Francesca Albanese esautorata dall'OFAC

 La relatrice ONU sui diritti umani isolata dal sistema finanziario internazionale dopo una campagna di accuse basata su un video manipolato. Francesca Albanese, ostaggio delle sanzioni dopo un video artefatto che ha innescato il blocco totale dei suoi conti.

 Da mesi Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, vive in una condizione che lei stessa definisce “di ostaggio finanziario”. I suoi conti sono bloccati, nessuna banca italiana accetta di aprirle un conto corrente, e persino Banca Etica – che si era dichiarata disponibile – ha dovuto fare marcia indietro.

Il motivo non è un’indagine giudiziaria, né un sospetto di riciclaggio: è l’inserimento di Albanese in un regime di sanzioni statunitensi che, pur essendo emanate da un Paese terzo, hanno effetto extraterritoriale e vincolano anche gli istituti europei.

Il caso, per modalità e conseguenze, richiama da vicino quello dei giudici della Corte Penale Internazionale (CPI) che avevano promosso indagini su presunti crimini di guerra commessi da leader israeliani, tra cui Benjamin Netanyahu. Anche loro sono stati colpiti da misure analoghe.

1. Le sanzioni USA: cosa prevedono e perché colpiscono anche in Italia

Le sanzioni applicate a Francesca Albanese derivano da un pacchetto normativo statunitense originariamente pensato per colpire funzionari della CPI che indagavano su militari americani e israeliani.

Il meccanismo è semplice e potentissimo: chi è inserito nella lista OFAC (Office of Foreign Assets Control) non può accedere a servizi bancari, non può aprire conti, non può ricevere o inviare denaro, non può utilizzare carte di credito, non può essere assunto o pagato da enti che operano nel circuito finanziario internazionale.

Le banche europee, incluse quelle italiane, devono adeguarsi per non rischiare a loro volta sanzioni secondarie, che possono arrivare fino all’esclusione dal sistema dei pagamenti in dollari.

È questo il motivo per cui, pur non essendoci alcuna indagine italiana o europea contro Albanese, nessun istituto può offrirle servizi.

2. Il ruolo delle banche italiane: tra vincoli e responsabilità:

Il caso è esploso quando Banca Etica, inizialmente disponibile ad aprire un conto ad Albanese, ha poi comunicato l’impossibilità di procedere. La banca ha spiegato che: le sanzioni USA sono vincolanti  e l’apertura di un conto esporrebbe l’istituto a ritorsioni con il rischio di essere esclusi dal sistema dei pagamenti internazionali.

Un ex dirigente di Banca Etica, Alessandro Messina, ha però sostenuto pubblicamente che una soluzione tecnica sarebbe possibile, purché con procedure rafforzate di controllo.  Secondo lui, la scelta delle banche italiane è stata “eccessivamente prudenziale”.

Il risultato, però, è un fatto: Albanese non può avere un conto corrente in Italia, pur essendo cittadina italiana e funzionaria ONU.

3. Le accuse di antisemitismo: cosa c’è e cosa non c’è:

Le sanzioni statunitensi sono motivate da presunte posizioni “antisemite” o “filoterroristiche”.

Tuttavia: alcune frasi attribuite ad Albanese non risultano mai pronunciate e un video usato per accusarla è stato definito “manipolato” dalla relatrice. Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno contestato la natura politica delle accuse.

Il video contestato è stato diffuso inizialmente da account social legati alla “hasbara”, cioè alla rete di comunicazione progovernativa israeliana attiva soprattutto su X (ex Twitter).

Si trattava di un montaggio manipolato, con frasi tagliate e ricontestualizzate per far sembrare che Albanese giustificasse atti terroristici. Chi lo ha rilanciato?

Dopo la pubblicazione iniziale, il video è stato amplificato da attivisti e influencer filoisraeliani, account ufficiali o semiufficiali della comunicazione governativa israeliana, alcuni politici francesi, che lo hanno usato per chiedere le dimissioni di Albanese, media e commentatori filoisraeliani in Francia e negli Stati Uniti.

È stata proprio la sua circolazione in Francia a generare la maggiore pressione politica.

Il governo francese, basandosi anche su quel materiale, ha accusato Albanese di antisemitismo e ha chiesto la sua rimozione dall’incarico ONU. Successivamente, verifiche indipendenti hanno mostrato che: il video era tagliato e il contesto alterato; le frasi incriminate non corrispondevano al discorso originale.

Francesca Albanese ha denunciato pubblicamente la manipolazione, definendola un tentativo per delegittimare il suo lavoro ONU e  colpirla politicamente per giustificare le pressioni e rimuoverla dall’incarico.

Il governo francese ha chiesto le sue dimissioni, mentre altri Paesi europei hanno espresso perplessità sulla proporzionalità delle misure.

Il caso Albanese non è isolato.

Nel 2020 gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a: giudici, procuratori e funzionari della CPI che avevano autorizzato indagini su presunti crimini di guerra commessi da Israele e dagli Stati Uniti in Afghanistan e nei Territori palestinesi. Le intenzioni e misure erano identiche: congelamento dei beni, divieto di accesso al sistema bancario, restrizioni ai visti, impossibilità di svolgere attività professionali.

Quando la CPI ha annunciato la richiesta di mandato di arresto per Benjamin Netanyahu, alcuni dei magistrati coinvolti sono stati nuovamente oggetto di pressioni e minacce di sanzioni.

Il parallelo è evidente: chi indaga o denuncia violazioni dei diritti umani da parte di Stati potenti rischia di essere colpito con strumenti finanziari.

È terrorismo sociale! Che amplifica un problema grande e fa della finanza un’ arma geopolitica.

Il caso Albanese solleva una questione che va oltre la sua vicenda personale e solleva interrogativi seri:

può un Paese terzo impedire a un cittadino europeo di avere un conto corrente? È accettabile che un funzionario ONU sia privato di strumenti essenziali per vivere e lavorare? fino a che punto le banche europee devono adeguarsi a sanzioni non approvate dall’UE? 

La risposta, oggi, è nei fatti: il sistema finanziario globale è talmente interconnesso e dipendente dal dollaro che le sanzioni USA hanno effetto planetario.

In conclusione, Francesca Albanese non è accusata di reati, non è sotto indagine in Italia o in Europa, e continua a svolgere il suo incarico ONU. Eppure vive in una condizione di isolamento finanziario totale, simile a quella imposta ai giudici della Corte Penale Internazionale che avevano osato indagare su leader israeliani.

Il suo caso mostra come, nell’era della finanza globale, il potere di un Paese può estendersi ben oltre i suoi confini, fino a incidere sulla vita quotidiana di cittadini e funzionari internazionali.

E pone una domanda che nessuna istituzione europea ha ancora affrontato:

Chi controlla davvero il sistema finanziario da cui dipendono i diritti fondamentali delle persone?

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