Raccontare la contemporaneità con arte
Voluttà e esigenze primarie contemporanee
Una possibile curatela per l’opera contemporanea in visione potrebbe partire da un’idea chiave: la trasformazione del rifiuto in linguaggio.
L’opera si presenta come un assemblaggio di materiali di scarto, stratificati sotto una trama di rete che li trattiene e, allo stesso tempo, li espone. Oggetti riconoscibili – un contenitore di patatine McDonald’s, frammenti di packaging, un tappo giallo, una piccola sfera metallica – emergono come reperti di un’iconografia contemporanea dominata dal consumo rapido e dalla produzione incessante di rifiuti.
La rete che avvolge l’intera composizione funziona come un
dispositivo di cattura: trattiene ciò che normalmente scivola via dal nostro
sguardo, costringendoci a confrontarci con la materialità del quotidiano. È una
membrana che separa e unisce perché attrae lo sguardo, che protegge e
imprigiona, e trasforma il caos del consumo in una nuova forma di ordine
visivo.
Gli oggetti non sono scelti per il loro valore estetico, ma
per la loro banalità. L’artista li sottrae al ciclo del consumo e li ricolloca
in un ambiente e li rende testimonianze del nostro tempo trasformandole in una
nuova estetica del rifiuto.
La composizione non cerca l’armonia tradizionale, ma una
tensione tra materiali eterogenei. La rete diventa un gesto pittorico
alternativo, una pennellata tridimensionale che unifica e distorce. È una “critica
implicita al consumismo” e Il contenitore McDonald’s, icona globale, diventa un
simbolo di omologazione culturale e di produzione di scarti. La sua posizione
centrale non è casuale: è il cuore pulsante di un sistema che genera tutto ciò
che lo circonda inglobato nella fragilità e che resiste oltre la rete suggeritrice
di vulnerabilità e tenacia. È un gesto di cura verso ciò che normalmente è
scartato.
Nella collocazione del panorama artistico l’opera dialoga
con: il New Dada e l’uso dell’oggetto quotidiano di Rauschenberg, Schwitters,
tanto per citarne alcuni nelle pratiche ecologiche e post-consumistiche
dell’arte contemporanea. La contaminazione nella tradizione del collage e
dell’assemblage come forma di critica sociale.
E poiché presentare l’opera significa invitare il pubblico a
riconsiderare il proprio rapporto con gli oggetti che attraversano la vita
quotidiana. La curatela intende sottolineare come il rifiuto, lo scarto, una volta
isolato e ricontestualizzato, diventi un linguaggio capace di raccontare la nostra
epoca con una sincerità che i materiali “nobili” spesso non possiedono.
Detto ciò, una lettura curatoriale in chiave accademica rende
evidente la complessità semantica e materica dell’opera di Mario Iannino, dal
titolo “Voluttà ed esigenze primarie contemporanee”, un assemblaggio
polimaterico su cartone, 55×72 cm del 2026.
Analisi e configurazione materiale del dispositivo formale:
L’opera è un campo visivo stratificato di grande impatto,
nel quale materiali eterogenei – packaging alimentare, elementi plastici,
frammenti metallici, residui cartacei – sono trattenuti da una rete che ne
definisce la soglia percettiva. La superficie del cartone, scelta come
supporto, introduce una dimensione dichiaratamente povera, coerente con la
tradizione dell’assemblaggio novecentesco, ma qui rielaborata in chiave
contemporanea attraverso un’attenzione specifica alla cultura del consumo e ai
suoi scarti. Tema caro all’artista.
La rete, che attraversa l’intera composizione, non svolge un
ruolo meramente contenitivo: diventa un dispositivo formale che unifica, filtra
e distanzia. La sua presenza trasforma l’opera in una sorta di membrana
critica, un diaframma che separa e al tempo stesso connette il mondo degli
oggetti e quello dello sguardo. È pura semantica del rifiuto e iconografie del
quotidiano effimero.
L’inserimento di un contenitore di patatine McDonald’s,
posto in posizione centrale, introduce un riferimento immediato alla
globalizzazione dei consumi e alla standardizzazione dei desideri. La sua
riconoscibilità iconica agisce come punto di condensazione semantica: attorno a
esso si organizza un microcosmo di materiali che testimoniano la dimensione
effimera e seriale della produzione contemporanea.
L’opera non si limita a esporre il rifiuto come residuo, ma
lo trasforma in un linguaggio. Gli oggetti, sottratti alla loro funzione
originaria, diventano indizi di un’archeologia del presente, frammenti di un
immaginario collettivo che si manifesta attraverso ciò che è scartato. In
questa prospettiva, la composizione assume un valore documentario, pur
mantenendo una forte componente estetica.
La pratica di Iannino dialoga con diverse genealogie artistiche:
- l’assemblage dadaista e post-dadaista, per l’uso
dell’oggetto quotidiano come elemento destabilizzante;
- il New Dada e le Combine Paintings, per la compresenza di
pittura, oggetto e superficie;
- le ricerche ecologiche e post-consumistiche degli ultimi
decenni, che interrogano la materialità del rifiuto come sintomo culturale;
- le poetiche del détournement, in altre parole della
riappropriazione del vissuto nelle quali il significato degli oggetti è deviato
e ricodificato.
