Nel ventre della tempesta: fede, fragilità e responsabilità collettiva

 Facciamo i duri, ma quando la paura ci stringe la gola e il pericolo diventa reale, ogni corazza si incrina. In quell’istante sospeso, il pensiero corre dove può: verso l’irrazionale, verso la fede, verso qualsiasi appiglio possa trasformare il terrore in speranza.


Tra calamità naturali, migrazioni disperate e un clima sociale sempre più teso, la speranza resta un atto di resistenza civile oltre che spirituale.

 

La paura è un collante universale. Quando la natura si ribella o la violenza degli uomini supera la soglia del tollerabile, crollano le maschere della sicurezza e ci ritroviamo tutti uguali: vulnerabili, esposti, in cerca di un appiglio. In quei momenti, anche chi si professa razionale fino all’ultimo respiro lascia filtrare un pensiero verso l’ignoto, verso quel “Misericordioso” che rappresenta più un bisogno umano che un dogma.

E mentre la tempesta scuote le case e le coscienze, c’è chi la tempesta la vive in mare aperto, senza riparo, senza patria, senza garanzie. I corpi restituiti dal Mediterraneo sono un monito crudele: la speranza può essere un motore, ma non sempre è sufficiente a vincere la furia degli elementi e l’indifferenza degli uomini. Quelle vite spezzate non sono solo tragedie individuali, ma specchi che riflettono le nostre responsabilità collettive.

La leggenda dei marinai napoletani del “600”, salvati dai marosi e grati alla Madonna di Piedigrotta, racconta un’epoca in cui la fede era l’unico salvagente. Oggi, invece, abbiamo mezzi, conoscenze, tecnologie, reti di soccorso. Eppure continuiamo a lasciare che il mare decida chi merita di vivere e chi no. La fede può accendere la speranza, ma è la società che deve trasformarla in azione concreta.

Il clima che cambia, le mareggiate che divorano le coste, le piogge torrenziali che isolano interi paesi non sono più eventi eccezionali. Sono segnali. E ignorarli significa condannare i più fragili: chi vive in case precarie, chi lavora all’aperto, chi attraversa il mare su un gommone sgonfio, chi non ha voce nei tavoli dove si decide il futuro. 

La solidarietà non è un gesto di pietà, ma un dovere civile. È la consapevolezza che nessuno si salva da solo, né davanti alla violenza degli uomini né davanti alla furia della natura. La speranza, quella vera, nasce quando la fede — qualunque forma abbia — incontra la responsabilità sociale. Quando il pensiero rivolto al cielo si traduce in mani tese verso chi sta affondando, metaforicamente o davvero.

La fragilità che emerge nei momenti di crisi non è solo individuale. È il riflesso di un sistema che da anni procede come se il mondo fosse infinito, come se le risorse non avessero un limite, come se le vite umane potessero essere classificate per valore. Le calamità naturali, sempre più frequenti e violente, non colpiscono tutti allo stesso modo: amplificano le disuguaglianze, scavano solchi tra chi può proteggersi e chi resta esposto.

Le periferie allagate, le campagne isolate, le baraccopoli sommerse dal fango raccontano una verità scomoda: la vulnerabilità non è un destino, è una condizione sociale. E mentre la politica discute, spesso con toni aspri e slogan vuoti, migliaia di persone affrontano ogni giorno la precarietà abitativa, lavorativa, climatica. La tempesta, per loro, non è un evento eccezionale ma una compagna di viaggio.

In questo scenario, la fede — qualunque forma assuma — diventa un linguaggio comune. Non perché offra soluzioni immediate, ma perché restituisce un senso di appartenenza. È un modo per dire: non siamo soli. Ma la fede, da sola, non basta. Serve una comunità che non si limiti a commuoversi davanti alle tragedie, ma che pretenda politiche lungimiranti, infrastrutture sicure, corridoi umanitari, investimenti reali nella prevenzione e non solo nella ricostruzione.

La storia dei marinai del “600” che scolpirono la chiesetta per grazia ricevuta nella roccia del litorale di Pizzo è un simbolo importante: la gratitudine trasformata in opera, la paura convertita in memoria. Oggi abbiamo bisogno di gesti simili, ma collettivi. Non più piccole cappelle scavate nella pietra, ma scelte pubbliche che scavino nella coscienza civile. Perché ogni corpo restituito dal mare, ogni casa crollata sotto la pioggia, ogni famiglia evacuata non è un fatto di cronaca: è un fallimento della società intera.

Eppure, nonostante tutto, la speranza continua a germogliare. Nelle mani dei volontari che spalano fango, nei pescatori che soccorrono chi affoga, nei cittadini che aprono le porte a chi non ha più nulla. È lì che si vede la parte migliore di noi: nella capacità di trasformare la paura in solidarietà, la fede in responsabilità, la tragedia in impegno.

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