sono momenti in cui la vita ti ricorda che le piccole
comodità non sono affatto scontate. Ti accorgi del loro valore solo quando
qualcuno te le nega con la stessa naturalezza con cui si respira. E se “hai n’a
certa”, come direbbero a Roma, il richiamo della natura non conosce orari,
meteo o contesti sociali.
Il freddo, il caldo, la pioggia battente: tutto diventa un
detonatore. L’acqua che scorre è un invito irresistibile. Così inizi la caccia
al bagno pubblico, sperando in un gesto di umana comprensione, magari da parte
di un coetaneo. Ma no, la solidarietà anagrafica è una leggenda metropolitana.
Entri nel primo bar, ordini un caffè per non sentirti in
colpa e… “Mi dispiace signore, lo sciacquone è rotto”. Giù il caffè come fosse
un shot di sopravvivenza, paghi e fuggi sotto un diluvio che manco nei film
catastrofici.
Secondo tentativo: la farmacia. Parcheggi sul marciapiede,
entri con la speranza negli occhi. “La toilette? Ahimè, aspettiamo
l’idraulico”. Una coincidenza degna di un romanzo complottista. Esci imprecando
e augurando ai gentili interlocutori di vivere, almeno una volta, la stessa
epica odissea.
Perché sì, il bisogno è naturale. Ma la negazione
sistematica dei servizi igienici è ormai un’arte raffinata, praticata con la
stessa dedizione con cui altri scolpiscono il marmo. E tu, fradicio e
rassegnato, capisci che la civiltà non si misura dai grattacieli scintillanti…
ma da un bagno funzionante, non blindato come un caveau per le maestranze,
bensì con una porta aperta anche a chi, povera creatura, osa avere esigenze
fisiologiche.

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