Tuttavia, l’opera non si limita a citare tali tradizioni: le
rielabora attraverso una sensibilità contemporanea che riconosce nel rifiuto
non solo un materiale, ma un dispositivo critico.
Il titolo, “Voluttà e esigenze primarie contemporanee”,
suggerisce una tensione tra desiderio e necessità, tra piacere immediato e
bisogni fondamentali. L’opera mette in scena questa dialettica attraverso la presenza
simultanea di elementi che rimandano al consumo impulsivo e alla sopravvivenza
quotidiana. La rete che avvolge il tutto, in ultima analisi, può essere letta
come metafora delle strutture sociali ed economiche che regolano tali
dinamiche, trattenendo e organizzando ciò che altrimenti sarebbe disperso.
La composizione, pur nella sua apparente casualità, rivela
una logica interna rigorosa:
La disposizione degli oggetti, la loro relazione spaziale,
la tensione tra superficie e profondità, complessivamente, costruisce un
discorso visivo che interroga il rapporto tra individuo, società e materia.
L’opera si colloca in un territorio in cui il rifiuto, il
packaging e gli scarti del consumo diventano materia estetica. Questa scelta
non è soltanto un gesto formale, ma un’interrogazione diretta dei meccanismi
istituzionali che definiscono cosa merita di essere visto, conservato, esposto.
L’assemblaggio di Iannino mette in crisi la distinzione tra oggetto d’arte e
oggetto di scarto, mostrando come tale distinzione sia storicamente costruita e
continuamente negoziata da musei, gallerie, curatori e mercati.
La presenza del contenitore McDonald’s, icona globale del
consumo rapido, introduce un elemento di tensione: ciò che normalmente è
espulso dal circuito del valore diventa qui il fulcro della composizione.
L’opera costringe le istituzioni a confrontarsi con la materialità del loro
stesso rimosso, con ciò che non rientra nei parametri della conservazione,
della durata, della collezionabilità.
Il titolo, “Voluttà e esigenze primarie contemporanee”,
suggerisce una dialettica tra desiderio e necessità che non riguarda solo il
consumo, ma anche il sistema dell’arte. La voluttà è quella del mercato, che
trasforma l’opera in merce; le esigenze primarie sono quelle dell’artista, che
utilizza materiali poveri e residuali per sottrarsi, almeno in parte, alle
logiche di produzione del valore economico. Possiamo parlare di economia del
desiderio e produzione del valore.
L’opera mette in scena una contraddizione: ciò che nasce
come rifiuto diventa oggetto di attenzione istituzionale, e dunque
potenzialmente di valore. In questo senso, Iannino evidenzia come il sistema
dell’arte sia capace di inglobare anche ciò che lo critica, neutralizzandone la
carica sovversiva attraverso la musealizzazione. Com’è avvenuto con Manzoni
nella sua “merda d’artista”.
La rete che avvolge l’intera superficie non è solo un
elemento compositivo: può essere letta come una metafora delle strutture
istituzionali che trattengono, selezionano e organizzano i materiali culturali.
Essa filtra ciò che può essere visto e ciò che resta sullo sfondo, proprio come
fanno le istituzioni nel definire il canone, nel determinare quali pratiche
artistiche siano legittime e quali marginali. La rete, è metafora istituzionale.
La rete è anche un dispositivo di controllo: impedisce la
dispersione dei materiali, li immobilizza in una forma che può essere esposta,
catalogata, archiviata. In questo senso, l’opera riflette sul processo
attraverso cui il sistema dell’arte trasforma il flusso caotico del reale in un
oggetto stabile e riconoscibile.
Nelle politiche del quotidiano e responsabilità
istituzionale l’uso di materiali di scarto richiama inevitabilmente questioni
ecologiche e sociali, ma lo fa senza cadere in un moralismo diretto. Piuttosto,
l’opera interroga la responsabilità delle istituzioni culturali nel
rappresentare, conservare e interpretare la materialità del presente. In
un’epoca segnata dall’eccesso di produzione e dalla crisi ambientale, la scelta
di lavorare con ciò che è scartato diventa un atto civico che chiede alle
istituzioni di ripensare i propri criteri di valore e le proprie pratiche
espositive.
È, insomma, una posizione critica nel sistema.
La forza dell’opera di Iannino sta nel suo porsi come confine
ideologico: tra arte e rifiuto, tra estetica e critica, tra oggetto e
dispositivo. Essa non offre soluzioni, ma apre un campo di tensioni che
coinvolge direttamente il ruolo delle istituzioni nel definire cosa sia arte e
cosa non lo sia. In questo senso, l’opera non è solo un assemblaggio, ma un
commento sulla struttura stessa del sistema dell’arte contemporanea.

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